La sconfitta referendaria è netta e inequivocabile
di Aldo Pirone

REFERENDUM AMARO Intanto cominciamo dai numeri, quelli veri forniti dal Viminale.
Su 61.591 più i 1.863 (ne mancano solo 32 di quelli esteri) sono andati al voto quasi 14
milioni e 900.000 italiani (29.89%). E’ bene ricordarlo perché ancora ieri qualcuno fra TV e
commentatori politici giocava con i numeri.
Più dei 14.265.267 raccolto da tutte le opposizioni nelle elezioni politiche del 2022 a fronte dei 12.305.014 raccolto dalle destre.
La sconfitta referendaria è netta e inequivocabile. Landini ne ha preso atto e ha fatto bene.
Dopo che la Corte Costituzionale aveva tolto di mezzo il referendum sull’autonomia differenziata che avrebbe fatto da traino per il quorum, Landini e la Cgil, che avevano raccolto le firme per i referendum sul lavoro a cui si era aggiunto quello sulla cittadinanza, si erano trovati nella necessità di andare avanti comunque e rappresentare le ragioni del lavoratori. Scontando anche le opposizioni di una parte dei sindacati (Cisl) e quelle del variegato fronte moderato del No: da Renzi a Calenda ai “riformisti” del Pd.
Nel corso della campagna elettorale si è scontata una contraddizione oggettiva fra Landini che puntava sul merito dei quesiti, anche perché per raggiungere il quorum bisognava convincere una parte almeno dell’elettorato di destra. E una certa sovrapposizione politica non sempre lucida dei leader di Avs-Pd-M5s.
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Più in generale il dato referendario dovrebbe indurre il nucleo potenziale dell’alternativa a una riflessione: quanto ancora deve lavorare per scrollarsi di dosso una certa lontananza dal popolo, dalle sue angosce, dalle sue paure su cui lucra la destra.
Lavorare per separare gli interessi dei piccoli che vengono mobilitati dalla destra post fascista a copertura di quelli grandi, è un mestiere che una sinistra popolare e non populista deve reimparare in fretta se vuole tornare a vincere. Il risultato del referendum sulla cittadinanza con i suoi 9.748.896 (65,34 %) e i No 5.172.117 (34,66 %) ne è un segno tangibile.
Inoltre, ha pesato negativamente sulla partecipazione il fatto che Avs-Pd-M5s non siano stati ancora in grado di fare uno straccio di programma comune per il governo del paese, per cui sono percepiti dall’elettorato, che dovrebbero rianimare e portare al voto, più come un campo di Agramante che come un’effettiva alleanza alternativa.
Qualcuno, le destre ovviamente ma non solo loro, ha detto che la partita principale si giocava all’interno del Pd soprattutto sui tre quesiti sul lavoro: reintegra, elevazione delle indennità per i lavoratori delle aziende sotto i quindici dipendenti, abolizione della causale sui contratti a termine.
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Se così fosse i numeri hanno parlato chiaro. Sul primo quesito (abolizione del jobs act per intenderci) i Sì sono stati 13.031.470 (87,57 %), – più dei voti delle destre nel 2022 -, i No 1.850.503 (12,43 %); sul secondo i Sì sono stati 12.790.370 (86,02 %) i No 2.078.193 (13,98 %) ; sul terzo, Sì 12.997.502 (87,53 %) No 1.851.983 (12,47 %).
Naturalmente, come c’era da aspettarselo, i “riformisti”, le varie Picierno, Gualmini ecc. sono partiti subito all’attacco della Schlein chiedendo chiarimenti, parlando di sconfitta, di regalo alla Meloni ecc.. Ma se l’ottica è quella della battaglia interna al PD, non mi sembra che abbiano molto filo da tessere se i numeri sono quelli.
Comunque il chiarimento interno al Pd ci deve essere su tutte le questioni (pace, riarmo, lavoro ecc.) e ben venga.
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Aldo Pirone. Giornalista. Vive a Roma. Redattore di Malacoda
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