Il male può nascere dall’assenza di pensiero
di Lucia De Carolis

GUERRE Hannah Arendt, filosofa tedesca di origine ebraica, fu costretta all’esilio con l’avvento del nazismo. Dopo una prima fuga in Francia e l’internamento in un campo di raccolta, riuscì a raggiungere gli Stati Uniti, dove trovò rifugio e divenne una delle pensatrici politiche più influenti del Novecento.
Quando era solo una studentessa al primo anno di università, Hannah Arendt aveva intrecciato una relazione intellettuale e sentimentale con Martin Heidegger, suo professore a Marburgo, già allora celebre per “Essere e tempo“.
Nonostante la distanza, le differenze e i traumi della storia, il loro legame – fatto di lettere, dialoghi e confronti filosofici – continuò per tutta la vita. Tuttavia, Heidegger non le chiese mai perdono per la sua adesione al nazismo, né mostrò pubblicamente un’autentica presa di responsabilità. Quel silenzio, che era il silenzio sull’olocausto, per Arendt fu una ferita profonda e rafforzò in lei l’intuizione che il male potesse essere qualcosa di oscuro e radicato, capace di attecchire nell’intelligenza più alta: un male radicale, nel senso più originario e filosofico del termine.
Guerre. La banalità del male e luce di Fumone
Nel 1961, quando il criminale nazista Adolf Eichmann venne catturato in Argentina e processato a Gerusalemme, fu lei stessa a chiedere al New Yorker, quotidiano con cui collaborava, di essere inviata come corrispondente. Intuiva che quel processo sarebbe stato decisivo per comprendere la natura del male nel mondo moderno.
Arendt si aspettava di trovarsi davanti un mostro luciferino, simbolo del “male radicale” come lo aveva descritto in Le origini del totalitarismo, invece, dentro quella gabbia di vetro, c’era un uomo ordinario, mediocre, un funzionario grigio e pavido, che si difendeva dicendo di “aver solo eseguito degli ordini”: Eichmann si riteneva un impiegato modello, efficiente, ma che non si era mai chiesto se ciò che faceva fosse giusto.

Aveva smarrito la Domanda, quella che ci trattiene nell’umano ed evita di sprofondarci nel nulla.
Fu in quel momento che Arendt formulò la sua intuizione più celebre e controversa: il male non è necessariamente demoniaco, può spaventosamente essere banale. Il titolo del suo saggio – La banalità del male – indica proprio che il male può semplicemente nascere dall’assenza di pensiero, dalla rinuncia a interrogarsi, dal conformismo cieco.
Guerre. La banalità del male e luce di Fumone
Il messaggio di Arendt continua a interrogarci oggi. Non si tratta solo di ricordare i grandi crimini del passato, ma di saper riconoscere le forme nuove del male, spesso rese accettabili dalla distanza, dalla retorica e dalla disattenzione morale.
“Cosa direte quando vi chiederanno come avete potuto permettere il genocidio a Gaza?”
Così recita la copertina del penultimo numero del settimanale Internazionale: un’interrogazione feroce e necessaria, che inchioda alla responsabilità chi osserva in silenzio.
Secondo i dati diffusi da organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie, la situazione nella Striscia di Gaza è catastrofica: migliaia di vittime civili, tra cui un numero impressionante di bambini; ospedali distrutti, carenza assoluta di acqua e medicinali, popolazione stremata.
Le Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria senza precedenti, e molte voci autorevoli nel mondo – da premi Nobel a giuristi internazionali – non esitano più a parlare di genocidio. Il primo a usare questa parola, con forza e coraggio, fu Papa Francesco, nel marzo 2024, quando parl apertamente di “genocidio” riferendosi alla devastazione in corso a Gaza, suscitando un’ondata di polemiche, ma anche di riflessioni.
Guerre. La banalità del male e luce di Fumone
Le sue parole – considerate da alcuni un “atto scandaloso”, da altri una necessaria verità morale – hanno rotto il muro del silenzio e hanno aperto lo spazio per una più netta presa di posizione da parte della coscienza pubblica.
Fumone accende una luce
A fronte del silenzio di molti governi e istituzioni, un piccolo comune del Lazio ha scelto di non tacere. Ieri, 12 giugno 2025, il Comune di Fumone, suggestivo borgo medievale della Ciociaria, ha compiuto un gesto forte e simbolico: il Consiglio comunale ha approvato una mozione per chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Il sindaco Matteo Campoli, in un messaggio pubblico, ha sottolineato l’importanza dell’atto, spiegando come la comunità fumonese non volesse restare indifferente davanti a una tragedia umanitaria di tali proporzioni. Serve il coraggio di nominare ci che accade: il popolo palestinese è vittima di un genocidio, e la violenza deve finire ora.
Da Fumone si è levata una luce di giustizia, destinata a rischiarare anche altri angoli del territorio.
Guerre. La banalità del male e luce di Fumone
All’iniziativa hanno in effetti partecipato associazioni, rappresentanti politici di altri comuni, cittadini comuni, riuniti da un messaggio semplice: la pace va costruita, anche attraverso piccoli atti di responsabilità morale.
Fumone non cambierà da solo le sorti del conflitto. Ma ha fatto qualcosa che, nel suo piccolo, richiama esattamente il monito di Arendt: non essere complici della banalità del male, non spegnere la coscienza, non rimanere indifferenti.
Una fiaccola accesa tra le pietre di un borgo millenario può sembrare nulla. Ma anche i peggiori silenzi cominciano con un semplice “non è affar mio”.
A Fumone, qualcuno ha deciso che è affar nostro, di tutti. E questo, in tempi di cecità diffusa, è già molto. Grazie Sindaco!
Guerre. La banalità del male e luce di Fumone
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