L’aumento delle spese militari è la risposta?
di Stefano Rizzo

L’UNICA DIFESA Si è riunito all’Aia il vertice della NATO con la partecipazione dei capi di Stato e di governo di tutti i 32 membri dell’Alleanza.
Il principale argomento all’ordine del giorno è noto: deliberare l’aumento delle spese militari di ciascuno Stato dal 2% al 5% del prodotto interno lordo.
Il segretario generale della Alleanza, Mark Rutte, nei giorni scorsi aveva preparato il terreno parlando di una minaccia incombente da parte della Russia, che nel giro di pochi anni sarebbe in grado di aggredire l’Europa, e anche da parte dell’Iran entrato improvvisamente tra i nemici da cui guardarsi dopo che Israele ha iniziato a bombardare i suoi siti nucleari e le sue città , uccidendo centinaia di civili inermi.
Naturalmente Rutte non ha fatto altro che diligentemente riportare le ingiunzioni del principale membro dell’Alleanza, il presidente degli Stati Uniti: aumentate le vostre spese militari o noi ce ne andiamo, anzi forse ce ne andremo comunque perché siamo stanchi di provvedere da soli alla vostra difesa.
Ora, va da sé che non c’è nessun calcolo dietro questa richiesta di portare la spesa militare al 5%, come non c’era prima ‒ appena l’anno scorso! ‒ quando la soglia indicata era del 2%.
È una cifra buttata lì senza alcuna spiegazione su come quanto e dove questo aumento di spesa migliorerebbe le capacità difensive degli europei e dell’Alleanza. Ma tant’è, nel suk degli armamenti si dice una cifra a caso e poi si vede cosa succede, appunto si mercanteggia.
L’unica difesa possibile nel mondo di oggi
C’è comunque una questione più importante che viene agitata da opinionisti e politici e anche da alcuni tecnici militari: cosa succederebbe, quale catastrofe incomberebbe sull’Europa se gli Stati Uniti decidessero di non difenderci più, come hanno fatto in tutti questi decenni con grande generosità ?
Cosa sarebbe di noi poveri europei inermi nel momento in cui venisse meno la protezione della grande potenza americana?
Guardiamo al presupposto di fondo: gli americani ci difendono.
Non c’è dubbio che nei lunghi e pericolosi decenni della guerra fredda la presenza di truppe americane in vari Paesi europei e l’ombrello atomico rappresentato dalle migliaia di ordigni nucleari dislocati nelle basi, sui sottomarini e in volo costante sui bombardieri strategici, sono serviti a dissuadere l’Unione Sovietica, ove ne avesse avuto l’intenzione, dall’attaccare un Paese membro della NATO dal momento che, in base all’art. 5 del trattato, ogni attacco contro uno dei suoi membri deve essere considerato alla stregua di un attacco contro tutti (si parla molto di questo art. 5 che prevederebbe la comune difesa, ma in realtà non c’è alcun automatismo dal momento che in caso di attacco ogni Paese deve decidere in piena autonomia quali passi intraprendere e in che misura partecipare al conflitto.
Come che sia, nel porre l’accento sulla difesa americana dell’Europa si trascurano alcuni fatti: il primo è che gli Stati Uniti difendendo l’Europa difendono al contempo se stessi.
L’unica difesa possibile nel mondo di oggi
Nell’eventualità di un conflitto con l’Unione Sovietica (e ora con la Russia), l’Europa sarebbe la prima linea di difesa americana: la guerra, se condotta con armi convenzionali, verrebbe combattuta sul suolo europeo ben lontano dalla madrepatria oltre l’Atlantico.
Se poi si arrivasse alla catastrofe, cioè all’uso di armi nucleari, anche queste quasi certamente cadrebbero sul suolo europeo dal momento che sia gli Stati Uniti sia la Russia certo non rischierebbero la reciproca estinzione scagliandosi contro migliaia di bombe atomiche.
Chi ha pagato?
Aggiungiamo il fatto che questa prima linea di difesa americana, creata proprio dal trattato NATO del 1949, è stata realizzata, economicamente parlando, ad un costo relativamente modesto: le basi militari americane e della NATO (spesso ma non sempre sovrapposte) in Europa sono in larga misura finanziate dai Paesi ospitanti che forniscono i terreni e le infrastrutture necessari.
Gli armamenti in dotazione sono per lo più americani, ma i Paesi membri dell’Alleanza contribuiscono con i propri, la metà dei quali comunque vengono acquistati dagli Stati Uniti (oggi questa percentuale arriva a due terzi), con indubbi vantaggi per l’industria degli armamenti di quel Paese.
L’unica difesa possibile nel mondo di oggi
Ci sono poi i soldati che, dopo la fine della guerra fredda, sono stati ridotti a circa 100.000 unità , principalmente stazionati nelle basi in Turchia, Germania, Italia, Polonia.
Naturalmente anche loro hanno un costo, ma relativamente basso se raffrontato con quello dei loro commilitoni, circa 1.500.000 soldati in servizio effettivo dislocati in oltre 800 basi negli Stati Uniti e all’estero (3.000.000 considerando le varie guardie nazionali e il personale civile del dipartimento della Difesa).
Vale la pena osservare inoltre che la maggior parte di questi militari sono più che contenti di prestare servizio in Europa, godendo nel tempo libero delle amenità delle città del vecchio continente, dove molti di loro non avrebbero altrimenti la possibilità economica di venire (il 20% dei militari americani è composto da volontari afroamericani a basso reddito), e dove usufruiscono di una serie di agevolazioni, non ultima una relativa immunità giudiziaria (gli Stati Uniti si rifiutano spesso attraverso accordi riservati con i Paesi ospitanti di fare giudicare i propri soldati dalle autorità locali e nei casi più gravi li riportano in patria in fretta e furia).
L’ombrello nucleare
Ma, a parte l’ombrello nucleare, che ci auguriamo non debba mai venire aperto, in cosa concretamente consiste la difesa che gli americani forniscono all’Europa per il tramite della NATO?
Il Kiel Institute insieme al Bruegel Institute hanno recentemente (febbraio 2025) elaborato uno studio nell’eventualità di dovere fare a meno dell’appoggio americano dal titolo La difesa dell’Europa senza gli USA: Prime stime di quello che serve.
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Secondo lo studio per fronteggiare un attacco (convenzionale) della Russia ai 100.000 uomini e donne attualmente disponibili bisognerebbe poterne aggiungerne rapidamente altri 200.000 per un totale di 300.000 organizzati in circa 50 brigate motorizzate con il necessario supporto aereo, logistico e di mezzi corazzati.
Da un punto di vista puramente quantitativo questo obbiettivo è abbastanza modesto se si tiene conto che complessivamente i Paesi dell’Unione Europea dispongono di circa 1.400.000 uomini e donne sotto le armi e possono contare su una capacità industriale di prim’ordine per produrre gli armamenti necessari, dimostrata anche dal fatto che Francia, Regno Unito e Italia sono tra i maggiori esportatori di armamenti al mondo dopo Stati Uniti e Russia.
Gli europei già adesso (consuntivo 2024), cioè prima dell’aumento preteso da Trump e sostenuto dal fido Rutte, spendono per la propria difesa ogni anno oltre 450 miliardi di dollari.
Per fare un raffronto, secondo i dati forniti dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), gli Stati Uniti spendono circa 1.000 miliardi di dollari l’anno, la Cina 320 miliardi, la Russia 150 miliardi corrispondenti al 7,1% del proprio PIL.
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E il resto del mondo?
Naturalmente queste cifre non raccontano tutto e neppure l’essenziale. Per quel che riguarda la Cina e la Russia, se il calcolo fosse fatto in termini di parità del potere di acquisto, la spesa militare dovrebbe essere aumentata di almeno il 50%, rimanendo comunque ben al di sotto di quella americana ed europea.
Ma soprattutto Stati Uniti, Cina e Russia sono tre entità statali che dispongono di forze armate proprie, i rispettivi governi decidono centralmente cosa e come spendere, quali armamenti acquistare e quali produrre. L’Europa no.
L’Europa è costituita da 27 Paesi che decidono ognuno per sé come e quanto spendere per la propria difesa, quali armi produrre e quali acquistare e con che specifiche, quanti soldati reclutare e dove dislocarli.
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Anche la NATO da questo punto di vista non è mai stata la soluzione al problema del mancato coordinamento europeo.
Ha sì ottenuto nel corso degli anni un certo livello di interoperabilità (per questo si fanno le esercitazioni) e di standardizzazione di alcuni materiali bellici (soprattutto armi leggere).
Ma non ha mai affrontato, né avrebbe potuto, il problema del coordinamento tra le forze armate dei diversi Paesi, tantomeno la loro unificazione, limitandosi ad assicurare, in caso di necessità , la disponibilità di un certo numero di soldati di pronto intervento (appunto, fino a 300.000) e le relative attrezzature.
L’Unione Europea per parte sua nel corso dell’ultimo decennio ha mosso alcuni passi verso la costituzione di una difesa comune, producendo, come è solita fare, un gran numero di studi e libri bianchi, istituendo un commissario alla difesa e sicurezza, oltre a creare la consueta pletora di agenzie e organismi decisionali che a tutt’oggi hanno prodotto scarsi risultati, comunque molto lontani dagli obbiettivi auspicati.
L’unica difesa possibile nel mondo di oggi
Alleanza atlantica e Unione Europea sono state fin qui del tutto inadeguate al fine di creare un sistema di difesa europea, se non comune, almeno più coordinato ed efficiente, soprattutto meno inutilmente dispendioso.
Non è quindi questione di soldi che, se la spesa fosse coordinata, sarebbero già adesso più che sufficienti. Aumentarli al ritmo di centinaia di miliardi l’anno, come ha disposto (con dubbia legittimità ) la presidente della Commisione Europea, non risolverebbe il problema.
Che è un problema di coordinamento sia nelle decisioni operative, sia nel procurement (quali armi e sistemi d’arma acquistare e costruire), sia nella strategia di difesa e sicurezza (chi sono gli avversari e come contrastarli).
La soluzione, per quanto oggi apparentemente irraggiungibile, fu avanzata più di settanta anni fa, nel 1952, con il trattato istitutivo della Commissione di Difesa Europea (CED) tra Francia, Italia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo, negoziato e firmato dai Paesi contraenti ma mai entrato in vigore per la mancata ratifica da parte della Francia.
Quel trattato prevedeva la creazione di un esercito comune europeo, sotto la direzione politica dei capi di governo dei diversi Paesi membri e la direzione militare di uno stato maggiore appositamente costituito.
Come l’UE avrebbe dovuto essere
Nei suoi 132 articoli più vari protocolli il trattato era molto specifico: indicava, ad esempio, il numero di soldati e gli armamenti che ogni Paese avrebbe dovuto fornire, la catena di comando, fin nei minimi particolari relativi alla nazionalità dei comandanti di diverso grado.
L’unica difesa possibile nel mondo di oggi
Non era un esercizio astratto né un libro dei sogni: a proporlo e firmarlo furono gli stessi padri fondatori di quella che sarebbe divenuta poi l’Unione Europea ‒ Jean Monnet, Robert Schumann, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, ‒ in anni in cui era ancora fresca la memoria della Seconda guerra mondiale, degli orrori e degli odi che aveva prodotto, e forti erano i timori per la perdita della propria sovranità militare a favore di una difesa comune.
Tuttavia, è paradossale che oggi, dopo tanti decenni di cooperazione e integrazione europea, lo si ritenga inattuale, appunto un libro dei sogni.
Già allora la CED nacque come proposta per iniziativa di alcuni Paesi europei. Anche oggi non dovrebbe essere un trattato vincolante per tutti gli Stati dell’Unione, dal momento che non sarebbero pochi quelli che per i più svariati motivi, anche di politica interna, lo ostacolerebbero.
Una nuova Comunità di difesa dovrebbe nascere dall’iniziativa di alcuni, anche al di fuori dell’Unione (il Regno Unito), per allargarsi ai Paesi disposti a mettere in comune le proprie risorse militari, secondo il modello della partecipazione a geometria variabile, peraltro già previsto per alcune materie dalle regole dell’Unione.
Non è una strada semplice e tuttavia è l’unica per arrivare ad una efficace comune difesa europea.
L’unica difesa possibile nel mondo di oggi
Immagine di testa: Le bandiere dell’Unione Europea, a destra, e della NATO nel Palazzo del Consiglio europeo (26 febbraio 2021). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com
26 giugno 2025
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