Irene Vella è una giornalista
di Fausta l’Insognata Dumano

PARLARE DI DONNE Irene Vella è una giornalista, scrive da diversi anni, raccoglie le informazioni e trasforma le storie in emozioni da narrare.
Anche la sua storia è da narrare. Ha lottato per il suo corpo per il quale è stata bullizzata e ha subito offese.
Ha donato al marito un rene. Scrive di donne. Di donne uccise, femminicidi. Ogni giorno una donna uccisa.
Anche a lei restano altre donne da piangere, la figlia, la mamma.
Irene scrive in maniera emozionante. Il testo che gira nei social come un tam tam è una lettera che ha scritto la giovane Miriam, che ha sostenuto gli esami di maturità, la mamma è ennesima vittima di femminicidio, l’ex compagno ha approfittato di una fuga dagli arresti domiciliari, ha ucciso Samia e poi si è ucciso.
Parlare di donne e parlare di femminicidi
Apprezzatela tutti voi qui di seguito, lettori di UNOeTRE.it.
*Fausta Dumano, Docente di Lettere del Liceo Artistico Statale “Bragaglia”- Frosinone
Post di Irene Vella
È stata Miriam a scrivermi. Ha 20 anni.
Due mesi fa ha perso la sua mamma.
E due mesi dopo, ha preso la maturità.
Mi ha chiesto solo una cosa:
«Ti prego, racconta la sua storia.
Non voglio che venga dimenticata.»
Mi chiamavo Samia Kedim.
E volevo solo essere libera.
Dopo anni di vessazioni
Dopo anni di botte
Dopo anni di denunce
Sono stata lasciata sola
E sono morta.
Sono nata in Tunisia nel 1978.
Mi sono sposata con un uomo che sembrava tranquillo.
el 2002 siamo venuti in Italia.
Subito incinta. Subito al lavoro.
Lavapiatti, con la pancia.
Poi le botte. Le urla. Le minacce.
I soldi che sparivano.
Io che lavoravo per tutti.

Ho denunciato. Più volte.
Sono finita in comunità con le mie figlie.
Poi sono tornata con lui.
Credevo che potesse cambiare.
Mi ha colpita con un ferro da stiro.
Mi ha bucato le ruote della bici.
Mi ha strappato i documenti per non farmi la cittadinanza.
Parlare di donne e parlare di femminicidi
Quando ho capito che non sarebbe mai cambiato,
ho iniziato ad allontanarlo.
Dormivo in macchina.
O da mia figlia maggiore, con cui avevo un rapporto speciale.
Un giorno mi ha inseguita in ospedale
e ha tentato di strangolarmi.
È stato denunciato d’ufficio.
Messo in carcere.
Ma dopo un anno gli hanno dato i domiciliari.
E due permessi settimanali per uscire.
Quel giorno ha preso un treno,
è andato sotto casa
e mi ha massacrata di coltellate.
In faccia. Alla testa. Alle braccia.
È scappato con la mia macchina.
Solo dopo l’incidente mortale col camion
il braccialetto ha segnalato la fuga
Troppo tardi.
La sera prima avevo detto a mia sorella:
“Perché gli uomini uccidono le loro donne?”
Non è bastato denunciare.
Non è bastato il divieto di avvicinamento.
Non è bastato il braccialetto elettronico.
Non è bastato dire che avevo paura.
Se un uomo vuole ucciderti: lo fa.
Ma lui non ha vinto.
Perché Miri, due mesi dopo la mia morte,
ha preso la maturità.
Ed è diventata il mio cuore che continua a battere.
Tutti i miei figli lo sono diventati.
Perché dalla morte può nascere amore.
I miei figli sono la mia eredità più grande.
Non lasciateli soli.
Questo post fa parte di un progetto che si chiama “Era mia figlia” ed è coperto da copyright. Si può condividere riportando il nome dell’autore.
Irene Vella
Parlare di donne e parlare di femminicidi
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