Il cane pazzo di Moshe Dayan
di Stefano Rizzo da Ytali.com

TRUMP A CACCIA Moshe Dayan, l’eroe della guerra di indipendenza israeliana e delle tante altre che l’hanno seguita, soleva dire: “i nostri nemici devono pensare che siamo come un cane pazzo, imprevedibile e furioso, che può fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento”.
Cane pazzo uno
Era, al fondo, la più efficace dottrina militare per un piccolo paese che, dopo avere conquistato la propria indipendenza a spese di milioni di palestinesi cacciati dalle loro terre, si trovava sotto la costante minaccia di nemici agguerriti intenzionati a distruggere questa anomalia mediorientale.
Il “cane pazzo” non era mai stato a catena. Fin dagli anni Quaranta nella lotta clandestina (e, sì, anche terroristica) contro gli inglesi e i palestinesi, e nei decenni successivi nelle tante guerre di difesa preventiva o in risposta agli attacchi dei paesi confinanti, nelle incursioni in Libano, in Siria, in Egitto, nell’occupazione dei territori della Cisgiordania, del Sinai, di Gaza, delle Alture del Golan, il cane pazzo israeliano ha imparato ad agire con rapidità, con sempre maggiore efficienza e spesso anche con brutalità ogni qual volta ritenesse che il proprio territorio era minacciato o volesse allargarne i confini.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Nelle sue prodezze militari, difensive e offensive, il piccolo nuovo stato non ha agito certo da solo.
Non soltanto ha sempre goduto dell’appoggio diplomatico di tutto il mondo occidentale, ma è stato sostenuto economicamente, e soprattutto militarmente, dagli Stati Uniti che durante la guerra fredda lo consideravano un baluardo insostituibile in Medio Oriente contro i paesi arabi sostenuti dall’Unione sovietica.
Terminata quella stagione, è continuato – anzi si è rafforzato – l’impegno americano nella difesa di Israele, sempre e comunque: diplomaticamente ogni qual volta venisse criticato nei consessi internazionali, e militarmente con l’invio di centinaia di miliardi in armamenti sempre più sofisticati e con accordi di intelligence e di collaborazione strategica addirittura superiori a quelli con i paesi della Nato.
Dopo gli Accordi di Oslo del 1993, che avrebbero dovuto portare a una stagione di pace e alla definitiva soluzione della “questione israelo-palestinese” secondo la formula dei due popoli, due stati, gli Stati Uniti cercarono – per la verità con scarso impegno e nessun risultato – di arginare i periodici scatti del “cane pazzo”, lanciando moniti inascoltati contro la creazione di nuove “colonie” nei territori occupati che stavano vanificando la possibilità di dare vita ad un contiguo stato di Palestina.

Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Allo stesso tempo l’occasionale contrarietà di alcuni presidenti americani (Carter, Bush padre, Obama) nei confronti dei governi succedutisi a Tel Aviv non ha mai rallentato il costante flusso di armamenti verso Israele.
Alla fine della sua presidenza Barack Obama fece approvare un piano decennale (che scadrà nel 2026 ma è già stato rinnovato) per la fornitura di quaranta miliardi di dollari di aiuti militari, ovviamente da acquistare negli Stati Uniti.
Le ragioni di tanta munificenza nei confronti di un piccolo alleato, che oltretutto dopo la fine della guerra fredda aveva perso rilievo strategico, sono diverse e sono cambiate nel corso del tempo.
Durante la guerra fredda e nel decennio successivo erano ragioni geopolitiche (un argine contro l’Unione sovietica) ed economico-strategiche (gli approvvigionamenti di petrolio).
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Dopo l’11 settembre 2001 Israele acquista rinnovata rilevanza nell’ambito della nuova guerra globale al terrorismo. Ma non si possono trascurare le ragioni ideali alla base della “relazione speciale”: gli Stati Uniti sono stati i primi a riconoscere il nuovo stato di Israele e a battersi per dare una patria ai milioni di ebrei sfuggiti alle persecuzioni e alle stragi europee.
Poi vi sono anche le ragioni politiche, essenzialmente legate al fatto che da decenni opera a Washington una influentissima lobby filoisraeliana, l’AIPAC, in grado di influenzare il voto di milioni di elettori, ebrei e non ebrei, e condizionare anche le scelte politiche della presidenza di turno; cosicché si è arrivati a formulare la legge generale che regola i rapporti israelo-americani: “Se vuoi fare qualcosa a favore di Israele fallo prima delle elezioni, se vuoi fare qualcosa contro fallo dopo. Se sbagli i tempi ne pagherai le conseguenze”.
Intanto, col passare dei decenni, la situazione nella regione è mutata profondamente. Negli ultimi cinquanta anni sempre più paesi arabi del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) hanno riconosciuto Israele e con lui stretto accordi commerciali.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Dopo l’ultima tornata di riconoscimenti, gli Accordi di Abramo mediati dal genero di Trump durante la sua prima presidenza, rimanevano fuori soltanto l’Arabia saudita, il Qatar, lo Yemen controllato dai ribelli Houthi e soprattutto l’arcinemico del Nord, l’Iran degli ayatollah.
Ma tutti questi accordi, a partire dai primi, storici, del 1979 tra l’egiziano Sadat e l’israeliano Begin, non hanno risolto la causa principale del conflitto all’origine di tutti gli altri conflitti: il fatto che milioni di palestinesi vivono, ormai da quasi sessanta anni, in territori militarmente occupati da Israele, con minimi diritti civili e sottoposti alle vessazioni dell’esercito occupante e dei “coloni” sempre più avidi di nuove terre.
Per non parlare di Gaza, che già prima della “guerra” odierna (se guerra si può definire una strage infinita in cui a morire sono quasi soltanto civili inermi), dopo l’evacuazione nel 2003 da parte dell’esercito israeliano è stata trasformata in una gigantesca prigione a cielo aperto, dalla quale non si entra e non si esce, circondata da alte recinzioni elettrificate e torrette di guardia, dove gli oltre due milioni di abitanti sopravvivono soltanto grazie agli aiuti umanitari internazionali.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
La falciatura dell’erba
È in relazione a Gaza, alla minaccia rappresentata dal partito-milizia che la controlla, Hamas, che dopo la dottrina del cane pazzo, Israele ha sviluppato un’altra dottrina, quella della “falciatura dell’erba”.
Con il che si intendono le brevi offensive periodiche (al più qualche settimana), con bombe e missili, ma anche con incursioni di commandos, per colpire i tunnel di ingresso clandestini, le basi vere o presunte dalle quali altrettanto periodicamente vengono lanciati razzi quasi sempre inoffensivi contro le cittadine israeliane, e in genere per uccidere un certo numero di miliziani così da “contenerne” la popolazione.
Di queste falciature, che nel complesso hanno provocato diverse migliaia di morti tra gli abitanti di Gaza ce ne sono state svariate negli ultimi venti anni. E neppure esse hanno portato alla soluzione del problema, né potevano, poiché la loro intenzione è semplicemente di sperare di intimorire il nemico e scoraggiarlo, almeno per un po’, dall’attaccare Israele.
Momenti prima dell’incontro bilaterale tra il presidente Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu nello studio ovale della Casa bianca, 7 aprile 2025 (Official White House Photo by Emily J. Higgins)
Ora, va detto che la deterrenza è un’antica tecnica politico-militare e in genere funziona nei rapporti tra stati: di fronte alla manifestazione di forza dell’avversario, uno stato aggressore è portato a riflettere che ha molto più da perdere da un’aggressione che da guadagnare. Il problema è che in questo caso non c’è uno stato aggressore, c’è solo gente che reclama quella che ritiene sia a buon diritto la sua terra e continuerà a farlo perché non ha alternativa.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Per questo la falciatura dell’erba da parte di Israele deve essere periodica e non potrà mai avere fine finché non sarà risolto il conflitto che ne è alla radice.
Il conflitto israelo-palestinese non è un conflitto tra stati in cui la deterrenza può svolgere una qualche funzione; non è neppure un conflitto coloniale classico in cui lo stato occupante può decidere di andarsene rinunciando alla propria colonia (dove mai nel vasto mondo potrebbe andare Israele?).
È un conflitto che si risolve solo in due modi: o con l’eliminazione fisica o la deportazione di tutti gli appartenenti ad uno schieramento (“Palestina dal Giordano al mare”, “Israele dal Giordano al mare”), ovvero con la creazione di uno stato palestinese a fianco di uno stato israeliano, naturalmente purché lo stato palestinese sia dotato di contiguità e non la sorta di bantustan creato dalle colonie. (Ci sarebbe anche una terza soluzione: la convivenza dei due popoli all’interno di un unico stato multietnico e multireligioso, ma gli odi profondissimi accumulati rendono impraticabile questa possibilità).
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Di falciatura in falciatura, il cane pazzo con tutto il suo armamentario ipertecnologico è stato, incredibilmente, preso di sorpresa: il 7 ottobre 2023 oltre un migliaio di miliziani di Hamas sono usciti non visti da quelle sofisticatissime recinzioni, hanno assaltato villaggi, caserme, i partecipanti ad un festival di musica, hanno ucciso, incendiato, distrutto e poi sono rientrati nei loro rifugi sotterranei portandosi dietro centinaia di ostaggi.
Subito è scattata la vendetta israeliana, i bombardamenti a tappeto che hanno ridotto la Striscia in un cumulo di macerie e ucciso decine di migliaia di civili, tra questi secondo l’esercito israeliano alcune migliaia di combattenti di Hamas – non si saprà mai quanti.
E si arriva all’oggi, con due milioni di abitanti di Gaza sottoposti da 22 mesi al più crudele assedio, alla mancanza di cibo, di acqua, di servizi igienici, accampati in tende, sulla nuda terra, sottoposti a continui trasferimenti per sfuggire alle bombe e alla fucileria dell’esercito israeliano, per accaparrarsi il poco cibo che viene con sadismo fatto filtrare dagli occupanti.

Cane pazzo due
Una condizione che non solo annienta la vita degli inermi, ma cancella la loro dignità di esseri umani riducendoli a uno stato di abbrutimento animalesco che non può non ricordare quello, incommensurabile per i numeri, ma simile nel disprezzo della persona umana, che fu la shoa.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
A questo punto di questa infinita e sanguinosa storia entra in scena un altro “cane pazzo”, altrettanto imprevedibile e rabbioso, pronto a mordere, ad aggredire, indifferente di fronte alle sofferenze altrui: è Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti.
Nei pochi mesi da quando si è insediato ha minacciato dazi iperbolici e poi li ha rinviati; ha deportato centinaia di migliaia di migranti, spesso facendoli rapire per strada, nelle loro case o nei luoghi di lavoro, per poi decidere di esentarne a sua discrezione alcune categorie; ha cancellato gli aiuti all’estero che servivano a salvare la vita a milioni di bambini; ha trattato con disprezzo l’aggredito (l’Ucraina) e parlato con ammirazione dell’aggressore (la Russia); ha fatto carta straccia degli impegni internazionali sottoscritti dal suo Paese; ha fatto, lui e la sua famiglia, lucrosi affari con capi di governo e imprese straniere senza curarsi dei conflitti di interesse. Né fa mistero della sua imprevedibilità.
Mostra totale indifferenza per la arbitrarietà delle sue azioni. Colpisce, morde e fugge: un “cane pazzo”.
Questo e molto altro è sotto gli occhi di tutti e non vale la pena dilungarsi, se non fosse che stiamo parlando del capo della più grande potenza mondiale, militare ed economica, nei decenni passati il paese di riferimento (pur nelle molte contraddizioni) per democrazia, rispetto della legge e del diritto internazionale.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Ora, questo cane pazzo, che pure in campagna elettorale aveva promesso di non immischiarsi nei conflitti che insanguinano il mondo, e anzi aveva criticato la precedente amministrazione per il suo interventismo, ha deciso di affiancare in Medio Oriente l’altro cane pazzo, Israele.
È un riflesso condizionato legato a decenni di politica filoisraeliana e non possiamo sapere (visti i precedenti) quanto questo impegno durerà. Intanto ha prodotto i fantasmagorici bombardamenti dei siti nucleari iraniani (decisione presa all’improvviso dopo avere annunciato che ci avrebbe pensato su per un paio di settimane).
Ha vantato, come suo solito, un “totale e straordinario successo”, ma quanto ciò corrisponda al vero (e gli esperti ne dubitano) lo si saprà soltanto tra qualche tempo.
In questi giorni sta premendo per una tregua nella martoriata Gaza. Le parti, Hamas e il governo israeliano si sono detti disponibili, ma in entrambi i campi ci sono forti interessi a continuare la guerra, comunque a non dare l’impressione di cedere all’odiato nemico.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
E’ quindi incerto se all’ultimo momento anche questa ipotesi di accordo patrocinato da Trump salterà, come del resto non hanno fin qui portato a nulla i negoziati di pace tra Russia e Ucraina, anche quelli fortemente voluti da lui per ritagliarsi l’immagine di “uomo della pace”.
Ma si sa, l’uomo ha una capacità di attenzione limitata. Vuole risultati rapidi e se non li ottiene si disinteressa del problema o fa finta che non gli è mai veramente interessato, e passa oltre.
Incontro bilaterale tra il presidente Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu nello studio ovale della Casa bianca, 7 aprile 2025 (Official White House Photo by Emily J. Higgins)
Eppure avrebbe, almeno in Medio Oriente, se non la chiave il grimaldello per arrestare la strage infinita. Con l’Iran indebolito e Hezbollah in gravissime difficoltà a seguito degli attacchi israeliani, Hamas decimata in una Gaza distrutta che non costituisce più una reale minaccia esistenziale per Israele (se mai l’ha costituita). Anche i suoi capi lottano per la propria sopravvivenza dopo avere fatto pagare ai propri miliziani e soprattutto alla popolazione il prezzo del gravissimo “errore” degli attacchi del 7 ottobre esponendoli alla smisurata vendetta di Israele.
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
È invece Israele, che oggi è forte e vittorioso e deciso “a finire il lavoro” (con il che si intende o lo sterminio o l’espulsione degli abitanti di Gaza), il problema che Trump dovrà affrontare quando lunedì riceverà Netanyahu alla Casa Bianca.
Israele è forte e vittorioso, ma la sua forza dipende quasi totalmente dagli Stati Uniti. Sono loro che lo riforniscono di gran parte delle armi di offesa e di difesa che il paese non produce e di cui non può fare a meno: le micidiali bombe ad altissimo potenziale che hanno distrutto Gaza, i sistemi antimissile Patriot e David’s Sling, l’Iron Dome senza il quale le città israeliane sarebbero state devastate dalle migliaia di missili lanciati da Gaza, dal Libano, dalla Siria, dall’Iran e dallo Yemen.
Il settanta per cento degli armamenti di Israele sono fabbricati negli Stati Uniti o sono coprodotti con loro. L’integrazione tra i due apparati militari-industriali è tale che senza le armi, i finanziamenti, il know-how americani la superiorità militare di Israele non esisterebbe e sarebbe costretto a negoziare.
È questo quello che dirà Trump a Netanyahu? Gli dirà che è ora di finirla, che con la sua politica senza sbocco sta minacciando i suoi (di Trump) affari con le monarchie del Golfo, che gli sta facendo fare la figura del cane che abbaia e non morde, di colui che vorrebbe, ma non può? Gli dirà che è arrivato il momento di fermare la strage infinita, salvare i pochi ostaggi ancora in vita, recuperare i cadaveri, e subito dopo iniziare a trattare seriamente per dare uno Stato ai palestinesi?
Trump a caccia del premio Nobel per la pace
Senza di che questi due anni di massacri non saranno che un episodio nella lunga scia di morte, cui altri se ne aggiungeranno presto.
È assai improbabile che il colloquio tra i due vada così. E tuttavia… non c’è bisogno di supporre che Trump sia uno statista lungimirante, amante della pace e rispettoso del diritto internazionale perché si decida ad esercitare su Israele le pressioni per raggiungere la pace con i palestinesi che sono fino ad ora mancate.
Basterebbe sperare che sia abbastanza avido e vanitoso, abbastanza forte e determinato da rovesciare il tavolo per intestarsi un processo di pace che – questo sì – potrebbe meritargli il premio Nobel per la pace.
Che sia un bullo l’ha ampiamente dimostrato con il povero Zelensky. Chissà se è in grado di esserlo anche con Netanyahu.
Il presidente Donald Trump accoglie il primo ministro Benjamin Netanyahu, nella West Wing Lobby della Casa Bianca, 7 aprile 2025 (Official White House Photo by Daniel Torok)
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