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Cos’è la verità? è un cammino senza fine, non un possesso

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Un amore inquieto. Non una fabbrica di opinioni


di Lucia De Carolis

Cos'è la verità? è un cammino senza fine, non un possesso
Cos’è la verità? è un cammino senza fine, non un possesso

COS’È LA VERITÀ – La verità è ciò a cui la filosofia tende. Sin dai tempi di Parmenide tonnellate di inchiostro sono state versate per tentare di coglierla, definirla, svelarla. Eppure, nella sua essenza, la verità rimane sfuggente: la si può amare, cercare, testimoniare, ma mai possedere.

La filosofia, nel suo compito più alto, è proprio questo esercizio instancabile di avvicinamento a qualcosa che eccede sempre il nostro pensiero e quindi, ogni nostra definizione.

Un esempio paradigmatico è Socrate, il quale, pur dichiarandosi ignorante, dedicò la sua vita alla ricerca della verità attraverso il dialogo. Non imponeva mai una verità, ma cercava con l’altro la via per avvicinarvisi.

È sua l’espressione “so di non sapere”, che non è nichilismo, ma riconoscimento dei limiti della condizione umana, che non è puro spirito ma spirito incarnato. Socrate non dava mai una risposta ultima, e fu proprio per questa sua attitudine che fu condannato: la città non sopportava la verità che non si lascia chiudere in formule o dogmi.

Nel lavoro filosofico, specie a livelli avanzati come quello del Dottorato, la ricerca della verità impone un rigore severo: attenersi al testo dell’autore studiato, interrogare ogni parola senza proiettare su di essa le proprie convinzioni.

Eppure, la tentazione è forte: si parte da una tesi che si desidera sostenere, e il rischio è quello di piegare il pensiero dell’autore ai propri fini.

Ma questo tradisce il senso stesso della filosofia. La verità non si piega: o si lascia incontrare oppure scompare.

Heidegger, in Essere e tempo, ha mostrato come la verità sia un disvelamento (aletheia), qualcosa che si manifesta a partire da una condizione di apertura. Non si dà verità senza un uomo che si apra all’essere.

E non a caso, Heidegger insisterà su una cosa fondamentale: la verità non è costruzione né invenzione, ma è un evento, qualcosa che accade nella storia del pensiero, e che chiede ascolto, non possesso.

Nella tradizione rabbinica è noto il divieto di nominare Dio. Questo non è semplice rispetto linguistico, ma teologia: chiamare qualcuno per nome significa tenerlo in pugno.  Dio non si può afferrare o controllare, eccede sempre, perché è la verità stessa, e la verità non si domina: si invoca, si segue, si abita. Chi pensa di possedere la verità, la perde per sempre.

Simone Weil scriveva che la verità si lascia trovare solo da chi la desidera senza interesse. Non la si ottiene per forza o per conquista. La filosofia, quando è autentica, esige umiltà, che è il contrario della propaganda.

Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno opposto: la proliferazione di “verità” come costruzioni funzionali.

Un leader carismatico offre la sua versione dei fatti; i suoi seguaci riplasmano la realtà per farla aderire a quella versione. Si crea così un mito, una narrazione chiusa, blindata, a cui aderire in modo fideistico. La verità, però, non si crea. È proprio qui la differenza radicale tra filosofia e ideologia. Tra Verità e Mito. 

Nietzsche, nel Crepuscolo degli idoli, avvertiva che le verità che non si mettono più in discussione diventano idoli morti. Il filosofo è allora colui che non cessa mai di martellare, di interrogare, di scavare. Non perché ami distruggere, ma perché solo attraverso la decostruzione si apre la possibilità di accedere a qualcosa di autentico.

In un’epoca in cui la verità sembra liquefarsi nelle opinioni, o irrigidirsi nei dogmi politici e identitari, la filosofia può ricordare una cosa semplice e radicale: la verità non è un’opinione che vince, non è consenso, non è potere. La Verità è un cammino, è fedeltà al reale, -anche quando è scomodo-, è attesa, ospitalità, dialogo.

Per questo la filosofia non finisce mai, e chi vi si dedica davvero, come accade nel silenzio ostinato di un Dottorato, sa che non sta fabbricando tesi da difendere, ma sta cercando tra mille inciampi l’apparire del volto della verità non come in una fotografia, ma un volto appena tratteggiato e mai concluso. Il volto dell’amata che viene sfiorato dalla mano dell’amante.

Agostino diceva: “Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te” – il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te. Forse è proprio questa inquietudine il segno più autentico della verità: non la tranquillità di chi crede di aver capito tutto, ma l’inquietudine di chi sa di non aver ancora capito abbastanza, e proprio per questo continua a cercare.

La ricerca della verità, oggi più che mai, deve essere questa forma di amore inquieto. Non una fabbrica di opinioni, né un’arma per combattere battaglie ideologiche, ma un cammino fedele, lento, testardo, verso una verità che non si lascia costruire, ma solo incontrare. 


Verità

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Lucia De Carolis

ByLucia De Carolis

Lucia De Carolis Nata a Forlì (FC) Laureata in Filosofia, presso la Pontificia Università Gregoriana - Roma Specializzazione: Filosofia delle religioni. Votazione: Magna cum laude. Dottorato in Filosofia (in corso) presso la Pontificia Università Gregoriana. Assistente parlamentare per il Senato della Repubblica - Legislature XIII e XIV. Ha collaborato con testate giornalistiche con articoli e approfondimenti culturali, storici e religiosi. Presidente - Associazione Culturale La Melusina. Curatrice di mostre espositive e progetti culturali. Autrice di numerose pubblicazioni

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