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Se una ragazza o un ragazzo protestano: ascoltare

due giovani... ©nonsonoemergenza.itdue giovani... ©nonsonoemergenza.it

Il dovere di capire il disagio dei giovani


di Nadeia De Gasperis

Se una ragazza o un ragazzo protestano:  ascoltare
Se una ragazza o un ragazzo protestano: ascoltare

SE UNA RAGAZZA… – Lo scorso anno, al Giffoni film festival, è stata inaugurata la prima “panchina verde”, dedicata al contrasto del disagio degli adolescenti, in occasione della campagna “NON SONO EMERGENZA”.

Un luogo, la panchina, di ascolto e confronto, che il ministro Valditara dovrebbe istallare fuori dal suo “palazzo del potere” e frequentare assiduamente.

Ridicola reprimenda, quella del ministro, all’indomani delle vicende che hanno visto protagonisti i ragazzi maturandi che hanno rifiutato di sostenere l’orale.

La reazione del ministro suona come un ordine di silenzio, tanto repentina da raccontare una ostilità remota, che si legge già nei prodromi della sua riforma, così sprezzante degli strumenti necessari a maturare senso critico nei ragazzi, una riforma che taccia la geostoria di ideologia, una riforma dove dunque lo studio della geografia e della storia sono ridotti alla narrazione del  mero fatterello di casa nostra.

Detto questo, a mente fredda e lontano dai giorni del dissenso, in cui prima tre, poi  non li abbiamo contati più, già caduti nell’oblio, i ragazzi maturandi che  hanno rifiutato di discutere l’orale, previa conta dei crediti che gli garantissero la promozione.

Qualcuno ha sostenuto l’esame ma poi ha scritto lettere indignate e giudicanti  dirette ai loro esaminatori.

Penso che rispondere di impulso all’indomani di una interrogazione deludente, giudicante, non sia dissenso, è fragilità.

Rifiutare di rispondere alle domande giudicate  “vaghe” di un docente non è dissenso, è paura di confronto, di testare il proprio senso critico. Non è inusuale che all’indomani di un esame di maturità si presentino a scuola genitori, nonni e parenti vari per sostenere la tesi del maturando, un endorsement di parenti che azzarda confronti di valutazione con gli altri colleghi, con gli altri docenti, con le altre scuole, fino al buco nero.

La scuola ha fallito, tra le altre cose, nel trasmettere il valore delle regole condivise.

Una pletora di esperti, psicologi, presidi, insegnanti, scrittori ha commentato, ora con parole indulgenti, ora sprezzanti o enfatizzanti. Per qualcuno l’incapacità di accettare e valorizzare il fallimento innesca un cortocircuito educativo, alimentato da una morbosa alleanza genitori-figli.

La frustrazione del confronto e l’incapacità di accettare il fallimento, purtroppo anche all’origine della violenza di genere, sono un fallimento condiviso della scuola, della famiglia e della società.

E mi viene da dire ai ragazzi, riprendetevi gli strumenti di democrazia, i luoghi della discussione, così come erano stati concepiti tanti anni fa, le assemblee.

Le assemblee studentesche, negli Istituti secondari di secondo grado, nacquero nei primi anni settanta (1974), in un’epoca in cui i movimenti di contestazione studentesca e di protesta erano all’ordine del giorno e oggi sono ridotte alle giornate di musica in festa, quando dovrebbero essere un organo collegiale,  luogo del confronto. 

Non ricordatevi l’ultimo giorno di scuola di protestare, non date adito a me come a tanti altri di malignare e provocare.

Ministro, siediti su quella panchina verde e inizia ad ascoltare, siediti con i ragazzi, con le loro famiglie, con gli insegnanti perché la tua paura del confronto non è fragilità ma mera arroganza.


La panchina verde

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