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Trump sta davvero cambiando l’ordine mondiale?

ByStefano Rizzo

13 Settembre 2025
USA - Capitol HillUSA - Capitol Hill

Con il suo forsennato (e sconclusionato) agire


di Stefano Rizzo 13 Settembre 2025

Trump sta davvero cambiando l'ordine mondiale?

TRUMP STA DAVVERO CAMBIANDO L’ORDINE MONDIALE? – Difficile seguire le quotidiane esternazioni del presidente degli Stati Uniti. Ogni giorno dallo studio ovale trasformato in una pacchiana galleria di coppe e fregi dorati esce una valanga di ordini esecutivi, di post, di dichiarazioni, reprimende, spesso senza rispetto per la verità fattuale o anche solo la coerenza.

Sorprende, in un signore vicino agli ottanta anni, questa indefessa attività, questo continuo tonitruonare, interrotto solo di tanto in tanto da una partita a golf in uno dei suoi circoli privati.

Eppure, nonostante tutto l’iperattivismo, si ha l’impressione che non ci sia niente di nuovo; solo il ripetersi di quello che già si sa e ci si aspetta da lui. E così i sondaggi, per quello che valgono, non registrano negli ultimi mesi alcun significativo cambiamento: a fine agosto il gradimento degli americani era intorno ad un modesto quaranta per cento, mentre lo sfavore stava saldamente sopra il cinquanta per cento.

Più potere all’interno, umiliare alleati e intimotire avversari all’estero

Ma Trump continua sulla sua strada, evidentemente ben progettata fin dalla campagna elettorale, che si riassume in poche parole: acquisire sempre nuovo potere, forzando o violando la legge, nei confronti di tutti e tutto: la macchina amministrativa, l’economia, le università, la stampa, la giustizia, le istituzioni culturali, le forze armate.

E, in politica estera, mostrare la forza militare, dispensare sanzioni a destra e a manca, imporre dazi doganali, umiliare gli alleati, intimorire gli avversari, mostrarsi compiacente con i dittatori e insofferente nei confronti dei leader democratici.

C’è da rallegrarsi che, almeno per il momento, abbia lasciato cadere alcune delle boutade più clamorose dei primi mesi della presidenza: l’annessione del Canada, la conquista della Groenlandia, l’invasione di Panama.

Ogni giorno però si lamenta che meriterebbe il premio Nobel per la pace perché, dice, ha posto fine a sei guerre in pochi mesi (poi ne ha aggiunta una settima, senza specificare quale), nonostante di questo suo ruolo pacificatore  non vi sia traccia negli annali della diplomazia.

In un caso particolare, gli scontri armati tra India e Pakistan del maggio scorso, il suo intervento per far cessare le ostilità è stato seccamente smentito dal governo indiano geloso della propria autonomia. 

Trump al telefono con Putin
Al telefono con Putin

L’unico conflitto cui avrebbe la possibilità di porre termine – e se lo facesse forse sì meriterebbe il premio Nobel – è la guerra di Gaza, o meglio la mattanza di civili palestinesi a Gaza.

Trump potrebbe porvi fine perché Israele dipende economicamente e soprattutto militarmente dalle forniture di armi americane: gli aerei, le bombe, i missili con cui la Striscia è stata rasa al suolo.

Ma non lo fa, anzi dice che Israele fa bene a continuare così: che i palestinesi muoiano, che Gaza sia distrutta, tanto è già pronto un piano per il dopo, per trasformarla in una “Riviera del Medio Oriente”  con alberghi, casinò e campi da golf in stile Mar-a-Lago.

C’è poi l’altro conflitto, una guerra sanguinosa che ha già provocato la morte o il ferimento di centinaia di migliaia, forse milioni, di soldati e civili, oltre a immani distruzioni: la guerra all’Ucraina seguita all’aggressione russa.

Trump aveva promesso di porvi fine in ventiquattro ore, poi in un mese, poi in cento giorni. Ci ha messo un po’ a capire chi era l’aggressore e chi l’aggredito e intanto ha umiliato il presidente ucraino reo di non averlo ringraziato abbastanza per gli aiuti militari forniti al suo paese.

Ha corteggiato Putin, l’ha incontrato in Alaska con tutti gli onori militari e, dopo il cordialissimo incontro, si è detto sicuro che presto ci sarebbe stato un cessato il fuoco. Ha poi convocato alla Casa Bianca i leader europei, che sono prontamente accorsi sottoponendosi a uno show di piaggeria e di inutilità, e li ha assicurati che ora che la faccenda era nelle sue mani presto si sarebbe risolta.

E invece la guerra continua, anzi incrudelisce ogni giorno di più. I negoziati di pace ad Istanbul non fanno un passo avanti mentre la Russia prepara una massiccia offensiva d’autunno.

I leader europei autonominatisi “volenterosi” (termine infausto che fu usato nel 2003 per designare i paesi che “volontariamente” si aggregarono agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iraq)  confermano l’impegno a difendere l’Ucraina durante e dopo la fine delle ostilità.

Ma naturalmente sanno bene che se fornissero l’unico reale contributo di cui l’esausta Ucraina ha disperatamente bisogno — soldati — sarebbe la premessa di una guerra ben più disastrosa con la Russia.

E così ci si riunisce, ci si abbraccia (ma quanti abbracci in questi consessi internazionali!), si promette indefettibile solidarietà, ma in buona sostanza si rimane in attesa di vedere cosa farà Trump. Il quale, lungi dall’avere il bandolo della matassa, passa da un’esternazione di “scontento” ad una di fiduciosa attesa, profferisce minacce e intima ultimatum, cui non dà seguito.

In realtà la sua vanità gli impedisce di riconoscere, o di far vedere, che Putin sta solo prendendo tempo e lo sta sostanzialmente prendendo in giro.

Immagine che contiene vestiti, persona, uomo, abitoIl contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.Donald Trump e la First Lady Melania Trump nel pranzo ufficiale offerto ai leader dell’high tech industry, State Dining Room della Casa bianca, 4 settembre 2025

Pranzo offerto agli industriale dell'high tech
Pranzo offerto agli industriale dell’high tech

E la tregenda dei dazi, a cavallo tra politica estera e politica interna, ora che dopo il farsesco “Liberation Day” di aprile e il tira e molla delle successive trattative sono entrati in vigore, come è finita?

C’è una domanda che economisti, imprenditori e consumatori si pongono: i dazi che gli Stati Uniti hanno imposto al resto del mondo avranno effetti negativi sull’economia americana e su quella mondiale, come prevede la maggior parte degli economisti, o saranno un grande successo per il tesoro americano come assicura Trump e i pochi economisti a lui fedeli? 

La risposta si divide in due parti, una economica e una di politica internazionale.

Quella economica: al momento non ci sono indizi di una recessione negli Stati Uniti. La borsa ha recuperato le massicce perdite di aprile, l’inflazione è in aumento, ma contenuta e così la disoccupazione. La ragione sta nel fatto che imprese e importatori in attesa dell’entrata in vigore dei dazi hanno aumentato le scorte e hanno così potuto evitare di scaricare i rincari sui consumatori; il che sarà invece inevitabile nei prossimi mesi e nel corso del 2026 provocando o inflazione o riduzione dei consumi. 

Anche le previste conseguenze economiche della “deportazione” di centinaia di migliaia di immigrati illegali (e anche molti perfettamente legali) non si sono ancora fatte sentire sul mercato del lavoro.

Gli economisti dicono che avranno presto un impatto sui settori dove la manodopera è a maggioranza costituita da immigrati – l’agroalimentare, la lavorazione delle carni, l’edilizia – con aumento dei prezzi e scarsità negli approvvigionamenti.

Quanto all’industria manifatturiera, che era stata un suo cavallo di battaglia in campagna elettorale, negli ultimi quattro mesi ha perso oltre quarantamila posti di lavoro; gli imprenditori non assumono perché non investono e non investono perché non sanno cosa succederà nel medio termine quando, presumibilmente, Trump non sarà più presidente.

Non sanno neppure cosa succederà a breve se la Corte suprema dovesse (come sembra probabile) annullare almeno in parte i dazi imposti dal presidente senza l’approvazione del Congresso. 

Donald Trump accolto da un mix di applausi e fischi alla finale degli U.S. Open, 8 settembre 2025
Donald Trump accolto da un mix di applausi e fischi alla finale degli U.S. Open, 8 settembre 2025

Anche l’industria petrolifera, che Trump voleva rilanciare al grido di “Drill, baby drill!”, è ferma nonostante la cancellazione degli incentivi all’energia verde. Perché? Perché c’è già troppo petrolio e gas naturale in giro, i prezzi sono bassi e trivellare nuovi pozzi semplicemente non conviene.

La parte di politica internazionale si riassume in una parola: fiducia, o meglio mancanza di fiducia.

L’effetto dei dazi, all’inizio imposti per decreto, poi parzialmente negoziati ma sempre sotto la minaccia di ritorsioni, è stato di fare perdere la fiducia nell’affidabilità e nella correttezza commerciale degli Stati Uniti.

Gli alleati, europei e non, si sono sentiti offesi da un trattamento che feriva il loro orgoglio nazionale. Gli avversari vi hanno visto la conferma dell’arroganza degli Stati Uniti, sempre pronti ad invocare il rispetto del diritto internazionale, ma solo per gli altri e non quando non conviene loro.

Il paradosso è che alla fine della commedia alleati come l’India o il Canada sono stati trattati, dal punto di vista dei dazi, molto peggio di presunti avversari come la Cina. 

A minare la fiducia non sono stati soltanto i dazi e l’umiliante trattamento economico e diplomatico riservato ai propri alleati dall’amministrazione.

Anche la fiducia nella sicurezza militare garantita dalla potenza militare americana sta venendo meno.  Dopo l’attacco di Israele a Doha, anche gli alleati del Golfo  (come gli europei quando gli è stato imposto di aumentare le spese militari al cinque per cento del Pil, pena l’abbandono da parte americana) si interrogano su quanto valgano le garanzie di sicurezza del grande e potente alleato e a cosa servano le sue basi militari e le migliaia di soldati stazionati nella regione.

Gli uni e gli altri, avversari e alleati, comunque vadano le cose nei prossimi anni, non dimenticheranno l’umiliante estate del 2025.

Ora che il bene prezioso della fiducia è perduto, ci vorranno anni per ricostituirlo. E nel frattempo gli alleati (non più certi di esserlo) si guarderanno intorno alla ricerca di partner commerciali e strategici più affidabili.

Gli avversari vedranno nello sfarinamento della coalizione liberaldemocratica, un tempo guidata dagli Stati Uniti, un’opportunità per perseguire le proprie ambizioni, sia quelle legittime, sia quelle aggressive nei confronti dei propri vicini.

In entrambi i casi nei prossimi anni assisteremo ad una scomposizione e ricomposizione dell’ordine mondiale che ha regolato i rapporti tra gli stati negli ultimi ottanta anni.

 Da questo punto di vista la presidenza Trump può davvero definirsi rivoluzionaria. Nonostante le incognite, non è detto che sia un male per il mondo, almeno in prospettiva.

Ma certo non è un bene per gli Stati Uniti in crescente perdita di rilevanza e di prestigio.

Immagini in parte dell’archivio di UNOeTRE.it e in parte da Ytali.com dell’account X della Casa bianca (The White House @WhiteHouse)

fonte Ytali.com

Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


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ByStefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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