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La parola non è più libera in America con Trump

ByStefano Rizzo

27 Settembre 2025
Primo emendamento della Costituzione americana da Ytali.comPrimo emendamento della Costituzione americana da Ytali.com

di Stefano Rizzo

La parola non è più libera in America con Trump da www.spj.org/gagged-get-involved
www.spj.org/gagged-get-involved

LA PAROLA NON È PIÙ LIBERA IN AMERICA CON TRUMP – Il Congresso non promulgherà leggi … che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea…

Così recita (in parte) il Primo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti approvato nel 1791 e che insieme ad altri nove costituisce la carta dei diritti fondamentali (Bill of Rights) del popolo americano.

Ma se il Congresso non può promulgare leggi che limitano la libertà di parola, ecc., può farlo il Presidente? Anche qui la Costituzione, per quanto stringata, è molto chiara: “Il potere esecutivo è attribuito al Presidente degli Stati Uniti” (art. 2), che avrebbe così il solo, per quanto importantissimo, compito di attuare e di fare rispettare le leggi approvate dal Congresso.

È pur vero che il Presidente può emanare i cosiddetti ordini esecutivi (Trump ne ha firmati una marea: più di duecento), ma questi, a differenza dei decreti legge nei sistemi parlamentari, non hanno la stessa forza delle leggi (statutes) approvate dal Congresso: durano soltanto finché è in carica il Presidente e soprattutto non possono modificare leggi già esistenti e tanto meno la Costituzione — cosa che invece Trump con i suoi “ordini” ha fatto ripetutamente.

Sono, o dovrebbero essere, direttive ai ministeri e alle agenzie di governo su come attuare le leggi approvate dal Congresso.

Quanto alla libertà di parola codificata nel Primo emendamento, la magistratura ha da sempre riconosciuto che possano esserci alcune eccezioni: la prima, quando un discorso o una pubblicazione incita esplicitamente e concretamente a compiere un atto di violenza; e la seconda, quando, in determinate circostanze, possa provocare una concreta situazione di pericolo (è il classico esempio del gridare “all’incendio” in un teatro affollato.)

Per il primo motivo (incitamento alla violenza) pochi giorni dopo l’assalto a Capitol Hill del 5 gennaio 2021 Facebook e Twitter “bannarono” Trump dalle rispettive piattaforme e il ministero della giustizia lo incriminò per avere aizzato la folla dei rivoltosi. L’accusa è poi stata fatta cadere una volta che Trump è stato rieletto e la Corte suprema ha sentenziato anche la sua passata immunità.

Sul secondo punto (creare una situazione di pericolo), già nel 2020, in pieno Covid, Trump era stato sospeso dalle piattaforme social per i suoi post sull’epidemia (ad un certo punto disse che si poteva curare con iniezioni di varechina), la cui diffusione metteva concretamente in pericolo la vita di milioni di americani.

Anche in questo caso, ridiventato presidente, è stato riammesso trionfalmente su tutte le piattaforme, anche se lui preferisce usare Truth Social, che si era creato personalmente quando era stato cacciato dalle altre.

© Gagged America
Un altro settore della vita sociale in cui, in contrasto con la lettera della Costituzione, la libertà di espressione è stata sistematicamente limitata negli Stati Uniti è quello della sessualità.

Fin dal Settecento molte delle colonie che poi andranno a formare gli Stati dell’Unione furono spinte dalle origini puritane e evangeliche ad adottare leggi contro “l’oscenità” (obscenity laws) che punivano scritti, parole e comportamenti “lussuriosi” o “contro natura”, perfino nel chiuso delle proprie abitazioni.

Nel 1873 fu approvata una legge federale, il Comstock Act che vietava la distribuzione e vendita di materiale considerato osceno.

Nel corso del Novecento sotto la scure della legge caddero numerosissimi libri, tra cui l’Ulisse di James Joyce, Tropico del cancro di Henry Miller e perfino Il Mercante di Venezia di Shakespeare, che potevano essere letti solo clandestinamente.

Negli ultimi decenni la situazione è molto peggiorata per iniziativa di singoli Stati e distretti scolastici a governo repubblicano che, nell’ondata di reazione nei confronti di tutto ciò che viene considerato “cultura woke”, hanno proibito perfino classici americani come Le Avventure di Huckleberry Finn (i due protagonisti sono sospettabili di omosessualità), i romanzi di Toni Morrison, di Harper Lee, e in genere tutti i libri che possono essere imputati di teoria di genere o di teoria critica della razza.

Con la prima presidenza Trump, e ora con la seconda, anche a livello federale sono state epurate biblioteche e archivi storici che valorizzano il ruolo delle donne, dei neri e dei “diversi” nella vita del Paese. Fino al ridicolo di cancellare “Enola Gay” dagli archivi del Pentagono (era il nome, che lui aveva dipinto sulla fusoliera, della madre del pilota che scagliò la bomba atomica su Hiroshima).

Il paradosso è che mentre tutto ciò avviene in un crescendo nelle scuole, nelle biblioteche, negli archivi, fin dal 1973 la Corte suprema aveva emesso una sentenza (Miller v. California) con la quale di fatto cancellava le “obscenity laws” in tutto il paese e liberalizzava la pornografia, purché si potesse dimostrare che avesse un qualche “valore artistico redimente”.

La parola non è più libera in America con Trump

Naturalmente l’applicazione di quello che è stato chiamato il Miller Test per giudicare se un prodotto (libro, film) può essere distribuito è alquanto farraginosa, con la conseguenza che l’industria del porno negli ultimi cinquanta anni è enormemente cresciuta. (Si veda a questo riguardo la bella serie televisiva The Deuce di David Simon.)

Di tutto ciò Donald Trump rappresenta un epifenomeno, nel senso che egli interpreta la cultura misogina, razzista e sessuofobica dei suoi sostenitori, e allo stesso tempo i suoi trascorsi — e condanne — per stupro e molestie, la sua amicizia personale con il pedofilo Epstein, lo rendono anche un punto di riferimento per la ciurma opposta di gaudenti senza limiti.

Ma lo specifico di Trump in questi mesi e settimane, particolarmente dopo l’omicidio dell’attivsta MAGA Charlie Kirk, è il continuo attacco alla stampa e ai giornalisti perché “parlano male di me”, perché “diffondono fake news”, perché “non sono patriottici e trasformano il buono in cattivo” e perché infine “incitano alla violenza”.

La colpa di tutto ciò è della stampa liberal, portavoce del partito democratico, che ne approfitta per pura malvagità e interesse personale.

Questa la narrazione trumpiana. Che ha giustamente accresciuto il sospetto circa le sue pulsioni antidemocratiche e autoritarie, sospetto aggravato dai licenziamenti arbitrari nei confronti di dirigenti e personale dei vari ministeri che non si uniformano ai suoi desiderati, dagli attacchi contro l’indipendenza delle istituzioni culturali, la magistratura, le università, le imprese che non si piegano ai suoi voleri, e naturalmente la crudele disumanità con cui ha affrontato il problema, pur reale, dell’immigrazione clandestina.

Su tutto questo la stampa, le televisioni, i cronisti e i commentatori e anche i comici, parlano, criticano aspramente Trump, lo irridono. E lui non può sopportarlo. Per la verità non è il primo presidente della storia americana a non sopportare le critiche della stampa reagendo con azioni repressive o intimidatorie.

Nel corso del Novecento Woodrow Wilson e F. D. Roosevelt approvarono leggi che limitarono la libertà di espressione e fecero anche incarcerare i giornalisti che erano contrari all’entrata in guerra degli Stati Uniti.

Richard Nixon cercò di impedire al “New York Times” di pubblicare i Pentagon Papers che mettevano in luce la catastrofica conduzione della guerra del Vietnam. George W. Bush negli anni 2000, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, spinto soprattutto dal suo vice Dick Cheney, allontanò dalla Casa Bianca i giornalisti critici.

Trump arriva buon ultimo in questa secolare storia di insofferenza tra la Casa Bianca e il mondo dell’informazione nelle sue varie forme.

Ma c’è una differenza sostanziale tra il suo operato e quello dei suoi predecessori.

Nel limitare o tentare di limitare la libertà di stampa, cioè di critica all’operato del governo, essi agivano in presenza di gravi emergenze nazionali: prima guerra mondiale, seconda guerra mondiale, terrorismo. Nel caso di Trump non esiste alcuna di queste circostanze attenuanti.

Le sue azioni sembrano dettate da pura sete di potere, da meschine vendette personali contro chi in passato lo ha ostacolato, e insieme a tutto questo dall’intenzione di favorire i suoi sodali e punire i suoi avversari, guadagnandoci qualcosa.

26 Settembre 2025


fonte Donald Trump di Ytali,com

Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


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ByStefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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