Più che un piano, un editto
di Stefano Rizzo
LI SOPRANI DER MONNO VECCHIO, NON PIANO DI PACE – Lunedì scorso alla Casa bianca il presidente americano e il primo ministro israeliano hanno presentato uno “storico” piano di pace per “porre fine a migliaia di anni di conflitti”, un piano che “finalmente porta la pace perpetua non soltanto a Gaza ma in tutto il Medio Oriente” e costituisce “uno dei giorni più belli e importanti nella storia della civiltà”.
Attraverso la nebbia di queste farneticazioni trumpiane, che alcuni attribuiscono ad un incipiente decadimento mentale (di nuovo!), si intravede qualcosa di più chiaro nel senso di un discorso che è andato avanti in tono monocorde per più di mezz’ora tra lodi smodate (per se stesso), insulti velenosi (per Joe Biden), congratulazioni sperticate a Bibi (Netanyahu) per “il più grande successo della sua carriera politica”.
Co st’editto annò er boja pe ccuriero,
Interroganno tutti in zur tenore;
E arisposeno tutti: È vvero, è vvero.
G. G. Belli, “Li Soprani der monno vecchio”, 1832
Non sono mancati i ringraziamenti a tutti i leader arabi e mussulmani, definiti invariabilmente “ottime persone”, “persone eccezionali”, e ammirati da Trump perché ricchi di quella ricchezza pacchiana che a lui piace e autocrati che non conoscono elezioni, né libere né di altro genere.
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace
E non sono mancati gli insulti e la presa in giro nei confronti degli europei rappresentati come scolaretti adoranti che gli avrebbero tutti telefonato per esprimere la loro ammirazione per la grande impresa di pace che lui – Trump – aveva compiuto: “Ma davvero ci sei riuscito? ma è straordinario! Nessuno ci era riuscito prima di te, nonostante ci avessero provato in tanti per decenni” – gli avrebbero detto.

Si sarebbe tentati di liquidare con la scrollata di spalle con cui vengono ormai accolte le esternazioni logorroiche trumpiane anche questo miserevole livello di linguaggio diplomatico; se non fosse che, come ricordano i versi di Gioacchino Belli, quando un re da un palazzo manda fuori un editto, e lo fa accompagnare dal boia (un “boia” che può distribuire dazi e sanzioni a destra e a manca oppure trattamenti preferenziali a discrezione del sovrano), “arispondono tutti: È vvero, è vvero”.
Reazione comprensibile e non solo per le minacce o le promesse sottintese nell’ “editto”. Due anni di carneficina seguita agli attacchi del 7 ottobre hanno stancato e inorridito tutti.
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace
Chi non vorrebbe che si ritornasse a una qualche forma di normalità, che tacessero le armi, anche al prezzo di lasciare irrisolti i problemi alla radice del conflitto? Non sorprende che i paesi europei, che si sono mostrati nel corso di questi mesi e anni totalmente incapaci di esercitare una qualunque pressione politica, diplomatica o economica sull’ “alleato” israeliano, abbiano accolto con apprezzamento il piano Trump: se porterà a qualcosa ci tirerà dagli impicci, se non porterà a nulla non sarà colpa nostra.
La faccenda intanto non ci riguarda e non ci coinvolge. Abbiamo condannato Israele per le stragi ingiustificate e chiesto l’invio di aiuti umanitari. Con ciò abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare dal momento che le chiavi anche di questa guerra sono nelle mani degli Stati Uniti.
Così si autoassolvono i paesi europei e i vertici dell’Unione per la loro ignavia e impotenza.
L’apprezzamento dei paesi arabi è ancora più comprensibile. I leader autocratici di quei paesi vivono in una tensione continua tra gli interessi miliardari dei propri fondi sovrani e delle proprie economie rentier, da una parte, e l’opinione delle proprie popolazioni dall’altra.
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace
La “strada araba” è sempre più indignata per il trattamento brutale inflitto ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, e in qualche modo i governanti arabi devono tenerne conto.
Con il suo piano Trump gli ha offerto un gingillo dorato e gli ha fatto balenare una via di uscita da una impasse che dura (non certo da secoli e tantomeno da millenni!), ma da decenni, cioè dalla fondazione dello Stato di Israele: combatterlo o conviverci, e fino a che punto ci si può convivere quando Israele massacra gli arabi di Gaza (e della Cisgiordania) e mantiene i propri cittadini arabi (almeno due milioni) in una condizione di discriminazione sociale ed economica che le Nazioni Unite hanno definito apartheid?
È un gingillo dorato fatto di “Board per la pace”, di “Forza internazionale di stabilizzazione (ISF)”, di Amministrazione temporanea tecnocratica, e reso luccicante da investimenti immobiliari che promettono di trasformare Gaza in una delle “prospere città miracolo del Medio Oriente”; in altri termini in quella “Riviera di Gaza” annunciata da Trump fin dal maggio scorso dalla quale i palestinesi (e questa è una novità positiva) non verrebbero cacciati, ma avrebbero la possibilità di lavorare (supponiamo) negli alberghi, nei casinò, nelle residenze lussuose della “Nuova Gaza”.
Dietro al gingillo fatto ciondolare davanti agli occhi dei leader arabi, tuttavia, non c’è niente di concreto: l’intero progetto galleggia in una nebbia di vaghezza non sporcata dall’infinita miseria e distruzione, dai morti che quotidianamente continuano ad accatastarsi tra i cumuli di macerie. Serve però a consentire ai leader arabi di poter dire che qualcosa si sta facendo per fermare la guerra e tranquillizzare così le proprie inquiete popolazioni.
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace

E naturalmente, non detti, ma visibili in controluce, ci sono gli affari.
Non a caso Trump nel suo discorso ha menzionato e lodato i suoi due rappresentanti in Medio Oriente e principali artefici del Piano: il genero Jared Kushner che cura i grossi investimenti immobiliari e finanziari della famiglia Trump in Arabia saudita, e l’inviato speciale e vecchio sodalo immobiliarista newyorkese Steven Witkoff, con i suoi miliardari interessi finanziari nel fondo sovrano del Qatar.
C’è poi Tony Blair, l’ex primo ministro inglese caduto in disgrazia per avere spinto il proprio paese a fianco degli Stati Uniti nelle guerre mediorientali.
Quello di Blair è curiosamente l’unico nome menzionato tra i venti punti del piano di pace; la ragione sta nel fatto che le consulenze milionarie di Blair per l’Arabia saudita e altri paesi del Golfo, sia direttamente sia attraverso la sua società Tony Blair Institute (ottocento dipendenti in quaranta paesi e centinaia di milioni di dollari di fatturato), i suoi interessi nella British Petroleum, lo rendono un personaggio interessante per Donald Trump, che ha pensato a lui come possibile governatore di Gaza assieme a se stesso e a non si sa quale leader arabo: un progetto neocoloniale di protettorato in stile anni Trenta che espropria completamente i palestinesi del loro diritto all’autodeterminazione.
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace
Ma intanto, se si fermasse il massacro, se venissero restituiti gli ostaggi, i vivi e i morti, se si consentisse ai sopravvissuti di Gaza di riprendere a vivere, se Hamas e le altre organizzazioni che noi definiamo terroristiche, ma che soggettivamente si autodefiniscono di liberazione, lasciassero il potere e cessassero di combattere, sarebbe una cosa buona o no?
Certamente lo sarebbe come lo sarebbe qualunque proposta di pace, di giustizia, di felicità in quella come in ogni altra parte del mondo.
Il punto è che mancano gli elementi concreti perché il piano tanto strombazzato si realizzi e, dopo un iniziale (ed interessato) entusiasmo, non finisca nel nulla come gli altri progetti di pace di Trump.

Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace
Perché a leggerlo, quel piano, nonostante le mirabolanti promesse, dice alcune cose che spengono ogni entusiasmo.
Dice in primo luogo che Hamas dovrà disarmare e Gaza dovrà essere “deradicalizzata” (cosa vorrà mai dire?).
Ma anche se, come molti si augurano, Hamas accettasse di cedere le armi e i suoi miliziani amnistiati si dileguassero tra la popolazione, niente impedisce che in un futuro non lontano la stessa Hamas o un’altra organizzazione con un altro nome riprenda la lotta armata contro Israele.
Dice che l’esercito israeliano si ritirerà da Gaza in varie tappe (e anche qui non ci sono né termini perentori né garanzie), ma manterrà sempre un “perimetro di sicurezza” all’interno dei confini di Gaza.
Insomma, nel mentre che Blair e Trump costruiranno la loro Riviera si tornerà alla situazione precedente al 7 ottobre, con una striscia di Gaza dove la popolazione viveva rinchiusa come in una grande prigione a cielo aperto senza potere né uscire né entrare senza il permesso dell’esercito israeliano.
Del resto, appena tornato in patria, Netanyahu l’ha detto con chiarezza: “Non lasceremo mai Gaza e non permetteremo mai la nascita di uno Stato palestinese.”
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace

E qui arriviamo al punto fondamentale di questo ridicolo piano di pace.
Nonostante il millenarismo di cui è infarcito non affronta in alcun modo il problema dei problemi, la causa fondamentale del conflitto tra Israele e i palestinesi, che al pari di tutte le guerre di liberazione nazionale è un conflitto asimmetrico in cui una parte, gli occupanti, usa la potenza di un esercito industrializzato mentre l’altra parte, gli occupati, combatte con la sorpresa della guerriglia e delle azioni terroristiche.
Tutte le guerre di liberazione hanno avuto queste caratteristiche, dalla guerra peninsulare (1808-1814), la prima guerra partigiana moderna tra i ribelli spagnoli e l’esercito di Napoleone, alla guerra del Vietnam e alle guerre di indipendenza in Africa, in Asia, in Irlanda.
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace
In tutti questi conflitti vi è sempre stato un elevatissimo tasso di crudeltà nei confronti dei civili, che diventano il bersaglio principale sia dell’una che dell’altra parte. E invariabilmente si concludono con la ritirata dell’esercito occupante quando ritiene di non volere più sopportare i costi materiali e umani dell’occupazione.
Lo specifico del conflitto israelo-palestinese è che l’occupante non può andarsene perché non ha alcun posto dove andare: la terra dove si trova è l’ultimo rifugio dopo che è stato costretto a lasciare l’Europa dopo lo sterminio (il genocidio) dell’Olocausto. Ma neanche i palestinesi hanno un posto dove andare perché la Palestina, che gli israeliani chiamano Galilea e Samaria, è anche la loro terra da cui sono stati cacciati ottanta anni fa e vengono ogni giorno cacciati da continui insediamenti illegali israeliani.
È precisamente questo che rende intrattabile il problema e rende difficile la soluzione, che scalda gli animi e alimenta gli odi: due popoli che a buon diritto reclamano la stessa terra. E tuttavia, finché non verrà risolto il problema di dare un proprio Stato in cui vivere in autonomia e sicurezza ad entrambi i popoli, la pace nella regione non verrà mai raggiunta.
Checché ne dica il ridicolo e inefficace piano di pace di Trump-Netanyahu.
Li Soprani der monno vecchio, non piano di pace
Le immagini che appaiono nell’articolo sono riprese da Ytali.com
3 Ottobre 2025
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fonte Ytali.com
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