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Cosa succede a Gaza dopo il blocco della Flotilla

Global Sumud Flotilla per Gaza da FacebookGlobal Sumud Flotilla per Gaza da Facebook

Info divisa, ma emergono alcune linee comuni


di Antonella Necci

Cosa succede a Gaza dopo il blocco della Flotilla

COSA SUCCEDE A GAZA DOPO IL BLOCCO DELLA FLOTILLA – La “Global Sumud Flotilla”, una spedizione navale formata da decine di imbarcazioni cariche di attivisti, politici di vari paesi, giornalisti, promossa come un’azione umanitaria per infrangere il blocco navale di Israele su Gaza, è stata intercettata nel Mediterraneo. 

Alcuni dei partecipanti sono stati arrestati o trattenuti, altri espulsi o rientrati nei loro paesi d’origine.

Le condizioni nella Striscia di Gaza restano drammatiche: distruzione massiva di infrastrutture, crisi umanitaria che molti definiscono gravissima, con difficoltà di accesso all’acqua, al cibo, alla sanità. 

Il blocco, sia navale che di fatto terrestre, continua a limitare gravemente i corridoi umanitari.

Gli attivisti della Flotilla sostengono che la loro missione sia pacifica, nonviolenta, e in qualche modo obbligata dal diritto internazionale a cercare di rompere ciò che definiscono un assedio ingiusto. 

Israele invece giustifica il blocco come misura di sicurezza e qualifica alcune azioni della flotilla come provocazioni.

La stampa internazionale è divisa, ma emergono alcune linee comuni:

Denuncia del blocco e delle sue conseguenze: molte testate riportano come il blocco navale, gli attacchi, le restrizioni su Gaza stiano producendo una crisi umanitaria sempre più grave.

Le infrastrutture sono distrutte in larga parte, il numero dei civili sfollati è enorme, scuole, strade, ospedali gravemente danneggiati.

Critiche legali e morali: si cita il diritto internazionale marittimo, le convenzioni umanitarie, e rapporti di ONG come Amnesty International, che definiscono illegale l’intercettazione della flotilla in acque internazionali.  Anche l’ONU solleva la questione.

Dubbi e cautela politica: alcuni giornali sottolineano che bloccare la Flotilla rischia di dare forza ai critici di Israele, ma avvertono anche che azioni unilaterali da parte degli attivisti possono complicare i negoziati diplomatici.

Critiche a Israele e all’esposizione internazionale: emerge che Israele sta perdendo parte della “luce della ribalta”, non che l’attenzione internazionale sia scomparsa, ma che la sua azione militare e politica sia sempre più sotto scrutinio, con crescenti denunce di violazioni dei diritti umani. Testate che normalmente erano meno critiche sembrano oggi riportare anche i costi umani delle operazioni di sicurezza.

Nella narrazione di quanto stia accadendo in questo weekend lungo qui,in Italia, c’è una forte dose di emotività che preferisco non mostrare. Con grande soddisfazione ho visto giovani e meno giovani invadere la piazza e prendersi la scena.

Tante brave persone che,invece di sentire le parole di una vuota politica, hanno deciso che la storia si può cambiare dal basso, dai passi mossi in autonomia di pensiero, dalla negazione dei richiami di chi vuole “dividere per imperare” (fatemi passare il nuovo termine or ora coniato).

I quotidiani internazionali, quindi hanno fatto,una volta tanto, il proprio dovere, riportando di una grande manifestazione mondiale: in Turchia,dove centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a sostegno dei palestinesi e della Flotilla, specie ad Istanbul ma anche in altre città.

In Australia dove politica ed opinione pubblica stanno sottolineando la necessità di interventi più decisi, con il ritiro di appoggi diplomatici o economici, nel caso si continui a violare il rispetto dei diritti umani.

Manifestazioni in Europa (Regno Unito, Spagna, Francia), in Asia, in Medio Oriente e in altri continenti, con richieste per un cessate il fuoco, per la rimozione del blocco, per il rispetto del diritto umanitario.

La pace è ancora lontana,però.

Le divisioni interne in Israele,il ruolo di Hamas e di altri gruppi armati che hanno come obiettivo dichiarato di continuare la resistenza, rendono difficile trovare un punto d’incontro su un cessate il fuoco duraturo, scambio di prigionieri, confini, e soprattutto su cosa significhi fine dell’occupazione, se non smantellamento reale del blocco.

Quindi, per quanto la pace sia evocata, molti analisti la vedono come lontana, almeno finché non ci sarà una forte pressione internazionale e soprattutto una presa di posizione europea molto netta che costringa le parti a negoziare con concessioni reali, non solo dichiarazioni.

Va riconosciuto,quindi, il coraggio di chi partecipa a queste iniziative di pace: attivisti civili che rischiano arresto, deportazione, violenza, detenzione; figure pubbliche che accettano il prezzo della visibilità in cambio dell’obiettivo di attirare l’attenzione su Gaza.

Greta Thunberg è uno dei nomi più noti, ma ci sono tante persone comuni che con gesti simbolici e concreti cercano di mettere in discussione un ordine che continua a tollerare sofferenza.

Le manifestazioni in tutto il mondo sono la prova che, nonostante i muri, le barriere, le diffidenze, c’è una diffusione crescente di indignazione, compassione, richiesta di giustizia.

È importante mantenere alta l’attenzione su queste persone oneste: hanno un peso morale, simbolico, concreto.

Spesso i media mainstream le usano come immagini forti, ma che presto si possono dimenticare; perciò è fondamentale continuare a dar voce, a documentare, a pretendere trasparenza e rispetto della vita umana.

Infine, mi preme ancora una volta sottolineare, come una parte di questo conflitto, e del modo in cui viene rappresentato, si basa su narrazioni religiose, che vengono usate come giustificazione morale, ideologica, quasi sacrale, da parte di leader che al contempo perseguono interessi politici e militari.

Quando la religione diventa strumento di potere, diventa baluardo dietro cui nascondersi  per evitare le critiche, la responsabilità, per mobilitare fedeli in un “noi contro loro”, per semplificare il conflitto rendendolo meno negoziabile.

Tutto questo rende il conflitto più duro da risolvere, perché non basta parlare di confini, di diritti, di accordi: entra in gioco la fede, l’orgoglio spirituale, la memoria collettiva, elementi che toccano l’anima delle persone.

E chi governa, chi ha forza militare, spesso sfrutta queste leve: usare la religione come legittimazione di atti cruenti, come scudo morale, come giustificazione ultima.

Chi partecipa alla Flotilla, chi manifesta nelle piazze del mondo, chi denuncia le violazioni, merita perciò grande rispetto: non sono fanatici, non sono utopisti impraticabili, sono persone che credono che un altro ordine sia possibile, che la vita umana debba contare più delle frontiere imposte, delle armi, delle ideologie religiose.

E se dai miei pensieri qualcuno scoverà una vena di anti-semitismo, mi preme ricordare loro che l’ebraismo è una religione come un’altra, non ha niente di speciale, se non l’inutilità di tutte le religioni e che, se si deve proprio trovare quel “qualcosa contro”, direi che attraverso queste mie parole si percepisce una forte insofferenza verso i delinquenti e gli assassini, perché togliere la vita al prossimo non può ricevere alcuna giustificazione.  Mai.


Sequestro della Flotilla

Antonella Necci su UNOeTRE.it

ByAntonella Necci

Sono Antonella Necci nata a Roma vivo a Roma e insegno lingua e civiltà inglese in un liceo ad indirizzi classico e linguistico. Sono appassionata di storia e filosofia ma voglio provare ad iscrivermi nuovamente all'università. Ho intenzione di ricominciare a studiare per diventare medico, se mi riesce. È sempre stato il mio sogno ma per pigrizia non mi sono voluta misurare con il lavoro da affrontare con la facoltà di medicina.Cos'altro aggiungere? Non mi piace parlare di me!Ah una cosa però la voglio dire: il mio regista preferito è Ken Loach e spero tanto che vinca la Palma d'oro a Cannes visto che presenta un film di connotazione prometeutica!

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