Il cessate il fuoco, perché di questo si tratta
di Stefano Rizzo

LE RAGIONI DI UNA PACE FRAGILE E INCOMPIUTA – Il punto non è tanto chi ha perso e chi ha vinto nell’accordo di pace che verrà firmato in pompa magna al Cairo.
Ognuno dei due contendenti Hamas e Israele ‒ ha vinto e ha perso qualcosa. Il cessate il fuoco, perché di questo si tratta e non di una vera pace che dia garanzie di essere duratura, è come sempre il risultato di un compromesso.
Israele ha accettato di ritirarsi, gradualmente e solo in parte, da Gaza nonostante i suoi esponenti avessero dichiarato che mai avrebbero lasciato la Striscia; ha accettato di rilasciare centinaia di ergastolani condannati per reati di terrorismo e liberare migliaia di abitanti di Gaza arrestanti durante la guerra, tra cui sicuramente ci sono alcuni o molti di coloro che avevano partecipato al massacro del 7 ottobre; ha rinunciato alla richiesta che Hamas ceda tutte le armi, che i suoi militanti lascino la Striscia e non abbiano alcun ruolo nel futuro governo di Gaza; ha infine accettato, anche se solo in linea di principio e in forma assai vaga, la futura indipendenza del popolo palestinese e l’eventuale costituzione di uno Stato di Palestina, nonostante ancora qualche giorno fa avesse dichiarato che mai e poi mai ve ne sarebbe stato uno.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
Hamas per parte sua ha accettato di restituire gli ostaggi, i pochi ancora in vita e i cadaveri dei morti, rinunciando così all’unica arma di pressione sul governo israeliano, senza ottenere in cambio ciò che aveva chiesto come condizione irrinunciabile: il ritiro completo dell’esercito israeliano dalla Striscia; ha accettato di deporre (non di consegnare) le armi senza alcuna garanzia che i carri armati israeliani, stazionati a pochi chilometri dai centri un tempo abitati e ora in rovina, riprendano la loro opera di distruzione e di morte; ha accettato tutto ciò con un unico disperato appello a Donald Trump, il principale e indispensabile sostenitore della forza israeliana, affinché si faccia garante del mantenimento del cessate il fuoco.
Chi ha sicuramente vinto grazie a questo compromesso sono gli ostaggi, che potranno ritornare alle loro case dopo due anni di crudelissima prigionia, e i loro familiari e quella parte della popolazione israeliana che da subito dopo il 7 ottobre ha incessantemente chiesto e manifestato per la loro liberazione e per la fine della guerra; che guerra non è stata, ma dapprima rappresaglia e vendetta e poi massacro indiscriminato e di massa di civili, distruzione quasi totale dei centri abitanti, carestia imposta, rimozione forzata della popolazione con l’obbiettivo di espellerla permanentemente.
Ora che cessano i cannoneggiamenti, i tiri dei cecchini, i bombardamenti dall’alto e che saranno lasciati entrare gli aiuti umanitari di cibo e medicinali, quella gente potrà riprendere a vivere, ancorché in modo miserabile per un lungo e indefinito periodo di tempo. Ma almeno vivere.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
Quindi un compromesso, che in quanto tale, e solo limitatamente a quanto per il momento stabilisce, può essere salutato con favore.
Come si è arrivati a tanto dopo mesi di trattative infruttuose, di pressioni inani della comunità internazionale, di indignazione crescente dell’opinione pubblica mondiale? Torniamo ai fondamentali.
Delle tre componenti di un conflitto armato ‒ il popolo, il governo, l’esercito (Carl von Clausewitz, Vom Kriege) ‒ Israele ne aveva perse o visto fortemente indebolite due.
Il popolo, non soltanto i parenti degli ostaggi, dopo i primi mesi di una guerra considerata una giusta rappresaglia per la strage del 7 ottobre, era diventato sempre più ostile alla continuazione delle operazioni militari; non certo perché fosse inorridito (a parte alcune frange motivate da sentimenti umanitari) per le stragi di civili, ma perché non vedeva sbocchi al conflitto, considerava inaccettabile la perdita di centinaia (quasi 900 ad oggi) di propri soldati e il continuo stress sulla vita quotidiana dello stato di guerra.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
Israele aveva perso anche la seconda componente: l’esercito
Non perché difettasse di armamenti e della capacità di combattere, ma perché la chiamata alle armi di tutti i riservisti e, per la prima volta, degli ebrei ortodossi stava mettendo a dura prova l’organizzazione militare, l’economia e la stessa coesione sociale. Inoltre, i vertici delle forze armate e quelli della sicurezza avevano apertamente manifestato il loro dissenso nei confronti della continuazione della guerra e avevano accettato di combattere solo per disciplina militare.
Restava ad Israele la terza componente: il governo, sempre determinato, anche per le pressioni dei suoi membri più oltranzisti e di estrema destra, a perseguire l’obiettivo di sradicare Hamas dalla Striscia, espellere gli abitanti e “colonizzarla” permanentemente con insediamenti israeliani.
Le pressioni internazionali e la condanna dell’opinione pubblica mondiale, che avevano portato all’isolamento e al discredito di Israele, non avevano smosso la determinazione del governo a perseguire i propri obiettivi con estrema durezza.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
Quanto ad Hamas, la sua forza militare era fortemente indebolita dai continui bombardamenti, dall’uccisione dei vertici militari, dall’interruzione degli approvvigionamenti di materiale bellico e dall’uccisione di migliaia (non ci sono al momento cifre attendibili) di combattenti.
Ma allo stesso tempo la leadership militare e i miliziani rimasti, disposti a morire per la propria causa, sembravano intenzionati a continuare a combattere. Il popolo di Gaza invece, stremato da immani sofferenze, voleva l’interruzione della guerra.
Non sappiamo quanto si fosse erosa la fiducia nei confronti di Hamas e quanta ostilità vi fosse nei confronti dei suoi leader militari per avere provocato con il massacro del 7 ottobre la violentissima reazione israeliana, ma certo la popolazione aveva raggiunto un punto di rottura (che si verifica in ogni guerra) quando, a prescindere dalle motivazioni, dalle ideologie e anche dall’odio per il nemico, la sopravvivenza personale diventa il primo e fondamentale obbiettivo.
La terza componente, il “governo” civile di Hamas, ospitato da anni nel Qatar, era a sua volta sottoposto alle pressioni dei paesi arabi “amici” perché concludesse il conflitto; e ciò per due fondamentali motivi: il primo, la preoccupazione e l’indignazione delle popolazioni per i massacri perpetrati nei confronti dei loro “fratelli” arabi.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
Per Israele e Hamas 2 componenti essenziali erano venute meno
Per quanto autoritario e dispotico, qualunque regime che tenga alla propria stabilità deve tenere conto delle pressioni della propria popolazione.
Il secondo motivo è legato ai cospicui interessi che legano gran parte dei Paesi arabi del Golfo all’economia e alla finanza mondiali.
La guerra di Gaza, e con essa i sistematici attacchi di Israele in Libano, in Siria, in Iran, in Yemen, e infine lo sconsiderato bombardamento dei negoziatori in Qatar mettevano a rischio la stabilità (e quindi i commerci) della regione, interrompevano il processo di normalizzazione iniziato con gli accordi di Abramo, creavano tensioni con il principale fornitore di armamenti e di alta tecnologia, gli Stati Uniti.
A fine settembre quindi per entrambi i contendenti, Israele e Hamas, almeno due delle componenti essenziali per la continuazione della guerra (il popolo e l’esercito per Israele, il popolo e il governo per Hamas) erano venute meno.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
E questo spiega perché il piano di pace presentato da Trump il 29 settembre, a differenza degli altri che si erano arenati in precedenza, sia stato accettato obtorto collo da entrambe le parti, seppure con caveat, distinguo e richieste aggiuntive che lo hanno reso ancora più vago della versione originaria; un piano che Trump aveva presentato come una svolta epocale e «uno dei giorni più belli nella storia della civiltà», e che invece, a parte il cessate il fuoco e la restituzione degli ostaggi, rimane più che altro una mera dichiarazione di intenti.
Il che non toglie nulla al merito di Trump e dei suoi mediatori, Steve Witkoff e Jared Kushner, nell’aver colto il momento giusto e spinto i contendenti ad accordarsi.
A parte l’interesse personale del presidente, che sperava così di farsi assegnare il premio Nobel per la pace (e ora grida alla luna perché non glielo hanno dato), l’interesse americano nel porre fine al conflitto, almeno momentaneamente, era ovvio: rompere l’isolamento internazionale degli Stati Uniti e di Israele, fare dimenticare i passi falsi e la politica altalenante nei confronti della guerra in Ucraina, distogliere lo sguardo dall’affondamento nel Mar dei Caraibi di almeno quattro imbarcazioni accusate di trasportare droga con l’uccisione di oltre venti persone, le smargiassate sull’annessione della Groenlandia, del Canada e l’invasione di Panamá.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
Aggiungiamo infine l’interesse a non mettere in pericolo i rapporti economici con Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Bahrain, tutti Paesi sede di basi militari americane, e ‒ considerazione non di poco conto ‒ fonte generosa di guadagni miliardari attraverso i loro fondi sovrani per lo stesso Trump e i suoi accorti mediatori.
Naturalmente, data la vaghezza del piano, tutto quello che seguirà è incerto e affidato a successive trattative: il governo di Gaza, il ruolo di Hamas, il ritiro dell’esercito israeliano.
E, soprattutto vaghissimo è il futuro dei palestinesi nella Striscia e in Cisgiordània , se mai avranno uno Stato e il diritto all’autodeterminazione.
Intanto a Gaza, a poche ore dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, un proiettile vagante ha ucciso una bambina di otto anni. Speriamo che sia l’ultima.
Le ragioni di una pace fragile e incompiuta
Immagine: Paesaggio urbano della città di Gaza distrutta (ottobre 2025). Crediti: TheTFoundation /Shutterstock.com
13 ottobre 2025
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