L’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni non fa eccezione
di Antonella Necci

LA POLITICA ITALIANA TRA CABARET E PAROLE GROSSE – La politica italiana ha sempre avuto un lato teatrale, fatto di gaffe, battute infelici, scivoloni linguistici e polemiche che spesso oscurano i contenuti reali delle decisioni di governo.
L’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni non fa eccezione: anzi, negli ultimi mesi sembra aver moltiplicato gli episodi che alimentano la sensazione di trovarsi più davanti a un palcoscenico da cabaret che a un’aula istituzionale.
Dalle nomine sbagliate del ministro della Salute Orazio Schillaci, alle uscite folkloristiche del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, fino all’ultima polemica che ha visto il leader della CGIL Maurizio Landini definire la premier “cortigiana di Trump” e la conseguente reazione indignata di Meloni, il filo conduttore è sempre lo stesso: parole grosse, errori di comunicazione e un clima politico che si presta più alla satira che al dibattito costruttivo.
Quando Giorgia Meloni ha scelto Orazio Schillaci come ministro della Salute, molti hanno salutato la decisione come un segnale di competenza tecnica: un medico nucleare, professore universitario, già rettore dell’Università di Tor Vergata. Un profilo accademico solido, apparentemente lontano dalle logiche di partito.
La politica italiana tra cabaret e parole grosse
Eppure, proprio da lui sono arrivate alcune delle gaffe più clamorose di questo governo, tanto da trasformarlo in un simbolo di superficialità amministrativa.

Il primo grande inciampo è arrivato con la costituzione del NITAG, il comitato tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni. Nel 2023-2025, Schillaci ha nominato tra i membri due medici noti per posizioni critiche sui vaccini, Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle.
La scelta ha scatenato una bufera: società scientifiche, associazioni di categoria e persino il Nobel Giorgio Parisi hanno firmato appelli per chiedere la revoca immediata delle nomine. Nel giro di dieci giorni, il Ministero è stato costretto a sciogliere l’intera commissione, ammettendo di fatto l’errore (fonte: Il Sole 24 Ore, Quotidiano Sanità).
Non era la prima volta che il ministro mostrava leggerezza nella gestione delle nomine. Pochi mesi dopo, un altro caso ha fatto il giro delle cronache: nel decreto di nomina del presidente della commissione antidoping compariva il nome di Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica, invece di Attilio Parisi, medico dello sport.
La politica italiana tra cabaret e parole grosse
Un errore definito “materiale” dal Ministero, ma che ha avuto un impatto devastante sull’immagine di Schillaci. Giorgio Parisi ha dichiarato pubblicamente di non essere mai stato contattato e di non avere alcuna competenza in materia, rifiutando l’incarico con un certo imbarazzo (fonte: Today.it, La Nuova Sardegna).
Questi episodi hanno alimentato la percezione che il ministro non fosse in grado di garantire trasparenza e rigore nelle scelte.
La critica più frequente è che non si tratti di semplici sviste, ma di un modus operandi: nomine affrettate, controlli superficiali, retromarce forzate solo dopo la pressione dell’opinione pubblica. In un settore delicato come la sanità, dove la fiducia dei cittadini è fondamentale, ogni errore diventa un macigno politico.
Se Orazio Schillaci ha incarnato la superficialità burocratica, Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura e cognato della premier Meloni, è diventato il simbolo delle gaffe comunicative.
La politica italiana tra cabaret e parole grosse
La sua carriera politica è costellata di uscite che hanno fatto sorridere, indignare o semplicemente lasciato perplessi l’opinione pubblica.
Una delle più note è quella del “piano di sostituzione etnica”, espressione usata in un intervento parlamentare nell’aprile 2023 per descrivere i flussi migratori. Lollobrigida parlò di un presunto progetto volto a “sostituire” gli italiani con migranti, evocando teorie complottiste di estrema destra.
Le sue parole suscitarono immediate reazioni: opposizioni indignate, media internazionali che ripresero la notizia, e persino imbarazzo all’interno della stessa maggioranza (fonte: La Repubblica, Corriere della Sera).
Non è stato un episodio isolato. Nel 2024, durante un incontro pubblico, Lollobrigida si lasciò andare a un’altra frase infelice: “Gli italiani devono mangiare meglio, non meno”, nel contesto di un discorso sulla crisi alimentare e sull’aumento dei prezzi.
La politica italiana tra cabaret e parole grosse
L’intento era probabilmente quello di sottolineare la qualità della dieta mediterranea, ma la battuta fu percepita come una banalizzazione delle difficoltà economiche di milioni di famiglie (fonte: Il Fatto Quotidiano).
A queste uscite si aggiungono episodi più folkloristici, come quando, in un’intervista, confuse i dati sulla produzione agricola o quando, parlando di sostenibilità, si lanciò in metafore poco chiare che finirono per diventare materiale da satira televisiva.
Il tratto comune è che Lollobrigida sembra incarnare una certa leggerezza comunicativa: frasi ad effetto, slogan che colpiscono, ma che spesso si ritorcono contro di lui e contro il governo. In un’epoca in cui ogni parola viene amplificata dai social e dai media, il rischio di trasformare un discorso politico in cabaret è altissimo. E Lollobrigida, suo malgrado, è diventato uno dei protagonisti di questa dinamica.
L’ultima scintilla di polemica è arrivata quando il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha definito Giorgia Meloni una “cortigiana di Trump”.
La politica italiana tra cabaret e parole grosse
L’espressione, pronunciata durante un comizio, voleva indicare – nelle intenzioni di Landini – una premier troppo sollecita a riferire e a compiacere l’ex presidente americano, quasi come una figura di corte che corre a rendere conto al sovrano.
La parola “cortigiana”, però, ha una doppia valenza: oltre al significato storico di “dama di corte”, porta con sé anche l’accezione di “prostituta di alto rango”.
Meloni ha scelto di interpretare la frase nel senso più offensivo, denunciando pubblicamente l’attacco come un insulto sessista e inaccettabile.
La polemica si è immediatamente accesa, con i sostenitori della premier che hanno parlato di “vergogna istituzionale” e con i difensori di Landini che hanno ribattuto sottolineando il senso originario del termine (fonte: Corriere della Sera, La Repubblica).
La politica italiana tra cabaret e parole grosse
Non è la prima volta che Meloni si trova al centro di polemiche legate al linguaggio. Già in passato, quando era ancora ministra della Gioventù nel governo Berlusconi, circolarono indiscrezioni secondo cui lo stesso Cavaliere e alcuni suoi fedelissimi si riferivano a lei con epiteti poco lusinghieri, come “la troietta”.
La notizia, riportata da alcuni giornali oltre quindici anni fa, non fu mai smentita del tutto e rimase come un’ombra nella memoria politica italiana (fonte: Il Fatto Quotidiano, La Stampa).
L’episodio con Landini dimostra quanto il linguaggio politico italiano sia diventato un terreno scivoloso, dove ogni parola può trasformarsi in un’arma.
Da un lato, sindacalisti e oppositori cercano formule forti per colpire la premier; dall’altro, Meloni e i suoi alleati colgono ogni occasione per denunciare sessismo e mancanza di rispetto.
Il risultato è un clima da cabaret, in cui il dibattito politico si riduce a una gara di insulti e interpretazioni, mentre i contenuti restano sullo sfondo.
La politica italiana tra cabaret e parole grosse
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