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New York! E’ uno, ma non tutti gli Stati Uniti

ByStefano Rizzo

8 Novembre 2025
Votanti USAVotanti USA

di Stefano Rizzo

NEW YORK! E’ UNO, MA NON TUTTI GLI STATI UNITI – Quello di martedì scorso è stato un test elettorale importante per gli Stati Uniti in vista delle elezioni per il Congresso che si terranno tra un anno.

Sono stati chiamati alle urne, a vario titolo (elezioni comunali, elezioni per alcuni governatori, proposte di legge di iniziativa popolare, elezioni di giudici), oltre 100 milioni di residenti in almeno 14 Stati del Nord, dell’Est, del Sud, dell’Ovest, del Midwest. Alcuni di questi sono i più popolosi del Paese con decine di milioni di abitanti ciascuno: la California, New York, il Texas, la Florida.

New York! E' uno, ma non tutti gli Stati Uniti
New York

Come è andata? Senza mezzi termini è stato per i democratici un successo di vaste proporzioni che consente loro di tirare un sospiro di sollievo dopo dieci mesi di montagne russe trumpiane in cui, a parte alcune manifestazioni di protesta significative, si sono visti relegati, almeno all’apparenza, nell’irrilevanza dal protagonismo martellante del presidente. Intanto l’affluenza.

Non ci sono (e non ci saranno per molto tempo) dati cumulativi certi, ma alcune linee di tendenza sono chiare.

A New York hanno votato oltre 2 milioni di elettori, il doppio di quelli che avevano votato nel 2021; nel New Jersey, su un totale di oltre 3 milioni di voti, l’affluenza cresce di oltre mezzo milione; in Virginia di almeno 300.000.

Si tratta, come è abituale in tutte le elezioni non presidenziali americane, di livelli molto bassi (in media intorno al 30-40%), ma la crescita significativa indica che l’elettorato, soprattutto democratico, si è sentito mobilitato, ha voluto esprimersi e mandare un segnale ai leader del partito.

Cosa abbia espresso è chiarissimo. Nei due Stati in palio per la carica di governatore (il New Jersey e la Virginia) hanno vinto i candidati (le due candidate) democratiche con margini superiori a sei punti sui candidati repubblicani. In Virginia è stata una riconferma, nel New Jersey è stata una riconquista.

Si votava anche per sindaci e consigli comunali in 18 delle 100 maggiori città americane.

Il risultato è stato che sono andate tutte, meno una, ai democratici e anche l’ultima (Miami in Florida) verrà sicuramente vinta al ballottaggio che si terrà tra un mese circa.

A parte Miami, erano già tutte città governate da esponenti democratici, ma è significativo che i nuovi sindaci abbiano vinto con un margine molto più ampio dei loro predecessori, segno anche questo che non solo i democratici si sono recati in massa alle urne (o hanno votato per corrispondenza), ma che anche molti repubblicani moderati (esistono ancora!) hanno deciso di non votare per il proprio candidato, anche e forse proprio se sostenuto da Trump.

New York! E' uno, ma non tutti gli Stati Uniti

Alcuni esempi: a Pittsburgh in Pennsylvania i democratici passano dal 70% circa del 2021 al 90%, a Boston (Massachusetts) dal 64% al 93%, ad Atlanta (Georgia) da 63% al all’85%, a Cincinnati (Ohio) dal 66% al 78%, e via di seguito.

A Miami (che ospita molti miliardari amici di Trump) i repubblicani avevano vinto quattro anni fa con il 78% e quasi certamente scenderanno sotto il 50%. Nella maggior parte dei casi i candidati democratici hanno migliorato i propri consensi non solo rispetto al 2021, ma anche rispetto a quelli ottenuti solo un anno fa da Kamala Harris.

Tra le proposte di iniziativa popolare, la più significativa è la Proposition 50 della California, fortemente voluta dal  governatore Gavin Newsom, che è stata approvata con il 63% dei consensi. È difficile spiegare l’importanza di questo provvedimento per i democratici.

La questione ruota intorno alle future elezioni per il Congresso nelle quali la maggioranza della Camera bassa dipenderà (come già adesso) da una manciata di seggi.

A maggio Trump aveva “invitato” il Texas a ridisegnare la mappa dei propri collegi elettorali: con una accorta suddivisione, spostando i confini attuali, sarebbe stato possibile strappare quattro o cinque seggi ai democratici e consegnarli ai repubblicani, assicurandosi così la maggioranza alla Camera.

Si chiama gerrymandering e lo praticano un po’ tutti, anche i democratici quando fa loro comodo.

Alla minaccia Newsom ha deciso di rispondere facendo la stessa cosa in California: con Proposition 50 sarà possibile ai democratici impossessarsi di almeno cinque collegi attualmente occupati dai repubblicani.

Ma Newsom non si è fermato lì e ha invitato i suoi colleghi governatori di altri Stati popolosi e in mano ai democratici (l’Illinois, New York) a fare altrettanto.

New York! E' uno, ma non tutti gli Stati Uniti

I democratici in passato erano contrari al gerrymandering, almeno a parole, ma adesso hanno deciso che quando la lotta si fa dura… Insomma, si rendono conto che l’unico modo per provare a fermare Trump tra un anno è di togliergli la maggioranza almeno in una Camera e per questo si può rinunciare a qualche principio di fair play democratico.

Le altre iniziative popolari approvate ‒ a parte una sventagliata di proposte di destra ideologica varate dagli elettori del Texas ‒ hanno tutte un carattere sociale o progressista: nel Colorado, in particolare, viene estesa la gratuità dei pasti ai ragazzi nelle scuole e per finanziarli si istituisce una tassa sui redditi superiori ai 300.000 dollari.

Nel Maine viene respinta una proposta che di fatto limiterebbe l’esercizio del voto e ne viene approvata un’altra che consente di proibire alle persone violente o pericolose di possedere armi da fuoco; nello Stato di Washington si rafforza un fondo pubblico per l’assistenza sanitaria.

Sono soltanto alcuni indizi che però confermano come la generalità degli elettori americani di fronte a proposte concrete che riguardano le personali condizioni di vita e i diritti non sono allineati con l’ideologia dominante interpretata dal Partito repubblicano e dal suo capo indiscusso, Donald Trump.

Aumento dell’affluenza, crescita dei consensi per i democratici, riforme sociali costituiscono un chiaro messaggio di insoddisfazione dell’elettorato non solo sulle tematiche locali sulle quali si votava, ma anche nei confronti di Trump e delle sue politiche liberticide.

Il quale Trump non ha trovato di meglio, a sconfitta ormai chiara, che dichiarare che i repubblicani hanno perso perché non c’era lui nelle liste.

L’evidenza dice il contrario: a New York, ad esempio, il suo endorsement a favore di Andrew Cuomo (un vecchio notabile democratico ed ex governatore che correva da indipendente contro Zohran Mamdani) lo ha sicuramente danneggiato agli occhi dei democratici.

Del resto, i sondaggi già da mesi registravano come il favore dell’elettorato nei confronti di Trump fosse sceso, secondo i più affidabili, sotto il 40%.

Meno chiaro è il significato del messaggio rappresentato dal voto popolare verso l’establishment democratico.

La vittoria di Mamdani a New York, che in parte era prevista ma non di questa entità (sopra il 50%), ha un’impronta chiaramente progressista e di sinistra: case popolari, affitti controllati, trasporti e mense gratuite, aumento della tassazione sui redditi più alti.

Ma la vittoria di Mikie Sherrill in New Jersey e di Abigail Spamberger in Virginia, la probabile vittoria di Eileen Higgins a Miami e in altre città ha un carattere molto più moderato e centrista, e va letta soprattutto come una ripulsa nei confronti del presidente in carica.

New York non è gli Stati Uniti

A parte alcune frange minoritarie, il Partito democratico rimane quello “moderato” di Joe Biden e di Kamala Harris. Prova ne sia che il capogruppo al Senato, il newyorkese Chuck Schumer, non ha sostenuto Mamdani e il capogruppo alla Camera Hakeem Jeffries lo ha fatto solo ad urne aperte.

Rimane il timore tra gli strateghi del partito, che già guardano alle presidenziali del 2028, che il modello, per quanto mediaticamente attraente, del nuovo sindaco di New York sia troppo di sinistra, troppo vicino ai vari Berni Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez per potere attirare la generalità degli elettori in una competizione nazionale.

Finché si vota a livello locale, finché si affrontano i problemi di una città o di una mensa scolastica o i costi dell’affitto, le proposte di sinistra vanno bene, ma il livello nazionale è un’altra cosa.

Là tutto ciò che odora di socialismo e di tassazione dei ricchi ‒ non importa quanto scandalosamente ricchi ‒ fa aggricciare la pelle ai notabili democratici.

Negli ultimi settanta anni, dopo Franklin Delano Roosvelt, tutti i presidenti democratici sono stati centristi (moderati, terza via, o come li si voglia chiamare), compreso il fascinoso Barack Obama.

Mamdani, che è nato in Uganda, non potrebbe diventare presidente (la Costituzione lo vieta), ma con il suo programma politico nessuno ci riuscirebbe ‒ così almeno pensano i notabili democratici.

Mamdani può fare il sindaco di New York e magari anche farlo bene, ma New York con il suo 30% di bianchi, il 70% di neri, ispanici, asiatici e “altre razze” complessivamente, con il 36% degli abitanti nati all’estero, non è gli Stati Uniti. E forse non lo sarà mai.

Immagine: Elettori al voto in un seggio nell’Upper West Side di New York durante la giornata elettorale generale, New York, Stati Uniti (3 novembre 2025). Crediti: Photo Agency / Shutterstock.com

Fonte: Treccani

*Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani – Riproduzione riservata

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ByStefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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