Difendere i diritti non è da radicali
di Nadia Urbinati
A SCHLEIN NON SI PERDONA CHE È DONNA FUORI DALL’ESTABLISHMENT . La storia del nostro paese dal 1992 in poi è stata una storia di populismo per mezzo di populismo, di personalismo permanente. Il Partito Democratico non fa eccezione.
Nato per non essere un partito pesante, è un caso esemplare di partito minimo e senza etica di partito, organizzativamente inconsistente, culturalmente generico. Nacque con l’intento di governare, come tutti i partiti, ma senza la previsione di dover, all’occorrenza, fare opposizione.
Tutte le opposizioni vogliono essere di minima durata (e oggi, nel PD, c’è chi vorrebbe essere cooptato dalla maggioranza di destra, per renderla, sembra di capire, più moderata). È fisiologico voler vincere.
Tuttavia, un partito deve saper far bene entrambe le cose, compreso stare all’opposizione (ce l’ha insegnato anche Fratelli d’Italia).
A Schlein non si perdona che è donna fuori dall’establishment
Il PD ha una caratteristica peculiare che nessun segretario si è dato la pena di correggere: è essenzialmente un contenitore funzionale per lanciare leader che cercano di vincere.
È un partito-associazione non equipaggiato a fare opposizione. Ha il telaio di un portable tool, di un Uber che, se ben guidato, può portare al governo in un tempo ragionevole. Mentre un partito può attendere, perché aspira a durare oltre le elezioni, un leader non ha molto tempo.
Leader e partito non hanno sempre gli stessi interessi. E questo è uno dei maggiori problemi del PD.
Un partito-Uber ha alla base una costituzione che mira a selezionare un leader che farà ciò che ritiene meglio per raggiungere lo scopo. Si potrebbe pensare che, in fondo, se vince il leader, vince il partito e quindi tutti sono contenti.
A Schlein non si perdona che è donna fuori dall’establishment
Ma così non è, prima di tutto perché il partito prende la faccia del leader e, a volte, può diventare respingente.
Con Elly Schlein si è pensato di aver finalmente corretto questo errore di fabbrica. Ma così non è, perché la segretaria non ha corretto lo statuto, non ha cercato di dare organicità al partito e, anche per questo, non aiuta se stessa: e fa da parafulmine.
Ma ci mette il cuore e tutta l’energia che ha per addestrarlo a vincere e sta imparando dalle sconfitte di chi l’ha preceduta.
Per esempio, andare soli alle elezioni – una scelta che ha reso la campagna elettorale del 2022 una scampagnata per l’alleanza elettorale guidata da Giorgia Meloni.
È necessario creare una coalizione elettorale. Questo non piace a molti nel PD; non si capisce bene perché, visto che tutti sanno fare le somme e le sottrazioni.
A Schlein non si perdona che è donna fuori dall’establishment
Dicono i critici che Schlein imponga al PD una veste radicale, che allontani i moderati (nelle democrazie odierne, polarizzate, i moderati sono come le mosche bianche, poche e radicali a loro modo).
Se si cerca di capire perché lei sia radicale, si evince che il radicalismo è un pretesto. I temi snocciolati, dalla difesa dello stato sociale alla politica industriale, sono banalmente quelli del PD da sempre.
Le interviste dei decani, le riunioni correntizie, le dichiarazioni dei correntizi non chiariscono in che senso Schlein sia una radicale. Radicale fu Romano Prodi quando volle (giustamente) l’Euro o estendere l’Unione a est. Quelle furono politiche radicali!
A Schlein non si perdona che è donna fuori dall’establishment
Un regalo alla destra
Ma come fa una leader che parla di diritti ad essere radicale? Forse è la nostra Costituzione a essere radicale – e non a caso molti pensano (anche nel partito) che sia venuto il momento di addomesticarla.
Però un buon liberale alzerebbe le sopracciglia se sentisse dire che una leader che difende diritti scritti nella Costituzione è una radicale. Forse non si comprende che i diritti sono la soluzione al radicalismo!
Si è perfino tirato in ballo Mamdani, il quale non è a sua volta radicale (a farlo tale sono Trump e chi lo vota). Chi conosce la città e la sua storia sociale sa che ciò che propone Mamdani rientra nella tradizione della città. Insomma, un parallelo che non c’entra nulla.
Quindi, viene da pensare che i temi non siano il vero problema.
A Schlein non si perdona che è donna fuori dall’establishment
Il problema, diciamolo francamente, è che Elly Schlein non appartiene all’establishment politico, che annusa i simili e si trova a proprio agio con gli underdog parlamentari di professione.
E, in aggiunta, è giovane, troppo; è donna e non vuole essere aggettivata al maschile; non veste in modo elegante e non ha ossessioni di conformismo estetico. Non è completamente cattolica né è madre.
Il radicalismo è questo, alla fin fine. Misero, si dirà.
Nella democrazia dell’audience, queste piccole miserie sono sostanza, così come i vezzi nazionali, per cui, se Elly fosse un uomo sui cinquanta o sessanta e dicesse le cose che dice lei… andrebbe benissimo.
Le vicende umane sono più banali del ricamo narrativo. Banali e tristi, perché questo teatrino delle divisioni nell’opposizione è un regalo alla destra. Come in passato.
A Schlein non si perdona che è donna fuori dall’establishment
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Nadia Urbinati
Difendere i diritti non è da radicali, a Schlein non si perdona di essere donna e fuori dall’establishmen (da strisciarossa.it)
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