Trump e la militarizzazione delle forze di polizia

ByStefano Rizzo

29 Novembre 2025
Andrew Wolfe Rahmanullah Lakanwal Sarah Beckstrom da Ytali.comAndrew Wolfe Rahmanullah Lakanwal Sarah Beckstrom da Ytali.com

Pietà per l’assassino


di STEFANO RIZZO

TRUMP E LA MILITARIZZAZIONE DELLE FORZE DI POLIZIA – Di omicidi per strada ce ne sono migliaia, decine di migliaia, negli stati Uniti ogni anno. Ma quello di giovedì a Washington D.C. ha alcuni tratti particolari che lo fanno risaltare tra i tanti, suscita emozioni e merita di essere commentato.

Non tanto perché si è trattato di un attacco, subito definito terroristico da Donald Trump, nei confronti di due militari americani. E neppure perché si sarebbe trattato del solito “lupo solitario”, probabilmente un fanatico convertito o radicalizzato all’Islam, un nemico dell’Occidente, della democrazia e dei nostri valori – la solita litania che viene propalata in queste circostanze.

No, niente di tutto ciò. L’attentato si segnala per altre circostanze. Intanto per la giovane età delle vittime e dell’attentatore.

Le vittime: due soldati della guardia nazionale, una, Sarah Beckstrom di 20 anni, deceduta nella notte di giovedì a causa delle ferite; l’altro, Andrew Wolfe di poco più anziano, ancora ricoverato in condizioni critiche. L’attentatore: un giovane afgano di 29 anni arrivato negli Stati Uniti nel 2021, che abitava in una cittadina dello stato di Washington e che ha attraversato in macchina tutto il continente per andare a sparare ai due soldatini.

Perché? Non lo sapremo mai probabilmente a meno che non verranno trovati nella sua abitazioni documenti, lettere, o post sui social media.

Quello che sappiamo è che i due membri della guardia nazionale si trovavano lì, presso una stazione della metro nel centro della capitale non lontano dalla Casa bianca, perché mandativi dal presidente per riportare ordine e legge in quella che lui aveva definito una città degradata e devastata dalla criminalità. Lì e in altre città americane.

Trump e la militarizzazione delle forze di polizia
Andrew Wolfe

Non erano ben voluti i due soldati e i loro commilitoni dalla sindaca della città e dagli altri sindaci e governatori degli stati dove Trump ha deciso di inviare le truppe per dare un segnale di forza coltivando il suo ego militaresco.

La guardia nazionale, a differenza dell’esercito federale, costituisce la forza armata degli Stati e dovrebbe essere alle dipendenze dei governatori, non del presidente. Il quale però, incurante delle proteste e delle obbiezioni giuridiche, aveva aggirato l’ostacolo dichiarando uno “stato di emergenza” e assumendo così il potere di comando su queste truppe.

Ci sono due altre considerazioni su questo punto. La prima è che con ogni evidenza non esiste una emergenza criminalità negli Stati Uniti. Anche se il numero di omicidi resta tra i più elevati del mondo occidentale (e non solo), in realtà dopo l’epidemia di Covid tutti i reati violenti sono in netta diminuzione.

La decisione di Trump di militarizzare le forze di polizia è una mossa propagandistica in linea con la sua visione di un’America devastata dalla violenza e dal permissivismo provocato dalle amministrazioni democratiche. Per motivi essenzialmente politici ha deciso di inviare le truppe negli Stati governati dai democratici: la California, l’Illinois (soprattutto l’odiata Chicago di Barack Obama) e minacciato di inviarle anche a New York.

La seconda considerazione, legata alla prima, è che le perplessità legali e le denunce avevano di recente prodotto risultati che invalidavano l’azione unilaterale del presidente.

La giudice federale Jia Cobb del distretto di Columbia alcuni giorni fa ha dichiarato illegale l’ordine di inviare i soldati a Washington perché non sussisterebbero le condizioni di emergenza accampate da Trump, anche se ha rinviato l’esecuzione della sentenza in attesa di eventuali ricorsi. La legge a riguardo infatti è molto chiara: fin dal 1878 il Posse comitatus Act vieta l’impiego di militari in compiti di polizia, un principio fondamentale di ogni democrazia che separa nettamente la funzione di ordine pubblico, che appartiene alla polizia civile, da quella di difesa che appartiene ai militari.

Quindi, secondo un giudice e secondo la maggior parte degli esperti di diritto i due soldatini e i loro commilitoni si trovavano lì, in quell’angolo di Washington, non solo inutilmente ma anche illegalmente.

E loro stessi probabilmente se ne rendevano conto perché, nonostante indossassero tute mimetiche e fossero armati, cercavano di non dare nell’occhio; anzi, cercavano di rendersi utili dando informazioni ai turisti molto presenti nella zona e anche raccogliendo qualche cartaccia.

Trump e la militarizzazione delle forze di polizia

Sarah e Andrew, una ragazza e un ragazzo nel posto sbagliato per le ragioni sbagliate, che non servivano (né avrebbero potuto) a combattere la criminalità, ma si trovavano lì per la volontà di un presidente egomaniaco desideroso di mostrare la propria forza e ardire militare, lui che ai tempi della guerra del Vietnam era sfuggito alla leva accampando inesistenti ragioni mediche.

Trump e la militarizzazione delle forze di polizia
Sarah Beckstrom

Ma c’è una terza considerazione che supera le altre per drammaticità e pateticità. Chi è Rahmallah Lakanwal, lo sparatore? Quando, dopo i terribili attentati dell’11 settembre 2001 gli Stati Uniti decidono di invadere l’Afghanistan per catturare Osama bin Laden, ignorando o fingendo di ignorare che la maggior parte degli attentatori non erano afgani ma cittadini sauditi e egiziani, Rahmallah è un bambino di cinque anni della provincia afgana di Khost.

Crescerà negli anni successivi in un paese martoriato dalla guerra, diviso tra un governo afgano fantoccio e bande di insorti che combattono contro gli americani, contro le forze governative e tra loro stessi, in un continuo di attentati, di stragi, di torture e di efferatezze di ogni genere compiute da tutti contro tutti, mentre i media occidentali raccontano la favola menzognera della ricostruzione e della democratizzazione (il voto alle donne liberate dall’oppressione dei talebani!) del paese. 

Rahmallah Lakanwal dopo la cattura

Nella loro base di Bagram gli americani creano un centro di tortura dove verranno praticate le vecchie tecniche messe a punto negli anni del Vietnam e sperimentate nuove tecniche come il famigerato waterboarding. Molti prigionieri vengono fatti sparire nei “buchi neri”, prigioni segrete in vari paesi del mondo o portati a Guantanamo dove molti di loro marciranno per decenni.

Sono cose oggi risapute anche in Occidente, ma che il piccolo Rahmallah deve avere visto con i propri occhi in tutti gli anni della guerra.

Ad un certo punto, non si sa ancora esattamente quando, ma prima dei suoi venti anni viene reclutato, sembra dal fratello o da un cugino, nell’Unità Zero, una forza speciale organizzata, addestrata e finanziata dalla CIA per combattere gli insorti. Non si tratta di un normale contingente militare, ma di piccoli gruppi di miliziani in abiti civili che conducono azioni di controguerriglia o di antiterrorismo.

Dietro il carattere anodino delle parole si nasconde la feroce realtà di “squadroni della morte” che nottetempo compiono spedizioni punitive per bombardare, assassinare o rapire presunti terroristi talebani e i loro famigliari. Il giovane Rahmallah faceva parte di uno di questi gruppi e, secondo quanto riferito sotto anonimato da un suo ex commilitone, era molto turbato dai crimini che gli veniva ordinato di commettere.

Nel maggio del 2020 dopo quasi venti anni l’amministrazione Trump negozia in gran segreto con i talebani la fine della guerra e l’uscita degli americani, anche se i tempi e i modi vengono lasciati nel vago. L’anno dopo Biden è presidente e ad agosto ordina il ritiro. Sarà un disastro organizzativo funestato da attentati e da rappresaglie.

Decine di migliaia di americani e di afgani che hanno collaborato con loro si accalcano all’aeroporto di Kabul. Molti moriranno schiacciati nella calca. I gruppi dell’Unità Zero, che dipendono direttamente dalla CIA, collaborano come possono all’evacuazione. 

Caccia all’immigrato

Anche loro, soprattutto loro, devono fuggire perché hanno ogni ragione di temere la vendetta dei nuovi padroni. Rahmallah riesce ad arrivare tra i primi negli Stati Uniti. Altre decine di migliaia di afgani “collaborazionisti” verranno evacuati nelle settimane successive, portati in basi militari negli Stati Uniti e poi, dopo infiniti filtri di sicurezza, inviati a piccoli gruppi in varie parti degli Stati Uniti.

Quarantamila di questi rimangono ancora oggi bloccati in Pakistan e altri paesi limitrofi col timore di essere rimandati in Afghanistan. E’ una storia che si ripete: dovunque gli americani hanno combattuto e invaso un paese si sono avvalsi di collaboratori “indigeni”, civili e militari, promettendo loro protezione alla fine della guerra, per poi andandosene abbandonarli al loro destino.

A Rahmallah invece va bene, apparentemente. Ha 25 anni quando arriva nel luogo assegnatogli, la città di Bellingham nello stato di Washington; con lui c’è la moglie e i tre figli, lavora come autista facendo consegne. Potrebbe essere una nuova vita, una vita finalmente normale. Ma evidentemente si porta dentro gli incubi  e gli orrori degli infiniti anni di guerra, gli orrori che lui stesso ha commesso. Si trova nel paese che sì lo ha salvato, ma che ha sconvolto la sua vita e di infiniti altri.

Vede in televisione gli uomini in divisa kaki nelle città, quegli stessi che facevano da padroni nelle città dell’Afghanistan, gli americani per cui ha combattuto e ucciso i suoi compatrioti. Nella sua mente confusa forse pensa di vendicarsi o di riscattarsi.

Allora prende la macchina viaggia per tre giorni e tremila chilometri per arrivare nella capitale del grande paese che ha segnato per sempre la sua vita, vede due soldati ad un angolo di strada e gli spara, così, senza sapere chi fossero, senza motivo, come faceva con i suoi.

Adesso che la povera Sarah è morta e Andrew lotta per la vita la procura di Washington ha già annunciato che chiederà la pena di morte per l’uomo che l’ha uccisa, e che Trump da subito ha definito “un animale”.

Noi, per il bambino di venti anni fa, chiediamo pietà.

28 Novembre 2025


fonte: Ytali.com

Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


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ByStefano Rizzo

Stefano Rizzo. Giornalista, romanziere e saggista specializzato in politica e istituzioni degli Stati Uniti. Già Sovrintendente dell'Archivio storico della Camera dei deputati, ha insegnato per diversi anni Relazioni internazionali all'Università di Roma "La Sapienza". E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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