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Il male minore accettare un più modesto realismo

ByIgnazio Mazzoli

13 Dicembre 2025
Trump e l'aereo presidenzialeTrump e l'aereo presidenziale

A cui riportare la politica estera e di difesa USA


di Stefano Rizzo

Il male minore accettare un più modesto realismo

IL MALE MINORE ACCETTARE UN PIƙ MODESTO REALISMO – Se non fosse che in prima pagina porta il sigillo del presidente degli Stati Uniti si stenterebbe a credere che la nuova National Security Strategy non sia un fake di qualche potenza straniera, tanto ĆØ sciatta la scrittura e disordinata l’esposizione rispetto ai precedenti testi, persino a quello emanato dallo stesso Trump durante la prima presidenza, quando ancora nei corridoi della Casa bianca circolavano esperti diplomatici e militari alfabetizzati.

Il documento, che tradizionalmente ogni presidente pubblica all’inizio del suo mandato, identifica le minacce e gli obbiettivi dell’azione diplomatica e militare degli Stati Uniti nel mondo. Ogni stagione ha i suoi. Negli anni della guerra fredda la minaccia era rappresentata dall’Unione Sovietica e dal pericolo di una guerra atomica, mentre l’obbiettivo era di difendere la democrazia e la libertĆ  dall’autoritarismo comunista.

Finita la guerra fredda, arrivarono gli anni del terrorismo e della ā€œguerra globale contro il terroreā€, e l’obbiettivo principale divenne come difendersi dal jihadismoislamico che minacciava ā€œil nostro stile di vitaā€. Negli anni successivi terrorismo e Russia passarono in secondo piano rispetto alla ā€œminacciaā€ della Cina, che da concorrente venne promossa ad avversario globale e membro permanente di un nuovo ā€œasse del disordineā€ comprendente Russia, Iran e Corea del Nord.

L’America latina non aveva mai occupato un grande rilievo sulle pagine della National Security Strategy. Certo, Fin dagli anni Venti dell’Ottocento gli Stati Uniti avevano rivendicato la loro sfera di influenza esclusiva sul sub-continente (dottrina Monroe) affermando anche, con il ā€œcorollario Rooseveltā€ del 1904 il diritto ad intervenire militarmente per difendere i propri interessi economici e strategici.

E cosƬ hanno fatto nel corso di tutto il Novecento organizzando colpi di stato e spedizioni militari in quasi tutti i paesi dell’America latina, non perchĆ© costituissero una minaccia alla loro sicurezza (non ne avevano nĆ© la forza militare nĆ© quella economica), ma per impedire che divenissero un trampolino di lancio per l’espansione del comunismo mondiale. Passata quella fase, Centro e Sud America caddero nell’oblio degli strateghi nordamericani.

Fino ad oggi. La grande novitĆ  del nuovo documento trumpiano ĆØ la centralitĆ , sempre per la sicurezza e gli interessi degli Stati Uniti, di tutto l’emisfero occidentale. La sicurezza non da impossibili attacchi militari, bensƬ dall’immigrazione e dalla piaga della droga. Sembrerebbero due questioni di politica interna, ma sono qui elevate alla dimensione internazionale.

La prima, l’immigrazione, ĆØ giĆ  stata affrontata da Trump fin dall’inizio della sua presidenza con la brutalitĆ  delle deportazioni e la chiusura del confine meridionale, ignorando completamente l’obbligo giuridico di accoglienza dei richiedenti asilo. Ora evidentemente si tratta di ottenere la collaborazione dei paesi di transito perchĆ© agiscano da poliziotti e carcerieri per conto degli Stati Uniti.

La seconda questione, la droga, assume nel documento un carattere surreale. È certamente vero che la maggior parte della droga arriva negli Stati Uniti dal sud, ma il problema non è dove si produce o dove transita, bensì dove viene consumata. Gli americani sono i maggiori consumatori al mondo di droghe naturali e sintetiche e sono loro che alimentano il vasto mercato criminale che le produce, così come sono loro che esportano illegalmente le armi con cui i cartel esercitano il loro dominio criminale.

I 100.000 morti di overdose negli Stati Uniti ogni anno costituiscono effettivamente una gravissima epidemia, che dovrebbe però essere affrontata innanzitutto in patria. Colpire i trafficanti, uccidendo in alto mare presunti corrieri di droga (come Trump sta facendo da settimane nel mar dei Caraibi) non solo viola il diritto internazionale, ma è inefficace: porterà soltanto ad un aumento del prezzo delle dosi di cocaina o fentanil e non ridurrà né i consumi né le morti.

Ma il vero scopo dell’attenzione sul Centro e Sud America ĆØ un altro, peraltro chiaramente indicato: uno scopo affaristico. Gli ambasciatori americani sono invitati a cercare ā€œopportunitĆ  commercialiā€ nei paesi dove si trovano e ad ottenere contratti esclusivi, senza gara, per le aziende americane. Per Trump questi paesi sono ā€œrepubbliche delle bananeā€, a sovranitĆ  limitata, ovviamente sotto il controllo del grande fratello del Nord, che si arroga il diritto di far fare loro ciò che vuole, sia per ottenerne vantaggi economici sia per scaricarvi immigrati indesiderati.

La parte del documento che ha più colpito gli europei riguarda i rapporti con i paesi del vecchio continente e con l’Unione europea. Qui ci troviamo di fronte ad una linea di continuitĆ  seguita da una cesura netta. La continuitĆ  ĆØ quella ormai ventennale dei rimproveri agli europei perchĆ© non contribuirebbero a sufficienza alla propria difesa, una costante di tutti i presidenti a partire da Bush junior fino all’attuale.

Negli anni si ĆØ assistito soltanto ad un aumento del livello delle contumelie: dallo ā€œscrocconiā€ di Obama a ā€œimbroglioni che ci vogliono fregareā€ di Trump (che per la veritĆ  metteva insieme spese militari e esportazioni).

Ma mentre per il passato i rimproveri riguardavano il ruolo all’interno dell’Alleanza atlantica per la ā€œdifesa dei comuni valori democraticiā€, il nuovo documento sposta l’attenzione dalla sicurezza comune alla condanna unilaterale — una vera e propria intemerata — nei confronti degli europei e dell’Unione: sempre scrocconi, ma per di più non democratici perchĆ© con le loro ā€œorganizzazioni transnazionaliā€ (si suppone che il riferimento sia all’Unione Europea) minano ā€œla libertĆ  politica e la sovranitĆ  dei singoli statiā€, rischiando cosƬ ā€œla cancellazione della civiltĆ  europeaā€.

Un’accusa di mancanza di democrazia e libertĆ  politica che appare tanto più surreale in quanto proviene da un presidente che sta instaurando nel suo paese una sorta di ā€œdemocraturaā€, attaccando le garanzie e le istituzioni di una democrazia liberale, la magistratura, la stampa, le universitĆ , le stesse prerogative del Congresso.

Per quanto inverosimile, l’accusa agli europei di mancanza di democrazia, trova una perfetta spiegazione all’interno dell’ideologia sovranista e illiberale della nuova destra internazionale, di cui il presidente americano e il suo movimento MAGA sono da anni un punto di riferimento.

Quanto alla sostanza delle critiche, essa non corrisponde al vero almeno su due questioni. Su quella militare, ĆØ certamente vero che la spesa militare americana (mille miliardi dollari all’anno) ĆØ enormemente superiore a quella europea, ma non bisogna dimenticare che serve a coprire il costo di 1.200.000 soldati, sette flotte oceaniche e centinaia di basi miliari all’estero, di cui quelle in Europa sono una piccola parte (circa 80.000 soldati e una quindicina di basi).

La spesa diretta degli Stati Uniti per la Nato ammonta a solo il 16 per cento del totale e corrisponde a quanto fissato dal trattato istitutivo in relazione alla popolazione e PIL degli stati membri.

Il male minore accettare un più modesto realismo

Quanto alla spesa militare, gli europei non dovrebbero avere complessi di inferioritĆ . I principali paesi dell’Unione più il Regno Unito spendono oltre un terzo degli americani (350 miliardi) senza però avere la loro proiezione mondiale, cifra che in ogni caso ĆØ più del doppio di quanto spende oggi la principale minaccia, la Russia, dopo oltre tre anni di guerra.

Anche per quel che riguarda i soldati in servizio il loro numero ĆØ di circa 1.400.000 suddivisi in 28 eserciti nazionali. Il problema quindi non ĆØ di spendere di più ma di spendere meglio, coordinando le risorse e riempiendo le lacune che presumibilmente si apriranno con l’abbandono da parte degli Stati Uniti (chiaramente adombrato nel documento di sicurezza nazionale) del teatro europeo.

Anche sulla questione del ā€œdegradoā€ economico-sociale dell’Europa, si tratta di affermazioni assurde con le quali il documento sembra volere trasporre sull’Europa l’accusa che Trump era solito rivolgere, durante la campagna elettorale, al suo predecessore, di avere cioĆØ portato il paese alla rovina totale (American Carnage, carneficina dell’America, era l’accusa).

Al contrario, tutti gli indicatori socio-economici dicono che l’Europa ĆØ un posto molto migliore in cui vivere degli Stati Uniti. Qui si consuma meno droga, ci sono molti meno morti da overdose e da abuso di alcool, gli omicidi e i suicidi sono circa un decimo, l’aspettativa di vita ĆØ superiore di circa cinque anni, c’è maggiore sicurezza del lavoro, migliore sanitĆ  e welfare.

L’unico indicatore in cui gli Stati Uniti superano gli europei ĆØ il reddito procapite, che ĆØ quasi il doppio di quello medio europeo; ma ĆØ un dato largamente vanificato dall’altissimo livello di diseguaglianza di quel paese (su sessanta paesi ad alto sviluppo gli Stati Uniti sono al 50° posto per diseguaglianza), molto maggiore che in Europa.

Quanto alla spesso asserita perdita di potere economico dell’Europa, essa ĆØ vera solo in parte e relativamente. Gli europei hanno sicuramente seri problemi di crescita economica e di investimenti, particolarmente nell’high tech.

L’economia europea ha perso posizioni come percentuale del prodotto mondiale lordo passando da circa il trenta per cento del 1970 al 18 per cento di oggi, ma il dato ĆØ evidentemente legato all’ascesa della Cina, che ĆØ passata dal tre-quattro per cento di cinquant’anni fa a quasi il venti per cento del 2025.

Ma in cifra assolta la realtĆ  non ĆØ affatto sconfortante: i paesi dell’Unione europea nel loro insieme hanno un PIL, a paritĆ  di potere di acquisto, uguale a quello degli Stati Uniti (29.200 miliardi di dollari).

Sono tutte considerazioni che non intendono assolvere l’Unione europea, nĆ© i singoli paesi, dalle loro manchevolezze nella gestione dell’economia o per i molti problemi sociali irrisolti, tra cui quello dell’immigrazione.

Dimostrano tuttavia come le volgari accuse rivolte dalla National Security Strategy americana nei confronti dell’Europa avrebbero richiesto da parte dei leader europei, e soprattutto da parte dei vertici dell’Unione, risposte meno paludate, forse anche uno scatto di orgoglio.

Tra le tante assurditĆ  c’è tuttavia nel documento americano un elemento potenzialmente positivo che, tra i molti commenti giustamente negativi, non ĆØ stato sufficientemente evidenziato. L’abbandono della usuale ripetizione di formule stantie come ā€œpromozione della democraziaā€ contro l’autoritarismo e ā€œdifesa dell’ordine liberale internazionaleā€ contro coloro che vogliono sovvertirlo, rappresenta certamente un arretramento nei confronti dei valori di rispetto dei diritti umani e della legalitĆ  internazionale di cui gli Stati Uniti sono stati a lungo portatori, e apre la strada ad una visione affaristica (non solo in America latina, ma in Medio Oriente e altrove) della politica estera americana.

Allo stesso tempo non si può ignorare il fatto che, dal secondo dopoguerra in poi, i valori di democrazia, libertà e diritti umani sono spesso stati usati per mascherare forme brutali di ingerenza e di aggressione nei confronti di altri stati, oltre che di dominio commerciale.

Troppo spesso gli Stati Uniti sono venuti meno ai loro buoni propositi scatenando colpi di stato contro paesi considerati nemici (dall’Iran di Mossadeq nel 1953 al tentativo oggi di cacciare Maduro dal Venezuela) o, ancora peggio, guerre devastanti e crudelissime come in Vietnam, Afghanistan, Iraq, Libia e tante altre operazioni militari ā€œminoriā€.

Non c’è stato solo questo, naturalmente, ma anche questo. Riportare la politica estera e di difesa americana sulla base di un più modesto realismo, anche se vuol dire accettare il mondo cosƬ com’è invece di pretendere di cambiarlo esportando con le armi la democrazia, e anche se il presidente che si propone di farlo si chiama Donald Trump, può dopotutto essere il male minore.

12 Dicembre 2025

Foto da Ytali.com


fonte Ytali.com

Stefano Rizzo su UNOeTRE.it


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ByIgnazio Mazzoli

Nato nel 1943. Fondatore e direttore di UNOeTRE.it. Risiede a Veroli in provincia di Frosinone. Lazio. Italia.

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