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Il braccio armato della tecnocrazia

  • Scritto da Sergio Bianchi

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Variazioni del Pil

Insomma, il problema di fondo è che i tecnocrati europei e dell'FMI chiedono (imponendole, laddove possono) pesanti riforme strutturali – privatizzazioni, revisioniVariazioni di PilFigura 1. Variazioni % del PIL realizzate e previste del welfare, pareggio di bilancio come norma costituzionale, rinuncia a pezzi di sovranità nazionale e via discorrendo – promettendo che la loro implementazione porterà la crescita, ma la crescita puntualmente non arriva. Anzi, la situazione peggiora.
Come si vede, più che sofisticati argomenti tecnici, il semplice buon senso suggerisce che la politica economica europea è del tutto controproducente, quando la si valuti rispetto all'obiettivo di prosperità economica anche per le nazioni periferiche. E allora? I tecnocrati di Bruxelles sono davvero così incapaci da non rendersene conto? Evidentemente no, deve esserci un'altra spiegazione. In realtà, di spiegazioni se ne possono fornire un paio: una abbastanza ovvia, l'altra meno.
Quella ovvia attiene alla Germania, al suo peso nel condizionare la politica europea ed ai benefici che sta incassando come conseguenza diretta o indiretta di quella che per noi è la più drammatica crisi dal secondo dopoguerra. Tali benefici derivano: (a) dalla situazione di debolezza dell'Italia, suo principale competitor manifatturiero; (b) dal bassissimo costo di finanziamento del suo debito pubblico, i cui titoli vengono acquistati anche con i fondi del Meccanismo Europeo di Stabilità (finanziato anche dall'Italia), grazie a due regole fortemente volute dalla Germania: il divieto per il Fondo di acquistare titoli con rating inferiore ad "AA" e l'impegno ad acquistare invece attività facilmente liquidabili. Il combinato disposto di queste due regole di fatto costituisce l'identikit dei Bund tedeschi. Il che è come dire che i Paesi in difficoltà stanno finanziando quelli che non ne hanno bisogno, con un potenziale di impieghi pari a circa 700 miliardi di euro nell'arco di meno di un quinquennio.
La spiegazione meno ovvia l'ha fornita il "tecnico" Mario Monti, intervenendo in un convegno alla Luiss il 22 febbraio 2011, nove mesi prima di essere nominato Capo del Governo, in modo peraltro alquanto irrituale e discutibile. Convinto "europeista", l'ex premier in quella circostanza ebbe a dichiarare testualmente "[...] Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto, visibile, conclamata. [...] Abbiamo bisogno delle crisi, come il G20, come gli altri consessi internazionali, per fare passi avanti, ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, leggi, eccetera, per cui non è pienamente reversibile".

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