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"Metterci la faccia". Ma chi lo fa sul serio?

Cassino piazzaDiaz 350di Fausto Pellecchia da L’Inchiesta - Per chi ancora nutriva dubbi e/o (persino) speranze sull’avvenire delle illusioni politiche o, piuttosto, sull’illusione di un dibattito pubblico a venire, l’andamento della campagna elettorale in corso si presenta con il piglio definitivo di una radicale tabula rasa. La giostra dei possibili consensi sembra infatti ruotare esclusivamente intorno ai nomi e alle figure solitarie dei candidati-sindaco, accuratamente estratte e depurate da quelli che una volta si chiamavano gli organismi di partito, i nuclei dirigenti delle organizzazioni sociali (associazioni o sindacati), o i patti di aggregazione o di schieramento. Lo spazio tridimensionale delle tradizionali opposizioni -e delle occasionali convergenze- tra centrodestra e centrosinistra (con o senza trattino) sembra ormai consegnato alla memoria museale di antagonismi preistorici, definitivamente tramontati. Lo sostituisce un ambito a infinite dimensioni dove si sviluppano teoremi traversali di geometrie politiche non-euclidee: configurazioni frattali e multiformi arabeschi che delineano un orizzonte decisamente “post”: post-storico, post-ideologico, e forse già post-democratico, per non dire post-politico. Qui a Cassino, ad esempio, dall’inarrestabile disfacimento dei partiti e dalla foresta di liste civiche quasi omonime o paronomastiche (tutte variamente declinate sul nome “Cassino”) che li sostituiscono, spiccano le facce, solitarie e sorridenti, dei candidati sindaci: la loro figura domina la monotona profusione della cartellonistica pubblicitaria, eclissando, rimuovendo o riducendo in formato imperscrutabile i simboli residuali dei partiti di provenienza. Apparentemente liberato non solo dalle rigide appartenenze ideologiche, ma anche perfettamente emancipato dalle opzioni programmatiche e dai concreti progetti di governo, il voto sembra calamitato unicamente dal volto del candidato, dall’anagrafe di famiglia e dalle implicite diramazioni genealogiche che ne definiscono l’area di potenziale coinvolgimento elettorale.

"Metterci la faccia" ormai è solo una frase senza conseguenze concrete

Finalmente, l’enfasi che si annidava nell’espressione “metterci la faccia” ha svelato il suo senso derisorio. Non rinvia più alla capacità di assumersi le responsabilità in prima persona, quanto piuttosto al suo trito significato letterale: finalmente denudate dagli inutili orpelli simbolici della loro provenienza politica, le facce dei candidati campeggiano a tutto tondo sui manifesti di ogni taglia, come nell’ esposizione ossessiva di una stravagante campagna pubblicitaria, nella quale il prodotto da reclamizzare sia stato completamente dimenticato e fatto sparire, proprio perché coincide integralmente con il volto del suo testimonial.
La faccia del candidato e gli echi genealogici del suo nome hanno assorbito e risolto nell’individualità dei propri lineamenti ogni mediazione politica: appartenenza di partito, delimitazione di schieramento, area sociale di riferimento, tutto, finanche la più succinta e allusiva formulazione delle priorità programmatiche per la città, come ogni elemento di condivisione collettiva, è stato completamente fagocitato e incorporato nelle caratteristiche personalistiche del candidato. Gli slogan che compaiono sui manifesti evocano perciò l’immediatezza di un intimo vis-à-vis con la città o di un duetto musicale col l’elettore, senza sfondi e intermediazioni di sorta: al manifesto di Tizio che assicura che “Cassino siamo io e te”, si oppone quello di Caio, che ha “Cassino nel cuore”, e di Sempronio che ha “Cassino come obiettivo”, “Cassino e basta” ecc. ecc.

In realtà tutti chiedono una delega assolutamente personalistica

Ne consegue che il voto dei cittadini viene sollecitato come delega assolutamente personalistica, quasi si trattasse di un mero attestato di simpatia o di una preferenza estetica, esattamente come accade nelle elezioni delle miss; mentre si sa che la vera (sempre sottaciuta e spesso inconfessabile) legittimazione sta nella rappresentanza di corposi interessi familistici o nel consolidamento di un variegato mosaico di gruppi di pressione che aspirano ad entrare nell’establishment locale o a consolidarne l’appartenenza.
Perciò, in un contesto dove sembra trionfare il calcolato narcisismo delle auto-candidature da parte di personaggi “nomadi” e senza storia politica, cresce l’impulso a rifugiarsi nella scelta di non scegliere. Per resistere a questa desolante tentazione, dobbiamo sperare nel diffondersi presso gli elettori della capacità di discriminare; cioè, nella capacità di guardare al di là o al di qua della vaghezza delle facce dei candidati e dei loro improbabili slogan propagandistici, per sorprendere nei loro discorsi un’idea originale di città, unita all’indicazione dei metodi e degli obiettivi da perseguire nell’immediato futuro. Insomma, chiediamo che ci si offra un qualche ragionevole argomento, propriamente ed etimologicamente politico (che riguardi cioè il “governo della polis” e non sia, perciò, l’attrazione imponderabile dell’umana simpatia) in grado di giustificare la molteplicità e, soprattutto, l’autentica differenza delle candidature che si affronteranno nell’imminente “torneo” elettorale.

 
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