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Votare con il metodo della scommessa

Cassinomunicipio 2 350 260di Fausto Pellecchia - Toto-sindaco. Com’era facile prevedere fin dall’inizio, uno dei tratti che mette a nudo la profonda miseria etica e politica della campagna elettorale in corso è il criterio del voto “futile” scambiato per voto “utile”. Spesso, infatti, si sente ripetere: «Sì, Tizio è persona capace e competente, ha un buon programma, ma non aggrega abbastanza, non è vincente». Questa imparabile obiezione contiene un tacito corollario: «Certo, Caio dà prova di essere inesperto e superficiale, con poche idee e confuse, ma è sostenuto dai poteri che contano, dispone di cospicue risorse economiche e, dunque, può vincere.»
A conferma, ognuno adduce citazioni della vox populi accreditate come autentici sondaggi. Ci si approssima così al voto con la trepidazione dello scommettitore che, aggirandosi inquieto tra gossip e previsioni, deve costantemente aggiornare il calcolo dei pronostici in vista del “premio” riservato ai vincitori del toto-sindaco.

Una coltre di scetticismo

La deflagrazione degli schieramenti, il gioco dei trasformismi e gli scandali quotidiani che coinvolgono i politici di ogni livello, hanno coperto con una coltre di scetticismo anche l’attendibilità dei contenuti programmatici. Quando pure non ci si abbandoni all’astensionismo, la valutazione si affida ormai quasi esclusivamente a differenze “estetiche” e/o “agonistiche” (il candidato-sindaco più o meno simpatico o più o meno potente). Di qui, come nei tornei di culturismo, il valore assolutamente persuasivo assegnato alle esibizioni “muscolari”: gli indici dell’audience, la quantità di pubblico presente nei comizi, i“like” collezionati dagli spot sui social network ecc.
Come già ebbi a rilevare, proprio il metodo della scommessa permette di assimilare il calcolo probabilistico del cittadino-elettore alla celebre analogia con la quale John Maynard Keynes illustrò la logica dei mercati finanziari. Il grande economista britannico assimilava infatti le tecniche di compravendita del mercato azionario con la procedura di un immaginario concorso di bellezza, indetto da un giornale di grande tiratura. Ai partecipanti viene chiesto di scegliere le donne “più belle” da un insieme di fotografie, con l’obiettivo di indovinare la figura che sarebbe risultata la più votata dal totale dei partecipanti. Mentre la strategia più ingenua, osserva Keynes, suggerirebbe ad ogni partecipante di scegliere la donna da lui considerata più bella, la strategia più adeguata dovrebbe essere assai diversa. Per massimizzare le possibilità di vittoria, ogni concorrente dovrebbe dapprima identificare l’idea di bellezza prevalente nella maggioranza dei lettori del giornale in questione, e quindi operare una scelta basata sulla propria anticipazione della percezione comune. Questa strategia può (e, in un certo senso, dovrebbe) essere replicata all’infinito: poiché infatti anche gli altri partecipanti sceglieranno, non in base ai propri gusti, ma in base alla presunzione della percezione collettiva, anche la loro scelta si indirizzerà non verso la donna che ogni partecipante ritenga la più bella, ma verso quella che ipoteticamente soddisfa di più i gusti altrui. Pertanto, conclude Keynes, «non è il caso di scegliere le donne che, secondo il proprio miglior giudizio, siano veramente le più belle e nemmeno quelle che siano ritenute tali dall'opinione media. Abbiamo raggiunto il terzo grado dove impieghiamo la nostra intelligenza per anticipare quella che è l'opinione media intorno a ciò che dovrebbe essere l'opinione media. E ci sono alcuni, credo, che praticano il quarto, il quinto ed ulteriori passi [di questo ragionamento]».

Ma qual'è il candidato migliore?

In base a questo principio, dunque, l’elettore non dovrebbe optare per il candidato che giudica migliore, e neppure per quello che, a suo parere, incontrerà le preferenze dell’opinione media, ma per quel candidato che, sempre a suo parere, rappresenta ciò che l’opinione media reputa che sia più seducente per la stessa opinione media. E così via. Ma, appunto, si tratta dell’infinita deriva che sempre più allontana l’elettore dall’autonomia di giudizio, attirandolo irresistibilmente verso la china del conformismo, cioè verso il candidato letteralmente più “mediocre”. Questo meccanismo, infatti, non potrà non favorire i candidati-derivati o subprime, che nascondono nel proprio “portafoglio” pericolose idee “tossiche”. Molti elettori potranno infine esaltarsi con l’illusorio “premio” di condividere emotivamente, per un attimo, il successo del vincitore. Ma questa effimera soddisfazione non li dispenserà dall’esito infausto derivante dalla bancarotta del bene comune.
L’unico correttivo al metodo keynesiano, applicato in politica, può essere illustrato con la celeberrima apologetica “libertina”- cioè attraverso il calcolo delle pire convenienze soggettive- formulata da Blaise Pascal in termini di “scommessa” esistenziale. Sostiene Pascal che, infine, siamo tutti obbligati a "scommettere", cioè a decidere di vivere come se Dio ci fosse o come se Dio non ci fosse; ed anche il non scegliere equivale a una scelta (per la seconda alternativa). Ma, "scommettendo" che Dio non esiste, non si vince nulla, e si perde tutto (cioè il vero bene); al contrario, "scommettendo" che Dio esiste si vince tutto (cioè la beatitudine eterna) e non si perde nulla; e, poiché la scommessa a favore di Dio è infinitamente vantaggiosa, la scommessa stessa si ribalta in una "prova" dell’esistenza divina, presentandosi dunque come una scommessa già sempre "vittoriosa". Mutatis mutandis, se scommettessimo sul migliore dei candidati possibili, forse l’effimera roulette dei successi elettorali ci vedrebbe perdenti, ma avremmo comunque tenuto fede alle nostre autonome convinzioni, e avremmo perciò già “vinto” il premio etico di aver compiuto la scelta che ci è parsa la più valida per tutti i nostri concittadini.

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