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Gli schiavi di Michelangelo

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  • Scritto da Fausto Pellecchia

Belle Arti

Schiavi non nel senso storico-politico del termine

di Fausto Pellecchia
SchiavidiMichelangelo 600 minNel 1505, a Roma, papa Giulio II incaricò Michelangelo Buonarroti di progettare il suo monumento funebre, da collocare al centro della nuova Basilica di San Pietro. Secondo l’idea originaria, ricostruita dagli storici dell’arte, la tomba del pontefice si sarebbe articolata nella forma di un grandioso mausoleo architettonico, decorato da molte sculture. All’esterno, nell’ordine inferiore, il mausoleo avrebbe presentato le quattro facciate divise da pilastri, con figure di Schiavi (o Prigioni) addossate e nicchie con immagini di Vittorie. Più in alto, Mosè e San Paolo avrebbero simboleggiato, rispettivamente, il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Michelangelo considerava questo Sepolcro come la sua opera ideale che, omaggiando la figura del dedicatario e committente, avrebbe dovuto celebrare il fondamento spirituale della Chiesa universale. Tuttavia il progetto originario nel corso degli anni fu rivisto numerose volte, a causa dei tormentati rapporti di Michelangelo con Giulio II e con il suo successore, Leone X, che comportarono infine l’eliminazione delle statue dalla tomba. La prima stesura, del 1505 prevedeva un numero di sedici o venti Prigioni. Le sculture erano destinate al registro inferiore del monumento, e accoppiate intorno ad ogni pilastro. Di grandezza superiore a quella umana dovevano apparire molto possenti, con il corpo incatenato in posture differenti, colti nello sforzo di affrancarsi dalla materia informe. Il progetto prevedeva un edificio di forma rettangolare con una cella funeraria coperta a cupola. All'esterno nell'ordine inferiore le 4 facciate erano divise da pilastri, con figure di Schiavi addossate, che racchiudevano nicchie con immagini di Vittorie. Più in alto quattro grandi figure rappresentavano il Vecchio e il Nuovo Testamento (Mosè e San Paolo) e la Vita attiva e la Vita contemplativa. Il coronamento era costituito dalle allegorie del Cielo e della Terra (o da due angeli) sorreggenti un'urna.

Il filo conduttore unificante della complessa ed elaborata iconografia del mausoleo era costituito dalla rappresentazione del dispositivo dinamico che presiede all’intera storia dell’umanità, interpretata platonicamente come lotta di liberazione dell’anima dal “carcere terreno” della materia sensibile. Di questa lotta, le statue dei “Prigioni” (denominate anche Schiavi, a partire dal sec. XIX) avrebbero dovuto costituire la più eloquente personificazione.
Ma l’esecuzione del Mausoleo fu presto sospesa, a causa del concomitante incarico degli affreschi nella Cappella Sistina, sottoscritto da Michelangelo nel maggio del 1508. Perciò, nel 1513, il progetto venne rivisto e i Prigioni ridotti a dodici. Poi a otto nel progetto del 1516. Quindi ulteriormente limitati nel quarto del 1526 e nel quinto del 1532. Nel 1542 furono infine abbandonati. Dei sei Prigioni rimasti, solo due furono completamente ultimati da Michelangelo e sono custoditi al Museo del Louvre di Parigi – gli altri quattro, scolpiti tra il 1519 e il 1534 e lasciati allo stato di abbozzo non-finito, si trovano nella Galleria dell’Accademia di Firenze.

Solo i primi due, infatti, denominati dagli storici Schiavo morente e Schiavo ribelle, vengono citati nel carteggio di Michelangelo: entrambi furono scolpiti a Roma a partire dal 1510 e, nel 1546 donati dall'artista a Roberto Strozzi, per la generosa accoglienza ricevuta nella sua casa romana durante le malattie del luglio 1544 e del gennaio 1546. Quando lo Strozzi fu esiliato a Lione, per la sua opposizione a Cosimo I de' Medici, si fece inviare le due statue in Francia (1550) per offrirle in dono al re Francesco I. E in Francia, dopo vari passaggi, approdarono, dopo la Rivoluzione, alle collezioni statali e quindi al Louvre.

I due “prigioni” del Louvre non sono, tuttavia, schiavi nel senso storico-politico del termine, cioè uomini sottomessi ad altri che ne sfruttano la forza lavoro, ma allegorie della lotta tra lo spirito e la materia, nonché plastiche illustrazioni del senso della morte che definisce il limite dell’umano.
Perché dunque il nome di schiavi? Perché essi rappresentano, per quel lettore della filosofia neoplatonica che fu Michelangelo, il complesso rapporto vissuto dall’anima con il proprio corpo. Non è forse vero che Platone fa del corpo (soma) la tomba (sema) dell’anima, la prigione da cui essa deve tentare di estrarsi per conoscere le forme pure e incontaminate del pensiero, al di là del sensibile? Ma il corpo è altresì il “segno” (sema), il marchio sensibile attraverso il quale l’anima immortale può esprimersi e rapportarsi all’altro da sé. Nel Fedone, in cui Socrate va incontro eroicamente alla propria morte, il filosofo ci invita a “separare il più possibile l’anima dal corpo”, “lavorando a slegarsi dal corpo come ci si slega dalle proprie catene”.

Destinati ad essere collocati l’uno di fronte all’altro, nelle pareti adiacenti del monumento sepolcrale, i due schiavi di Michelangelo sembrano impersonare, in relazione alla frattura metafisica che solca l’essenza dell’uomo e all’ineluttabilità della morte che ne costituisce l’estrema sanzione, le due possibili risposte: la ribellione o l’accettazione, la rivolta o la rassegnazione. Salvo che, nella raffigurazione di questa antitesi – e qui sta indubbiamente l’originale soluzione con la quale il genio artistico riesce a trascendere e a soppiantare il manicheismo filosofico – le due posture che le esprimono, appaiono profondamente ambivalenti: lo schiavo “morente”, nell’accettare la sua sorte infausta, esprime una voluttuosità e un abbandono che sconfinano nel puro deliquio dei sensi, mentre lo schiavo “ribelle”, che rifiuta il suo destino, appare in preda ad un drammatico spasimo. Il primo, con gli occhi socchiusi, si accarezza il torso e i capelli in una postura estatica, mentre il secondo, si dimena in una lacerante torsione, con le braccia dietro la schiena e gli occhi fissi verso l’orizzonte, mentre sembra accingersi ad un penoso combattimento.

Il visitatore del Louvre che li osserva disposti l’uno di fronte all’altro, si trova come dinanzi ad un bivio esistenziale, e non può fare a meno di domandarsi: “Ma, in fondo, che tipo di schiavo sono io?” Quello che si ribella indomito al sopraggiungere della morte, la sua o quella degli altri, con il rischio di privarsi del tempo di godere qui ed ora la dolcezza del vivere; o quello che, avendo deciso di mollare la presa, può finalmente abbandonarsi all’estasi?

Difficile, se non impossibile, indicare una risposta dirimente che sia valida universalmente. E forse ogni osservatore, che sappia corrispondere alla contemplazione degli Schiavi, si convincerà che, sostando sul limite che separa i due simulacri michelangioleschi, non può sottrarsi all’interrogativo impellente che il daimon dell’arte ci rivolge. Poiché precisamente nel punto in cui si dividono i sentieri dell’ethos, si decide il rapporto vitale che ogni uomo intrattiene con la propria esistenza.

 

SchiavidiMichelangelo 600 min

 

 

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