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L'Ifigenia: quella giusta

  • Scritto da Loredana Ferri

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Ifigenia - Agamennone

(Lentamente sul mare iniziano a partire i pescherecci. I bagliori delle lampare illuminano il volto di Ifigenia che proseguendo nel suo racconto abbassa gli occhi)

Ifigenia: Mia madre, Elena, quando era poco più di una ragazzina fu vittima di uno stupro. In paese si mormorava fosse stato un amico di famiglia. Partorì me in segreto presso un santuario. Poi fui affidata e in seguito adottata, ad Agamennone e Clitennesta.

(rialza lo sguardo e dice fiera)

A loro voglio un mondo di bene e per loro mi sono sacrificata...
Nel mio paese, come in tanti altri c'è il cattivo, il violento, anche se non sempre è colpa sua.
Il suo nome è Artemide (nella mitologia greca la dea della caccia). Lei era abile con le armi e prese negli anni il comando su questo territorio, soprattutto sui boschi e su tutti gli animali. Il suo braccio destro si chiamava Calcate un finto santone, un ciarlatano.

(Ifigenia guarda verso il porto)

Come tanti in paese mio padre fa il pescatore, possiede quattro pescherecci. A volte gli capita con alcuni amici, di andare a caccia di nascosto, nei boschi del monte qui dietro per paura che gli uomini di Artemide li sorprendano.
Un giorno cacciò un cervo. La sera al bar offrì da bere a tutti. Forse aveva bevuto un bicchiere di troppo è si era vantato dell'impresa.

(nell'ombra compare la sagoma di Agamennone)

Agamennone: Bevete gente, bevete, questa sera offro io! Oggi a caccia ho ucciso un cervo: Bang; un colpo solo! Artemide non avrebbe fatto di meglio...(la sua sagoma scompare).

Ifigenia: Qualcuno riportò ad Artemide il vanto di mio padre.

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