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La lettrice Ucraina

  • Scritto da Loredana Ferri

LettriceFederico Faruffini 1864 65 di Loredana Ferri - Nell'inverno del 1968 mi venne la varicella. Mia madre mi comprò delle matite colorate e un libro. Era l'unico modo per farmi rimanere ferma dentro il letto e non grattarmi in continuazione. Non sapendo ancora leggere, guardavo e riguardavo le pagine illustrate dando così una mia libera interpretazione a quel libro. Quando mi fu letto tutto quello che avevo immaginato di quella storia svanì, pagina dopo pagina.

"La lettrice o Clara" è il titolo di questa tela datata 1864-65. L'autore, il pittore e incisore lombardo Federico Faruffini, durante la sua vita non la espose mai. È un quadro personale e intimo. La scena sembra un'istantanea presa in un momento d'intimità. Lei è disinteressata sia al pittore, che la sta ritraendo sia allo spettatore. È esposta a Milano alla Galleria d'Arte Moderna.

Presto siamo in ritardo! Tu... premi il pulsante dell'ascensore e tu... hai preso il cappello e il quaderno di matematica?
La porta d'ingresso di casa sbatte violentemente. Tutti scompaiono dentro quella navicella di ferro che in un lampo, li capitombola nel traffico del mattino.
Nadia invece rimane da sola in quell'appartamento, dove il disordine è sparso in ogni angolo. Segni delle feste natalizie passate da un giorno. Su un vetro appannato di una finestra è rimasto impresso un disegno, fatto con il dito: la befana che vola sopra i tetti con la scopa. Dietro quella figura leggera intravede Davide, il piccolo di casa che si appresta a entrare in auto. Vedendola la saluta con la mano e lei dal labiale, legge sulle sue piccole labbra... ciao Nadia.
Sono tre mesi che lavora come colf in questa casa. Occuparsi di loro le fa sentire meno la lontananza della sua famiglia e dall'Ucraina.
Inizia a pulire dallo studio. Passa l'aspirapolvere sul tappeto, spolvera qua e là. In quella stanza i due coniugi passano interi pomeriggi a leggere, scrivere e...a bere. L'infinità di libri apparentemente in disordine la rende bella e affascinante. Nadia trova sempre sulla scrivania il pacchetto di sigarette aperto di lei, i suoi orecchini dietro i cuscini del divano e sopra lo schienale, lo scialle. In un calice, è immersa una viola, sotto di esso c'è un piccolo libro, dalla copertina azzurra mai visto prima. Incuriosita, alza il calice. Delicatamente solleva il volumetto e portandoselo vicino al naso, lo annusa. Si accorge, di non avere l'odore degli altri libri che vivono in quella stanza. Dico vivono perché in ognuno di loro si cela l'anima di chi lo scrive e prendono l'odore della casa che li custodisce. Esprimono in piena libertà qualsiasi argomento: letteratura, arte, storia, religione, poesia e ognuno di questi scrittori di nazionalità diverse, coabitando in pace su questi scaffali. Non appena lo sfiora, si apre su una pagina che evidentemente era stata aperta, svariate volte. È una poesia in lingua spagnola. Alcune parole, sono sottolineate e lei a quel punto si rammarica di non saperle leggere. Guarda l'orologio e si accorge di avere ancora del tempo a disposizione per, soffermasi su quel libro. Sa che non lo deve fare, ma per un attimo vuole fingere di essere la padrona di quell'angolo di casa. Si accende una sigaretta, anche se non sa fumare e infilandosi gli orecchini si sdraia comodamente sul divano di velluto rosso, provando subito una bella sensazione. Mentre immagina cosa ci sia scritto su quella poesia il fumo della sigaretta inizia ad avvolgere la stanza e la cenere allungarsi su se stessa. In quel momento la porta di casa si apre di colpo. Nadia è presa dal panico. Non serve a niente aprire le finestre per fare uscire il fumo, perché lui è già dentro lo studio... Entrambi imbarazzati si guardano in silenzio, lui le fa il cenno di uscire dallo studio, chiudendosi la porta dietro di se. Nadia riprende i suoi lavori e con le mani tremanti inizia a smontare l'albero di Natale. Dallo studio si sente lui che parla al cellulare, prima con voce calma e sottomessa, poi deciso ripete più volte: «Non posso lasciarla... non posso, ti prego... cerca di capire!» Poi esce, dirigendosi verso di lei. Nervoso e con gli occhi umidi le dice: «Per ora lascerò' correre, non dirò a mia moglie che indossa i suoi orecchini.» Spaventata, annuisce con la testa levandoseli di fretta. Avrebbe voluto spiegarle tutto, ma dalla bocca gli uscì un semplice: «Si... signore.»
Senza aggiungere altro il padrone di casa esce nuovamente. Nadia, di nuovo sola in quell'appartamento, rientra nello studio. Si risiede su quel divano, abbandonando le vesti della spavalda lettrice. Si guarda intorno e non gli sembra più, bello e affascinante. I libri sembrano aver perso tutte le parole diventando delle inutili pagine bianche. Ora lo vede come un luogo di dolore e sofferenza, sentendosi anch'essa tradita, stupida e folle per quel gioco inutile e per essersi immedesimata alla sua padrona. Pensava fosse una coppia felice, possiedono tutto quello che lei non ha. Nonostante la delusione, adesso più che mai è felice e orgogliosa di essere semplicemente, Nadia, scollandosi di dosso quella brutta sensazione di delusione.
Per giorni, Nadia e il padrone di casa non si rivolsero la parola, nascondendo i loro segreti; finché una mattina, lui la chiamò dentro lo studio. Le chiese se le fosse piaciuto quel libro dalla copertina azzurra. Mentre le parlava la pagina dove era scritta la poesia, si aprì da sola. «Non so leggere lo spagnolo... signore, ho capito di aver sbagliato... non mi licenzi, la prego!» le disse impaurita. «Siediti Nadia. Non avere paura, nella vita tutti compiamo degli sbagli. Il tuo non è uno sbaglio, ma una curiosità che io potrò soddisfare. Leggerò io per te questa poesia...»

La sua voce si fece triste, cominciò a leggere la poesia, che si fece sua fino alla fine. Gli ultimi versi non li lesse ma li recitò a memoria guardandola negli occhi:
"Benché questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa, e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo" Pablo Neruda.

Non era la poesia che aveva immaginato stesa su quel divano rosso. Una cosa però le univa: erano poesie d'amore. Dopo aver terminato, lui chiuse il libro e glielo porse: «Prendilo, è tuo.»

Quel gesto fu per Nadia un segno di pace. Ai suoi occhi lo studio tornò a essere bello e affascinante e sulle pagine di ognuno di quei volumi ricomparvero tutte le parole.

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Chi è l'autrice/l'autore
Loredana Ferri
Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

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