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Caccia al tesoro - capitolo 8

  • Scritto da Loredana Ferri

Los horrores de la guerra 350di Loredana Ferri - John, l’amico alleato. (questo racconto può essere anche ascoltato dalla voce dell'autrice. Il player alla fine del testo)*

Il soldato tedesco era disteso sul ventre, con la faccia rivolta sul terreno. Avrei voluto vedere il suo volto, per provare verso di lui, pietà o disprezzo. Io, in quel momento, pensavo solo a scappare da quel posto maledetto ma, inciampai nel lungo cinturino di una macchina fotografica, dove un attimo prima, penzolava intorno al collo del militare. Accalappiandomi il piede, cercai di liberarmi. Presi tra le mani la macchinetta e la tirai verso di me strattonando il cinturino che, inevitabilmente si sganciò da essa restando così intrappolata, tra le mie dita. Finalmente liberato, non vedevo l’ora di fuggire da quel bosco per tornare da voi, senza la legna e il latte ma... vivo! Una cosa però la portai via con me: la macchina fotografica. Non so perché la presi in quel momento, non volevo rubarla...mi rimase incollata in mano, fino al nostro rifugio. Fu uno strano destino per la vita di quei due uomini. Il giorno dopo, infatti, i tedeschi furono cacciati dai soldati canadesi e dai militari marocchini inquadrati dall’esercito francese. Tutti in paese erano spaesati, stanchi e affamati. La guerra per noi non era del tutto finita. Certo, fummo presto rifocillati ma, le guerre, fanno incendiare gli animi degli uomini diventando, ladri, primitivi e violenti. I marocchini oltre a depredare tutto quello che incontravano, maltrattarono e violentarono molte donne del nostro paese e quelli limitrofi. Per me, fu un periodo di grande tensione. Cercavo per questo, di non perdere mai di vista Nana’ e tua madre. Inoltre, una mattina, passando per caso nella piazza del paese, si mormorava di bocca in bocca che erano stati trovati nel bosco due cadaveri dentro un fossato. Senza dubbio erano loro! Sapevo che prima, o poi, sarebbe arrivato il giorno del mio pentimento. Non sarei dovuto scappare così, forse erano solo feriti ed ero ancora in tempo per soccorrerli! Mi giustificai pensando che la paura mi giocò un brutto scherzo. Corsi a casa chiudendomi in camera a chiave. Sono sicuro, di aver fatto un urlo, solo che lo trattenni. Rimase chiuso dentro la mia gola, risalì nella bocca mentre i denti, morsero un po’ la lingua. Era il mio senso di colpa, che voleva uscire disperatamente, insieme a tutti i patimenti e la paura che dovemmo subire durante questa guerra facendomi diventare, forse, anche un assassino. Venere, dea dell’amore pur seducendolo, non riesce a trattenere MarteDel soldato tedesco, invece non seppi mai niente. Per darmi forza, speravo di averlo solo tramortito o che, i suoi compagni, avevano trovato il suo corpo e portato via con loro. L’unica sopravvissuta in quella brutta storia fu proprio quella macchina fotografica. Quell’oggetto che mi rimase incollato tra le mani di umano possedeva solo un occhio ma, sembrava, aver capito che fuggire con me da quell’orrore fosse, stata l’unica soluzione. Non appena arrivai nel rifugio, la nascosi frettolosamente dentro una valigia, avvolgendola a una vecchia maglia di lana come fosse stata, l’arma del delitto. Fino allora era la mia spina nel fianco. Poi, arrivarono gli americani, sentendomi più sollevato! Fu in quell’occasione che incontrai, il tenente John. Ero rimasto stregato dalle cineprese e da tutta quella modernità che aleggiava intorno a lui. Mi feci insegnare tutti i trucchi della fotografia, dalla messa a fuoco fino allo sviluppo di una foto. Quando John se ne andò, arrivò per me il giorno che tanto attendevo. Una sera, mentre voi stavate dormendo, approfittai di quel momento e andai dentro lo stanzino dietro la cucina. Presi quella valigia e la aprii. La macchina fotografica era ancora avvolta in quella maglia di lana. La liberai. Era una Zeiss, cromata nera, un modello, mi disse John, usato dai nazisti. Fredda, tra le mie mani sudate... tolsi il rullino. Dietro le scope e altre cianfrusaglie trovai, dei fili per stendere e delle mollette. Appesi lì i negativi, che lentamente si svelarono a me nella loro crudezza. Quel soldato tedesco aveva scattato le foto ai due civili prima di essere gettati nel fossato. Poco dopo, io, mi ero avventato su di lui, ma questo scatto lo videro solo i miei occhi... 

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Il quadro vivace e allegorico in alto pagina è di Pieter Paul Rubens del 1637-38, dal titolo “Le conseguenze della guerra” ci insegna che i conflitti portano solo distruzione, morte e carestie. La Discordia, con la fiaccola in mano tira a se Marte, dio della guerra incendiando il suo animo. Venere, dea dell’amore pur seducendolo, non riesce a trattenerlo. Alla povera Europa, la donna con le braccia alzate, stanca della guerra che dura già da molti anni è senza speranza. Non le resta altro, che rivolgersi al cielo per invocare, la pace tra i popoli.

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Chi è l'autrice/l'autore
Loredana Ferri
Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

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