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Caccia al tesoro - capitolo 9. Fine

  • Scritto da Loredana Ferri

Vincent Van Gogh - I mangiatori di patatedi Loredana Ferri - Ultime rivelazioni.  (questo racconto può essere anche ascoltato dalla voce dell'autrice. Il player alla fine del testo)*

Rimasi tutta la notte dentro lo stanzino, addormentato sopra una sedia, fino a quando, sopraggiunse il mattino. La sua luce entrò dalla finestra. Nitida. Una lama, di una spada lucente, che mi svegliò di soprassalto, posandosi sulle sadiche foto, rimaste al buio, appese al filo senza vergogna. Per paura che le vedeste, le tolsi velocemente, arrotolandomele in tasca. Presi al volo la macchina fotografica e uscii. Durante la notte, avevo maturato tra me che l’occhio di quell’oggetto oramai in mio possesso, non avrebbe più fotografato scenari di morte ma, rinascita e pace. Cercai disperatamente tra le vie del paese, qualche immagine che poteva rispecchiare quella mia idea. La guerra, era ancora li'. Mi appariva morta, dormiente, sotto una coperta di macerie. Pensando di risvegliarla camminandoci sopra, tornai a casa, quando vidi voi e vostra madre, mentre intrecciava a Nana’ i capelli. Quanto ero stato sciocco! Avevo girato per ore fuori, alla ricerca di quella pace, quando invece, la possedevo in casa mia...

La lettera proseguiva con altre rivelazioni: Lo studio fotografico che aprii, mi diede molte soddisfazioni, sia economiche, che professionali. Per uno strano destino, di fronte al mio negozio assunsero una nuova commessa. Seppi, con grande stupore, che era la figlia di uno dei due uomini morti nel bosco. Pur sapendo, che in paese sparlavano di me, attirai la commessa con dei complimenti, facendole molte foto gratis. Non potevano sapere, che dietro ha tutto questo, si nascondeva il mio scopo! Mentre la fotografavo, le domandavo quali ricordi avesse di suo padre. Lei mi raccontò di lui, deliniandomi il suo profilo psicologico: devoto alla famiglia, pronto a difenderla a tutti i costi ma, sapeva apprezzare il buon umore, non rifiutando mai, un bicchiere di vino e una partita a carte con gli amici. Era, così chiara la descrizione del genitore, tanto da riuscire a immaginare il suo volto sia quando rideva, sia quando era serio. Percepivo, che queste confidenze facevano bene a entrambi, sentendomi in pace con me spesso. Poi la madre della commessa, Henriette, aprì un negozio di fiori. Ogni domenica andavo La famiglia di Carlo IV dipinto di Francisco Goya del 1801 a comprare due rose rosse, una la regalavo a tua madre e l’altra la portavo al cimitero al marito. Un giorno, però, fu davvero speciale e unico! Avevo esposto in vetrina la mia Zeiss, accanto al nuovo modello, quando entrò, nello studio fotografico, uno straniero. Con la capitale vicino, a volte capitava che qualche turista, s’inoltrasse da queste parti. Era un tedesco, che sapeva parlare correttamente l’italiano. Mi fece molte domande su quella macchina fotografica, tra cui: come l’avessi avuta. Ovviamente, non risposi, cercando di essere vago, inventandomi una storia. Incominciai a fissarlo, pensando che forse poteva esse lui...il soldato tedesco, e anche se, non fosse stato lui, mi piaceva pensarlo. Volle a tutti i costi, che gliela vendessi, dicendomi che in passato, ne aveva posseduta una identica. Cominciai a sudare. Senza pensarci sopra due volte, gliela vendetti. Lo vidi uscire con la “mia macchinetta”, augurandomi una buona giornata. Rimasi dietro il bancone immobilizzato. Ebbi per un istante l’impressione di vedere il fantasma del vecchio oste, l’ex proprietario del negozio che mi diceva, dandomi una pacca sulle spalle un po’ brillo: «Hai fatto bene... bravo! Hai fatto proprio bene... a vendergliela».

Già, era così che mi sentivo... ubriaco! Verso sera quando, mi sembrò’ di aver smaltito quella strana sbornia, rincasai. Passai, prima dal lattaio comprando la bottiglia di latte, quella che non ero riuscito a comprare quel giorno Coppia sopra Sait Paul di Chagall del 1968tornando dal bosco. Entrai in cucina, chiamai vostra madre. Versai, in due bicchieri il latte, raccontandole tutto, da quel giorno nel bosco fino a quella mattina nello studio. Ricordo ancora il suo sorriso eloquente e le sue parole di conforto. Mi aveva perdonato dicendomi: «Non sentirti in colpa delle tue azioni. Tutto è tornato al suo posto. Quel tedesco, vendendogli la “tua macchina fotografica” ha messo in ordine nella tua vita...».
Con le parole di mia madre, terminò quella lunga lettera.
Due ore prima avevo lasciato la casa dei miei genitori montando sull’auto in tutta fretta. Ora, i miei gesti, si fecero più lenti. Tutte quelle rivelazioni, avevano lasciato anche me, ubriaco e leggero. Era giunto il momento di andare, le lettere però non le portai via con me. Le lasciai, dove le avevo trovate. Sopra la credenza. In qualche modo, erano diventate la voce di quella casa, oramai, silenziosa e solitaria.
Richiusi l’uscio a chiave. Rimasi fermo ancora un po’ davanti al portone. Aspettavo da Nana’ il suo fischio, la sua vocetta che chiamava, “Peppee!”. Per fortuna, con l’immaginazione si può tutto. Il fischio, e la vocetta non tardarono ad arrivare. Tirai su la testa... guardai la finestra, rispondendole “Sii!” Gridai talmente forte, che i cani della via iniziarono ad abbaiare. Sempre lentamente, aprii lo sportello della cassetta della posta. Traboccante di pubblicità, scivolò a terra. La raccolsi. Tra un volantino di un supermercato e l’altro spuntò... una foto...un selfie di papà. Lo sapevo che si era fatto un autoscatto! Quello che non fece mai vedere a nessuno, tranne ora a me! Mi sentii un egoista privilegiato. Avevo sbagliato a valutarlo, concentrandomi in tutti questi anni, solo su me stesso. Le lettere mi rivelarono quale famiglia splendida, protettiva, forse un po’ misteriosa e timida, era stata la mia, con i suoi difetti e sbagli. Nana’, così creativa e fantasiosa, me lo aveva fatto capire attraverso il nostro gioco preferito, la “Caccia al tesoro”. Trovando, così, il premio finale, quello che non stavo cercando: l’amore della mia famiglia.

*In voce. Clicca sul quadratino verde

Fine.

Per congedarmi da voi, in quest’ultimo capitolo, pensavo di scegliere un quadro, dove fosse ritratta una famiglia. Per esempio, “ La famiglia di Carlo IV ” dipinta da Francisco Goya del 1801 dove il suo occhio osservatore e psicologico, ritrae la famiglia reale spagnola riccamente vestiti, ma, brutti e pieni di difetti. Poi, scorrendo tra le tante immagini nel web mi è apparsa la famiglia più umile di tutta la storia dell’arte, i “ I mangiatori di patate” di Van Gogh del 1885. Alla fine, mi sono apparsi una coppia, che si libra nel cielo, liberi e sereni dal titolo, “ La coppia sopra Saint Paul” del 1968 di Chagall. Eccoli, mi sono detta è la famiglia che cercavo, o per meglio dire, l’inizio di una famiglia. Quando ancora tutto è un sogno, e non sanno, cosa il mondo gli riserverà, nel corso della loro unione.

 

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Chi è l'autrice/l'autore
Loredana Ferri
Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

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