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La sartoria

  • Scritto da Loredana Ferri

atelier di sartoria Botero 350 260di Loredana Ferri - Attraverso un vetro satinato di una finestra di una piccola sartoria, s’intravedeva l’ombra di un acero illuminato dal sole.
I suoi rami quasi spogli dalle foglie d’orate erano mossi dal vento e bussavano a quel vetro dove, dall’altra parte, in una stanza, c’era seduta Mari'.
A ogni colpo di ramo, la giovane sarta si spaventava sobbalzando dalla sedia pungendosi tutte le volte, un dito.
La poverina lamentandosi e piagnucolando si portava il dito in bocca e diceva: «Accidenti...che dolore!» mentre le sue compagne se la ridevano a denti stretti.
«Ah cara la mia Mari', se solo fossero questi i dolori!» Gli rispose Gina, la titolare della sartoria intenta a tagliare una spessa stoffa gialla.
«Eh... si!» affermò sospirando Rosalinda, seduta davanti alla macchina per cucire.
Solo Dora, la nuova apprendista restava in silenzio.
A lei era stato affidato l’incarico di tenere la sartoria pulita: scopare i fili, lavare per terra e riordinare gli scaffali.
Le sarte, nel tepore di quell’atelier mentre i loro aghi ondeggiavano tra le trame delle stoffe, le loro lingue ordivano sempre gli stessi discorsi: il tempo, i figli e i mariti.
Preferivano però, tessere le chiacchiere che si sentivano nel quartiere. Quelli erano i rammendi che più sapevano fare!
Ad ascoltare le loro storie c’era un gatto rosso che arrivava puntuale tutti i pomeriggi alla stessa ora. Il felino, dall’ignota provenienza, si andava a sdraiare comodamente su un tappeto ai piedi delle sarte.

Arrivò novembre e l’acero perse tutte le sue foglie. Dal vetro della sartoria s’intravedevano solo i rami che sembravano delle lunghe dita nodose di una mano gigantesca.atelier di sartoria Botero
Gina, come tutti i lunedì mattina si accingeva ad aprire la serranda della sua sartoria.
Da un paio di settimane sembrò che quel vento si fosse portato via oltre le foglie anche i clienti.
I loro aghi di colpo non ondeggiavano più come prima e così, le chiacchiere inutili che tanto amavano fare.
Anche il gatto sembrava annoiato e un pomeriggio approfittando che la porta della sartoria era aperta sgattaiolò via attirato dai cinguettii di un passerotto sul marciapiede.
Nel pomeriggio il sole si velò e iniziò a calare tra le case del paese una nebbia azzurrina.
Le sarte rimasero incantate da quel momento magico e si portarono davanti alla vetrina.
In quel frangente passò un uomo.
«Avete visto quell’uomo alto, magro e triste che zoppicava un tantino da una gamba?» disse Gina con una faccia di quelle che hanno visto passare da poco un fantasma!
«Si... forse... non ne siamo sicure!» risposero prontamente le sue dipendenti.

Un destino segnato

«Credevo... fosse morto! Mio padre, pace all’anima sua, mi raccontava che quell’uomo da giovane scivolò proprio davanti alla nostra sartoria per via, forse... di un gatto che gli passò tra le gambe. Le sue ossa si fratturarono in vari punti e la guarigione fu molto, molto... lenta e dolorosa.
Potrei dire che nessun uomo ha provato nella sua vita tante sofferenze come lui.
Un giorno fece uno starnuto tanto forte che il suo corpo s’irrigidì. Per mesi fu costretto a letto senza poter muovere un muscolo.
Sembrava che tutti i mali si posassero su quel povero uomo. Oramai era distrutto, non solo nel fisico perdendo così ogni speranza di guarigione e di fede.
Se non ricordo male, era un giorno come questo, la gente si preparava a celebrare i santi e i morti; quando mio padre vide entrare nella sua sartoria quell’uomo che a malapena si trascinava a fatica sulle proprie gambe.
Chiese con un filo di voce di volersi far cucire su misura un vestito, perché presto il suo tempo su questa terra stava per terminare, ma non l'avrebbe pagato perché secondo lui tutti i suoi mali erano nati il giorno in cui accidentalmente scivolò davanti alla sartoria.
E aggiunse, guardando mio padre con occhi di fuoco, che se non avesse confezionato presto il suo vestito i suoi aghi non avrebbero mai più attaccato un bottone.
Dopo queste minacciosa proposta mio padre si affrettò a prendergli le misure.
L’uomo poco dopo uscì dalla sartoria.
Per uno strano destino, forse sempre per colpa di un gatto, l’uomo scivolò battendo fortemente la testa sul marciapiede e morì di colpo».
Nella sartoria calò il silenzio! Mari’, Rosalinda e Dora erano impietrite e Gina a quel punto terminò la sua storia:
«Poiché a mio padre quelle misure prese per confezionare il vestito a quell’uomo non servirono più, le passò direttamente al falegname del paese per farne una bara su misura!»
Intanto quella nebbia azzurrina pian piano cominciò a diradarsi.
Le sarte, soddisfatte di quel finale si andarono a risistemare nelle loro postazioni aspettando i clienti che non tardarono ad arrivare.
Anche il gatto rientrò e si andò a sdraiare come sempre sul tappeto sotto i loro piedi perché le sarte, ricominciarono a far ondeggiare i loro aghi e a tessere... le loro chiacchiere!

Il quadro è di Fernando Botero: “L’atelier de la sartoria”.

Chi è l'autrice/l'autore
Loredana Ferri
Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

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