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Il ritorno a casa

Nomellini alle porte d italia 350 min- Come in tutti i paesini di provincia, successe anche ad Antonio: un giorno qualcuno iniziò a chiamarlo Tuccio. Quel nomignolo se lo trascinò fino alla fine della sua vita…

Mancavano poche settimane a Natale e Tuccio scese da un treno un mercoledì mattino alla stazione di Ceccano. Ritornava da quel conflitto che tutti conoscono come la “Grande Guerra”.

Su quel treno durante il tragitto, rivide dopo tre anni la campagna ciociara e i paesi aggrappati su dolci colline. Il suo cuore fece un sobbalzo quando riconobbe in lontananza in monte Cacume. Sulla cima, in quel momento, si era posata una piccola nuvola che in pochi istanti un timido sole dissolse. Aprì il finestrino e anche se era freddo, non lo sentì. Al fronte, il freddo lo aveva temprato, la pelle del viso era arrossata e dura come il cuoio. Socchiuse gli occhi e annusò l’aria come fanno i cani per riconoscere il suo padrone.
Finalmente era arrivato al suo paese! In Austria, quando era prigioniero, non aveva fatto altro che immaginare quel momento.

 

Fuori dalla stazione su di lui scese il peso di quei patimenti subiti da anni. Sentì il suo corpo dolente, trasfigurato. Il suo stomaco era vuoto come una tasca dei suoi pantaloni.
Nonostante tutto si consolò sapendo che il traguardo era orami vicino, presto avrebbe varcato la porta di casa.
Era incredulo al pensiero che i suoi piedi stavano per percorrere Via del Pisciarello, una lunga strada serpeggiante in salita che lo portò fin su a Piazza Vittorio Emanuele.
Lì, con gli occhi smaniosi, cercava di incrociare altri sguardi a lui familiari: un vecchio amico, un parente, un vicino di casa qualcuno, che potesse riconoscerlo.
Purtroppo per lui, non gli fu dato il tempo. Il bailamme e la calca del mercato della frutta e verdura che si stava svolgendo il quel momento lo trascinarono fino in Via Solferino.
A metà di questa strada svoltò in Via Santo Stefano.

Mancavano solo cento metri per trovarsi davanti al portone di casa, avrebbe voluto allungare il passo o correre. Le sue gambe, invece, si arrestarono e indietreggiarono di qualche passo.
Rimase immobilizzato all’imbocco di quella strada e si mise a pensare a quando era partito per quella guerra assurda e alle lacrime nascoste della moglie lasciata sola con i figli. Si svegliò da quell’incubo solo quando udì nell’aria la voce di una donna. Chiamava a gran voce il nome di uno dei suoi figli.
Spinto da quell’evento percorse quei cento metri a passo spedito, come se qualcuno gli corresse dietro per acciuffarlo e riportalo dentro quella guerra.

Davanti a quell’uscio bussò come fanno gli estranei e attese sentendosi un bambino che l’aveva fatta grossa.
Nell’attesa, si mise a guardare le screpolature della vernice e le crepe profonde di quella porta. Con il dito indice cercò di toccarle, ma in quell’istante, finalmente, la porta si aprì. Davanti a lui vide il volto pallido e scarno di sua moglie Vincenza.
Incredula, gli disse con un filo di voce: "Anto’!".
Era passato troppo tempo, chiamarlo Tuccio forse, sarebbe stato troppo confidenziale.
Vincenza lo fece entrare e rimise la chiave fuori dalla porta come usava fare prima che lui partisse.
Ora c’era un uomo in casa. Lei e i suoi figli erano al sicuro.

Il quadro di nonna Vincenza.

Passò del tempo, Tuccio educò i suoi figli, divenne nonno e bisnonno.
E come tutti gli uomini che sono stati in guerra non raccontò mai un episodio di quei giorni al fronte. Alla domanda: "Nonno, racconta quando eri in guerra!"
Lui si chiudeva nella stanza da letto e ne usciva solo, quando tutti se ne erano andati.
Io stessa cercai di farmi raccontare qualcosa, ma fu inutile.
Ricordo quando andavo a trovarli nella loro vecchia casa in Via Santo Stefano.
In cucina c’era un grosso camino coperto di fuliggine. Anche se era estate, si sentiva ancora l’odore acre di cenere fredda di tutta legna arsa dell’inverno trascorso. Oltre la cucina c’era una porta che ti accompagnava fuori. Lì trovava grazioso un cortile sterrato, dove due alberi di fico teneva, teso un filo, dove nonna Vincenza stendeva il bucato. Dentro ad un recinto alcune galline deponevano le uova. Immancabilmente dovevo sacrificarmi e berlo tutto in un fiato, come un rito. Ancora oggi sento in bocca quel sapore viscido dell’albume e la pastosità del tuorlo che… tardava sempre ad arrivare.

La stanza, per me misteriosa, era un piccolo soggiorno con un tavolino e una scala che portava nella stanza da letto sempre in penombra socchiusa dalle persiane.
Sulla parete, sotto quella scala c’erano due quadri: in uno la foto di nonno Tuccio con la divisa, nell’altro c’era incorniciato qualcosa che per me era ancora difficile da interpretare.
Nonna Vincenza aveva incorniciato lì tutto il dolore di Tuccio. Così che i figli e i nipoti capissero, senza domandare troppo, quei terribili anni troppo dolorosi per essere raccontati.
Sembrava un quadro di un artista contemporaneo, uno di quelli che si vedono solo alla biennale di Venezia.
Una specie di collage dove aveva attaccato come reliquie su di un cartone rettangolare alcune cose, ognuna con un significato ben preciso.
Campeggiava su tutto un modello di una camicia di carta ingiallita, una piccola medaglia al valore, un pettine di ferro e una sottile fettina di pane duro nero.
La camicia era quella che indossava Tuccio quando era tornato quel mercoledì mattina, a ricordare il freddo che dovette patire. Il pettine, dai denti taglienti rappresentava la baionetta del suo freddo fucile.
La medaglia di poco valore, per ricordarci che fu uno dei tanti soldati pronti a morire, ma non abbastanza, per essere un eroe.
A rappresentare la fame quella fettina sottile di pane duro.
Quel cartone rettangolare era efficace quanto “Guernica” la grande tela di Picasso. L’unica differenza è che lì, la guerra la potevi anche toccare.

Nonno Tuccio era il mio bisnonno, lo ricordo appoggiato sul suo bastone mentre attraversava la piazza del paese. I suoi passi erano svelti e corti. Mite, sorridente come un bambino. Il suo viso non faceva trapelare il suo passato. Non vi era traccia di quello che aveva subito: freddo, fame e tanta paura. Per me, un valore aggiunto nella mia vita.

 

In alto a sinistra, il quadro intitolato “Alle porte d’Italia” è del pittore livornese Plinio Nomellini, realizzato nel 1919 . Nel 1916 grazie a un salvacondotto di un generale parte per il fronte dove produce una serie di disegni e schizzi.
Finita la guerra gli serviranno come spunto per le sue grandi tele a olio.

 

 

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Chi è l'autrice/l'autore
Loredana Ferri
Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

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