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Il Capannone-A

  • Scritto da Loredana Ferri

olivetti 350 mindi Loredana Ferri - Scarmagno è un piccolo comune del Canavese. Le sue case si aggrappano dolcemente su una collina.
Prima degli anni 60, i suoi abitanti e altri quindici comuni limitrofi erano per la maggior parte contadini. In quel piccolo paese i galli dei cortili cantavano ogni mattina e si coltivavano filari di vigne come fossero lunghi merletti dorati riparati da antichi boschi di castagni e alberi di acacia. Un uomo visionario, Adriano Olivetti, in poco tempo avrebbe stravolto e cambiato per sempre il loro modo di vivere.
Volle ampliare il suo stabilimento fuori Ivrea una cittadina poco distante da Scarmagno. Cosi ai piedi di quella collina in una vasta area pianeggiante di un milione di metri quadrati tra 1962 e il 1964 fu costruita una lunga struttura di acciaio chiamato Capannone-A e tra il 1968 e il 1978 furono fabbricati altri capannoni B, C e D.

Da contadini si trasformarono in operai specializzati. Via la vanga che spaccava la schiena, via il sudore che colava sulla fronte.
I calli duri sulle loro mani si appianarono, mentre aumentò il loro salario, puntuale tutti i mesi. Da quei capannoni uscirono le macchine per scrivere elettroniche e i primi computer. Il sogno di Adriano Olivetti si era realizzato ma non fece in tempo a vedere tutto ciò: morì il 27 febbraio del 1960. Negli anni 90 quella realtà comunitaria svanì. Operai e impiegati furono licenziati e i quattro capannoni chiusero definitivamente, lasciando il canavese più povero.

 

Il mio primo lavoro.

Questa è la storia che tutti bene o male conoscono. Per tutti quella ditta fu come una mamma generosa e affettuosa per poi trasformarsi in matrigna.

Io la ricordo quella ditta, quando era una mamma generosa e affettuosa! Nell’ottobre del 1983 io avevo ventitré anni e insieme con me, molti ragazzi e ragazze del canavese furono assunti all’Olivetti. Erano anni che la nota ditta non assumeva nuove leve. Il ricordo più vivo è quando quella mattina entrammo in massa. Eravamo il “passaggio del testimone” che avanzava lungo la navata del Capannone- A. Accidenti, quanti eravamo! Cose che oggi il mondo del lavoro può solo sognarlo. Sfilammo fieri e orgogliosi mentre, negli occhi, gli operi più anziani trapelava un misto di stupore e gioia. Per loro eravamo come figli.

Non ci rendevamo conto ma stavamo andando a creare quello che diventò uno dei personal computer di maggior successo al mondo: L’M24! Ci sistemammo ognuno nelle nostre postazioni di lavoro, davanti a dei tavoli alti, uno dietro l’altro. Annessi ai tavoli c’erano dei contenitori, riempiti di viti dalle più piccole alle più grandi, cacciaviti piatti e a stella e un piccolo cassetto con dentro un grembiule. A fianco a quei tavoli serpeggiava un lungo rapistan di rulli di acciaio, dove scivolavano dei vassoi con dentro i pezzi per comporre il computer: una piastra madre, schede di memoria, un alimentatore, hard- disk, due floppy- disk, scheda video ecc…ecc…Quella scatola metallica, in poche mosse diventava una scatola magica. Un collaudo veloce, e il lavoro era concluso. E ogni computer portava la nostra firma di ognuno di noi, come un pezzo d’autore!

Nonostante il diploma d’arte fui assunta come operaia, questo non mi rattristò non mi preoccupai minimamente di essere una turnista. Sei e due, due e dieci e il cottimo giornaliero era di 32 computer. L’indipendenza familiare era il mio l’obiettivo! I primi tempi raggiungevamo il posto di lavoro con l’auto di Remis, una ragazza conosciuta giorni prima al corso attitudinale. Eravamo euforiche ed entusiaste!

Per imparare il lavoro ci affiancarono dei ragazzi entrati qualche mese prima di noi e in pochi giorni eravamo in grado di eseguire perfettamente l’assemblaggio di ogni pezzo.
Il nostro caposquadra era come un padre severo. Sapeva incassare bene le battute a volte pesanti a volte ironiche di tutti noi. Il clima era quello operaio dove le parolacce e le risate erano a tinte forti, ma la cosa più importante era che tutti ci sentivamo uguali, uniti quando qualcuno era in difficoltà aiutandoci senza nessuna competizione. Remis aveva frequentato una scuola privata di suore per imparare a diventare maestra ed io una scuola d’arte, forse un po’ meno timida, ma sempre ingenua di tutto quello che mi circondava in quel momento. All’inizio le nostre guance arrossivano dalla vergogna per quel linguaggio poco consono, tempo due settimane avevamo imparato ad accettarlo. Tra una risata forte e contagiosa di Paolo e le barzellette notevolmente spinte di qualche anziano prossimo alla pensione c’erano come sottofondo le canzoni del momento cantate da Riccardo.

Grazie a quel clima goliardico il lavoro ci sembrava meno ripetitivo e noioso. Poi… tutto cambiò e quella grande famiglia che si era creata venne per sempre separata e ognuno di noi, percorse strade diverse. I ricordi di quel periodo lavorativo però rimangono e nessuno c’e` li ha potuti portare via.

 

La cena con gli ex colleghi.

Mi era capitato nel corso degli anni di sognare il Capannone-A, le facce dei miei compagni e del mio caposquadra.
Se magica era quella scatola metallica fu altrettanto magico un whatsapp ricevuto giorni fa da Paolo dove scriveva: “Ciao a tutti ho deciso di organizzare una cena di ex colleghi del Capannone-A!”

In bocca in quel momento mi sembrava di sentire il gusto metallico delle viti e il rumore dei computer quando scorrevano su quei rulli di metallo. Quel giorno sono andata ad affacciarmi sul balcone panoramico di Scarmagno. L’aria fredda di febbraio mi arrossò, le mani e le guance e un brivido mi percorse dietro la schiena… non era il freddo!

Da quel punto si vede l’autostrada, la Torino - Aosta, dove un tempo giganteschi Tir trasportavano il famoso computer in tutto il mondo. Parallela all’autostrada, c’è la vasta distesa pianeggiante del comprensorio Olivetti è… irriconoscibile!

Sembra una cartolina sbiadita, una città fantasma con le sue strade vuote e silenziose, un terremoto senza macerie. I quattro capannoni lunghi e bassi prima celebrati e osannati ora sono addormentati forse, in attesa di una nuova rinascita.

Solo la natura circostante non attende, si riprende quello che gli è stato tolto impadronendosi di loro senza vergogna. Mi sembrò di sentire il rumore delle radici degli alberi alzare il cemento delle pensiline dove si fermavano i bus carichi di operai. L’unica presenza solitaria è la torre con il serbatoio d’acqua. Svetta verso il cielo al suo apice una palla, con una scritta azzurra sbiadita: il cognome del suo fondatore “Olivetti”. Un tempo era verniciato di un bel rosso acceso era come una fiaccola, un faro per tutti. Ora, verniciato di bianco e a tratti arrugginito nelle giornate di nebbia, quasi scompare. In quel momento avrei voluto vedere un panorama diverso magari, un mare pulito o un fiume limpido, dove poter pescare i pesci ma anche questo è un sogno difficile da raggiungere!

La sera dopo li ho rivisti i miei ex colleghi e i discorsi in pochi istanti si sono ripresi da dove si erano interrotti.
Li guardavo tutti attentamente mentre si brindava al nostro ritrovarci: Remis, Paolo, Renato Sandro, Patrizia, Elda, Riccardo, Barbara e altri ancora. Le voci e gli occhi erano gli stessi e non vedevo i chili di troppo, le rughe e i capelli bianchi di alcuni. In quel momento, siamo tornati ventenni, e solo per poche ore quella sera il nostro Capannone-A è ritornato a vivere.

 

Ricordi di vita

 

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Chi è l'autrice/l'autore
Loredana Ferri
Author: Loredana Ferri
Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

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