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Lavoro e fabbrica, cittadinanza e solidarietà

  • Scritto da Loredana Ferri

Officina a Porta RomanaUmberto Boccioni pittore futurista la cui arte seguiva il suo tempo, affascinato dal progresso industriale e dalla vita frenetica. Rinunciò alla spensieratezza degli impressionisti immersi nella natura preferendo le città e le nuove periferie. Nel 1909 dipinge " Officina a Porta Romana".

Quella luce calda che cade sulla strada, mi riporta al primo ricordo della mia vita, o almeno credo lo sia stato. Nord Italia, anni 60 precisamente nell'alto Canavese. Mi trovo improvvisamente su un balcone di un edificio simile a quelli del quadro, guardo giù, la strada è animata da auto, persone e negozi. Man mano riesco anche a sentire i suoni e i colori che prima erano sfocati ora sono sempre più vivi. Riconosco chiaramente quella periferia, ai lati della lunga strada, negli anni 50-60 furono costruiti dei grandi condomini, dove alloggiarono numerose famiglie che provenivano da tutta Italia. Tra loro la mia famiglia. Il motivo di tutto quel movimento fu per via dell'assunzione di operai e impiegati di una ditta di calcolatrici elettroniche e macchine da scrivere: l'Olivetti.

Ricordo quando io con i miei genitori andammo a vedere l'appartamento. "Ancora un piano e poi siamo arrivati" echeggiava la mamma salendo le alte scale. Arrivati al quinto piano papà fece uscire dalla tasca dei pantaloni la chiave, che luccicava di nuovo, la inserì nella toppa della serratura due scatti e la porta si aprì. Chissà cosa pensarono i miei genitori prima di entrare nel buio di quell'appartamento, sicuramente per mio padre una tappa importante. Entrò seguendo l'unica sfera luminosa che filtrava dalla fessura di una serranda e la alzò. Allora io e la mia mamma entrammo in punta di piedi pensando di disturbare qualcuno. Ai nostri occhi tutte le stanze furono svelate, un corridoio quadrato portava a una cucina, un bagno, sala, stanza da letto e un piccolo ripostiglio; in tutto 60 metri quadri. Dopo aver esaminato tutte le stanze, ci affacciammo tutti e tre sul balcone lungo e stretto della cucina e, da quella vertiginosa altezza godemmo il panorama. In lontananza le Alpi ancora innevate benché fosse il mese di maggio. Ai piedi dei monti campi di granoturco, cascine, terreni di altre colture e alberi da frutto coloravano il paesaggio dalle tenui sfumature; traccia di un mondo contadino ancora vivo. Rientrammo e papà richiuse le serrande di ogni stanza, come una moviola ci ritrovammo di nuovo al buio. Quella sarebbe diventata la nostra prima casa, ovviamente in affitto. Il condominio era composto di 60 appartamenti. Nel giro di un anno furono tutti occupati e nel cortile piantarono anche un piccolo pino. Nei ricordi le stagioni si accavallano, si passa dall'inverno all'estate in un battere di ciglia. I profumi e gli odori ti prendono per mano portandomi all'estate. A mezzogiorno se ne sentivano tanti, la potrei chiamare una "globalizzazione degli odori", ogni piano una regione diversa: napoletani, pugliesi, veneti, sardi. Ma c'era un altro profumo che era altrettanto buono: era quando nelle belle giornate di sole tutte le mamme stendevano il bucato e da un balcone Umberto Boccioni. Officina a Porta RomanaUmberto Boccioni. Officina a Porta Romanaall'altro facevano conversazione "ciao da dove vieni?" "dalla Puglia, e tu?" rispondeva la signora del secondo piano "dalla Ciociaria, come ti chiami?" chiedeva con più confidenza la mamma "Assunta" "io Adriana, vieni a trovarmi quando hai tempo!". Conoscersi tra loro era vitale, in questo modo la mancanza del loro paese era meno dolorosa. Non solo gli adulti cercavano di allacciare legami di amicizia, anche noi bambini in cortile eravamo numerosi a fare un bel casino. I giochi erano tanti: bici, nascondino, l'elastico, giochi fantastici, maschi contro femmine ecc... la portinaia veneta non faceva altro che rimproverarci gridando nel suo dialetto "basta putei !!!!". La maggior parte delle famiglie non aveva il telefono, così quando arrivavano le undici del mattino tutte smettevano di fare ogni genere di lavoro domestico perché arrivava puntuale il postino. Anche se le cassette delle lettere c'erano, riceverle direttamente in mano era come aspettare il parente alla stazione. Mia nonna scriveva ogni settimana. La mamma ogni volta si chiudeva in bagno a leggere la lettera, quando usciva aveva gli occhi gonfi e rossi, non capivo perché. Spesso capitava che arrivasse anche qualche pacco con dentro, salami e ogni genere alimentare, condividerne con i vicini di casa era per tutti noi, una gran festa.

Nel 1989 i miei genitori riuscirono a comprarsi l'appartamento frutto dei risparmi fatti dal lavoro. Purtroppo alla fine degli anni novanta l'Olivetti ha ceduto il settore dei personal computer, molti stabilimenti all'estero chiusero. Da allora il declino. Questo è soltanto un assaggio della vita di quel condominio, per noi la fabbrica non era solo il pane quotidiano, ma significò la conoscenza e la condivisione di tutte quelle famiglie che abitavano in quella nuova periferia rendendola viva e dinamica. Dimenticavo, il pino diventò troppo alto e vecchio dunque fu tagliato. Si dice che mentre lo abbattevano qualcuno a pianto, osservando un minuto di silenzio.

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Chi è l'autrice/l'autore
Loredana Ferri
Mi chiamo Loredana Ferri: classe 1963. Ho frequentato studi artistici. Come spesso accade nella vita ci si ritrova a intraprendere altre strade, mai rimpiante o rinnegate. Dal 1983 al 1996 ho lavorato all’Olivetti. Dopo l’esperienza olivettiana sono ritornata alla mia più grande passione: la pittura a olio, spaziando anche su altre forme d’arte. Da qualche anno anche la scrittura mi sta appassionando.

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