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Perché in Italia non esiste un partito del lavoro

  • Scritto da Mario Sai
Prima il lavoro
Se si vuole ridare centralità al lavoro, come propone anche Carrieri, non ci si può, quindi, rivolgere ai partiti. Essi, anche dal punto di vista organizzativo, sono diventati autoreferenziali; hanno cessato di essere luoghi di confronto e di elaborazione programmatica, di formazione politica condivisa. Soprattutto hanno cessato di essere luoghi di promozione sociale dei lavoratori. Le campagne di destra e di sinistra contro la “casta” hanno avuto vasta risonanza e consenso anche perché non solo hanno messo in luce gli scandali, ma anche un modo socialmente selettivo di costruire e organizzare la rappresentanza politica e istituzionale. Per fare politica ci vogliono censo, reddito e istruzione. Anche le primarie o la democrazia del web praticata dal M5S hanno finito per riprodurre un modello censitario di selezione dei protagonisti sociali, delle rappresentanze istituzionali, dei problemi. Questa democrazia elitaria è cresciuta dentro un terremoto politico che ha visto la caduta delle iscrizioni ai partiti; la voragine dell’astensionismo, che attrae per il 45% elettori a basso reddito; la scomparsa dei lavoratori dalle istituzioni e dai gruppi dirigenti dei partiti; lo spostamento a destra del loro voto.
 
Per rompere la macchina di questa rinnovata selezione di classe, che parte dalla scuola, occorre una politica del lavoro, che tragga origine e alimento dai luoghi di lavoro.
 
Le imprese innovative hanno sviluppato un loro processo di politicizzazione dei lavoratori sostenuto da una cultura ( non esiste il conflitto capitale-lavoro, ma relazioni industriali collaborative); da una organizzazione ( lavoro di gruppo e team leader come sistema nervoso dell’impresa-comunità); da una formazione continua sul luogo di lavoro e nelle academy aziendali, prima di tutto per costruire senso di appartenenza. L’arretramento del potere sindacale e della coscienza di sé come soggetto autonomo nel processo produttivo si può misurare anche così: laddove per anni ci sono stati tanti delegati e pochi capi, ora ci sono tanti team leader, animatori dei loro gruppi di lavoro e ponte tra essi e la direzione d’azienda, e pochi componenti delle RSU, per giunta eletti con un sistema elettorale che li taglia fuori dalla presenza diretta nell’organizzazione del lavoro. L’impresa gestita con relazioni industriali “armoniose” e che fa appello alla intelligenza dei suoi “collaboratori” per sostenere un processo di miglioramento continuo non diventa una democrazia. Rimane il comando e la subordinazione. La partecipazione si esplica sempre in via gerarchica e ne derivano disagio e stress, una conflittualità diffusa e astiosa, che fatica a essere vissuta come questione collettiva. illavoroprimaditutto 350 250 min
 
Il primo passo per la costruzione di una politica del lavoro è dare una interpretazione critica al funzionamento del TPS e progettare soluzioni alle sue contraddizioni, dalla spinta partecipativa alla crescente precarizzazione. Anche il salto tecnologico del digitale pone il problema se basti la lean production a garantire il pieno sviluppo delle sue potenzialità o sia necessaria una alternativa. Protagonisti ne devono essere le decine di migliaia di rappresentanti sindacali, a cominciare da quelli delle imprese innovative, che devono essere messi nelle condizioni di fronteggiare direttamente sui posti di lavoro le centinaia di migliaia di team leader. Per questo serve una formazione sindacale di alto livello e un ritorno all’inchiesta come pratica di lavoro sindacale ordinaria, perché il conflitto e la contrattazione non si reggono se non si ha un progetto; se non si passa dalla partecipazione in via gerarchica alla partecipazione progettuale, come propone Federico Butera.
 
“Prima il lavoro” deve significare una radicale rottura culturale e politica con il sovranismo del “prima gli Italiani” e con l’aziendalismo del “siamo tutti sulla stessa barca”; con l’asfissia sociale dell’Europa dei vincoli di bilancio e con una politica economica che dovrebbe governare i mercati, mentre si limita a ripararli quando vanno in crisi, principalmente a spese dei lavoratori. Punto di partenza sono le nuove forme di governo e di controllo delle imprese e delle relazioni industriali, la partecipazione ai processi di innovazione. Sono questioni che si possono affrontare e risolvere solo dentro un confronto tra programmi diversi, dove capitale e lavoro misurino in autonomia i loro interessi di classe. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)
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