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Perché in Italia non esiste un partito del lavoro

  • Scritto da Mario Sai
La terza generazione e il congresso della CGIL
Questa scelta di priorità investe direttamente la responsabilità dei gruppi dirigenti del sindacato. Ci troviamo qui di fronte a un passaggio delicato. Viene a concludersi, anche per ragioni anagrafiche, la stagione politica di quelli che hanno “fatto” l’autunno caldo nella stagione del sindacato dei consigli. Si sono formati anche attraverso un aperto conflitto con la generazione che aveva ricostruito il sindacato confederale dopo la guerra, veniva dalla Resistenza ed era stata parte attiva del processo di ricostruzione delle fabbriche e del Paese. Il loro era il sindacato delle commissioni interne, rivendicativo e politicizzato, fortemente legato al sistema dei partiti, i quali, se si tolgono le minoranze liberali e radicali, avevano come questione centrale il lavoro e le sue rivendicazioni, ma consideravano la cultura del sindacato una derivata del processo politico che essi definivano e orientavano. Tutto ciò era stato complicato dalla rottura dell’unità sindacale. Proprio la questione dell’autonomia era stata materia di un lungo lavoro di analisi ed elaborazione sindacale, di scontro politico e culturale. Il sindacato dei consigli nasceva, oltre che dalle lotte operaie, anche dal convincimento che un possibile superamento del taylorismo, di un sistema di cui il lavoratore era ingranaggio, non poteva aspettare l’andata al governo dei partiti pro-labour, ma doveva realizzarsi nel concreto dei rapporti di lavoro, con un processo autonomo, una cultura autonoma. Finiva l’epoca delle correnti di partito e riprendeva il cammino dell’unità sindacale; cresceva il ruolo del sindacato “soggetto politico”, forte per capacità di lotta e di progetto; per organizzazione (l’estesa rete dei delegati); per numero di aderenti.
 
Negli ultimi trent’anni c’è stata una caduta dei conflitti e una diminuzione del tasso di sindacalizzazione. Il punto più critico è stata la perdita progressiva di poterefiom 9marzo sull’organizzazione del lavoro. È cresciuta la supremazia dei datori di lavoro nello specifico dei rapporti di produzione e nell’ambito generale delle relazioni sociali e politiche. Il sommarsi, in particolare in Italia, di riorganizzazione toyotista e crisi ha rafforzato queste tendenze. È il contesto in cui è cresciuta la terza generazione di sindacalisti. La loro cultura, come quella di tutti i millenials, è stata circoscritta al presente, aggravata anche dalla nuova rottura dell’unità sindacale, che ha impedito ogni confronto culturale e innescato una concorrenzialità astiosa. Inconsapevoli del cambiamento toyotista, immersi in una cultura ancora fordista, anche i conflitti che hanno dovuto governare li hanno tenuti lontani da una riflessione sui cambiamenti. Per loro c’è stata una lunga stagione di lotte dure e generose, non sempre vincenti, per impedire lo smantellamento di officine, uffici, servizi anche attraverso una pratica di solidarietà. Hanno anche subito accordi, dagli orari alla formazione al welfare aziendale, dove spesso erano le imprese a decidere e il sindacato a prendere atto, anche per la crescita di pulsione aziendalistiche se non corporative in significativi strati di lavoratori.
 
Questa generazione, nel suo passaggio dai presidi e dalle bandiere sui cancelli alla capacità di progettare alternative nel cuore dei cambiamenti organizzativi e tecnologici, deve dotarsi di una propria cultura e di una propria politica. Può farlo dentro un processo di formazione, studiando insieme ai lavoratori quanto avviene nel cuore del processo produttivo attraverso le inchieste, e vederne, attraverso seminari e scuole di politica, le conseguenze generali, poiché i nuovi metodi di lavoro sono indissolubili da un determinato modo di vivere e di pensare. Serve consapevolezza che senza “democratizzare” la relazione capitale-lavoro, a cominciare dal diritto al conflitto e al progetto, la democrazia liberale non si dimostra capace di arginare il crescere delle disuguaglianze, di assicurare la piena occupazione, di impedire una arbitraria e iniqua distribuzione delle ricchezze e dei redditi. Il suo destino è quello di fare da levatrice a un regime autoritario e intollerante, all’uomo solo al comando.
 
Costruire una cultura politica del lavoro non è più problema, in questa fase, di autonomia, di incontro - scontro con le forze politiche ( con esse, quando ci si riesce, si possono stabilire accordi su singole questioni), ma di rapporto con la vasta rete di competenze intellettuali, nelle università come nei centri di ricerca, che in questi anni hanno continuato a studiare i grandi temi della democrazia, del lavoro, del cambiamento tecnologico, non trovando udienza nei partiti e ascolto in limitati settori imprenditoriale e del sindacato “collaborativo” , mentre l’interlocutore più interessato (e interessante per loro) dovrebbe essere il sindacato generale, come è la CGIL.
 
Il ricambio generazionale, la presa di potere di una nuova generazione, è un processo delicato e difficile. Lo è stato negli anni Settanta, ancor di più lo è adesso. È oggettivamente parte del congresso della Cgil. Sono necessarie, da parte dei gruppi dirigenti, scelte lungimiranti: non una lotta burocratica, ma la condivisione di un progetto di rinnovamento.
Settembre 2018 QdRS
*Ufficio studi Camera del Lavoro di Milano
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