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Perché in Italia non esiste un partito del lavoro

disoccupazione precariato 350 260

di Mario Sai* - Mimmo Carrieri, commentando la terza indagine sui lavoratori italiani (“I lavoratori italiani tra insicurezze crescenti e riforme possibili”, 2018), richiama l’attenzione su due cambiamenti. In dieci anni la quota di coloro che non si sentono rappresentati da nessun partito è passata dal 31% al 70%. 
 
Chi c'è oggi a sinistra
A “sinistra” c’è il prevalere delle classi sociali più elevate e con un reddito più alto. Il Pd nel 2018 – e lo dimostrano anche gli esiti del voto- è di fatto il partito delle élite. Per rispondere alla domanda che pone Carrieri, se esistano margini e vie d’azione che consentano di invertire questa situazione, occorre ragionare sulla lunga eclisse della sinistra in Italia.
 
Si può partire dai diari di Bruno Trentin: “…Riunione dell’Osservatorio sulle relazioni industriali patrocinato dalla Fiat. Qualche apertura di Annibaldi … sulle prospettive di una ricerca e di una sperimentazione comune…La sera, un tentativo di chiarimento con Achille [Occhetto]… Condivide la mia proposta per la CGIL e sembra convinto di dover passare per una fase programmatica. Discussione sul nome del P. Insisto sul Partito del Lavoro (o dei lavoratori)”.
È il 29 settembre 1990. Da un anno è caduto il Muro di Berlino e con esso un sistema fondato sul primato politico del “Partito della classe operaia” e su quello tecnico del taylorismo nei luoghi di lavoro; su una pianificazione dell’economia dirigista e su aggiustamenti informali imposti dalla resistenza di operai e contadini e da conflitti burocratici. La conseguenza è stata una crescente inefficienza, sempre meno compensata dallo sfruttamento delle risorse naturali e dal bisogno di modernizzazione dell’apparato militare, fino al crollo.
 LAVORO 350 260
In Italia da un anno alla FIAT, per uscire dalla crisi di governabilità dell’azienda, si è impostato il “Piano della qualità totale”. L’ambizione è quella di dimostrare che il nuovo modo di lavorare e produrre, maturato come obiettivo nelle lotte dell’autunno caldo, può essere fatto proprio dall’impresa grazie alla tecnologia e all’innovativo sistema di produzione della Toyota. Per questo la Direzione del Personale ha elaborato, come materiale di studio, il manuale “Concorrenza, caso Toyota e qualità totale”.
 
Il capitale avvia attraverso il TPS (il Toyota production system, nelle sue varianti occidentali, dal World Class manufacturing alla Lean production) la sua seconda rivoluzione passiva dopo quella del fordismo. Ne fa, a partire dalla crisi del ’73, uno dei motori della globalizzazione, a cui si aggiungono Internet e le ICT negli anni Novanta e lo tsunami della finanza e della Borsa a cavallo del nuovo millennio. Si genera una profonda modificazione nelle relazioni sociali e nelle culture politiche. Il neoliberismo diventa cultura di massa, che alimenta le prospettive di arricchimento e avanzamento sociale individuale. Gli estesi e complessi sistemi di regolazione, tassazione e redistribuzione, a cominciare dalla contrattazione sindacale, appaiono un intralcio anche per socialdemocratici e riformisti. E’ la “terza via” , da Blair a Clinton, che fa proprio l’obiettivo di“meno stato, più mercato”.
Anche la sinistra dei movimenti, frutto del sommovimento studentesco del ’68, non crede più nella forza emancipatrice della classe operaia. La questione centrale non è più il superamento del capitalismo, ma la lotta contro il potere, di cui sono parte il sindacato e gli stessi operai. L’obiettivo è la conquista di una maggiore libertà personale, base per una estesa affermazione di diritti civili, di cui Internet sembra la condizione. In Rete c’è un rapporto diretto tra le persone; libertà di dire e di creare; possibilità per le minoranze attive di imporre le loro priorità a livello generale senza bisogno di mediazioni politiche o istituzionali.
 
In Italia non nasce il Partito del lavoro, ma si avvia un lungo processo di trasformismo nel ceto politico e di cambiamento dei riferimenti culturali e sociali. Dal tentativo del PDS di mettere insieme un pallido programma socialdemocratico (incapace di misurarsi con la rivoluzione organizzativa e tecnologica che avviene nel lavoro) e la radicalità dei movimenti (dall’ambientalismo al femminismo), si sfocerà nel PD delle elite.

Aziendalismo, sovranismo e questione sociale
Delle novità e delle contraddizioni del nuovo sistema di produzione la sinistra politica e gran parte del sindacato e del mondo accademico sono stati del tutto inconsapevoli. Un mondo di uomini e donne “flessibili”; una società di individui colti e connessi; una democrazia senza sindacati e partiti, animata da leader e da followers sono stati per anni le parti di una narrazione che accettava che la storia fosse finita e che il capitalismo fosse l’ordine naturale delle cose.
 
Non si è capito quanto alla globalizzazione fosse connaturata una potente crescita delle disuguaglianze. In questi anni si sono ridotte le distanze nei ritmi di sviluppo tra Paesi avanzati ed emergenti, ma è aumentata al loro interno la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. La società si è polarizzata e così il lavoro, avendo nella crescita del lavoro precario rispetto a quello stabile un potente volano. E’ un processo strutturale, conseguenza del sistema di produzione toyotista e della rivoluzione del just in time: avere nel processo produttivo ciò che serve solo quando serve e nella quantità che serve. Questo vuole dire anche un nucleo di lavoratori a tempo indeterminato contenuto e una massa crescente di lavoratori a disposizione, assunti e/o pagati solo quando serve, da quelli somministrati nelle grandi imprese agli “autonomi” del nuovo terziario ai riders governati da algoritmi e piattaforme. I paesi, rimasti ai margini dello sviluppo, hanno prodotto una massa crescente di immigrati. Di fronte a questi fenomeni il welfare, nella fatica di Sisifo di correggerli, è entrato in crisi.
L’estensione del precariato e la crisi economica, che in Italia ha distrutto un quarto della base produttiva, hanno fatto crescere un senso comune di insicurezza nel lavoro, nell’abitare, nell’accesso alle prestazioni sociali. Anche Carrieri nota che le elaborazioni del Rapporto sui lavoratori italiani segnalano un mix tra soddisfazione verso il proprio lavoro di chi è stabile e sta dentro processi di innovazione e una prevalente esigenza di difesa e protezione di chi è precario e perde reddito. Manca, però, una idea di come intervenire sui nodi nevralgici della produzione e della distribuzione. Nella società i movimenti si sono aggregati non intorno a una strategia, ma a forti emozioni: rabbia contro i poteri forti, indignazione contro i politici disonesti. È un processo sostenuto dalla crescita delle comunità virtuali in Rete. Nate come modello di relazioni sociali orizzontali e antigerarchiche, oltre le barriere fra nazioni, etnie, culture e classi sociali, sono diventate aggregazioni di minoranze chiuse e intolleranti, dove manca il confronto di idee e soprattutto il dissenso èbandiere rosse a piazza del popolo 350 260 bandito.
Il crollo delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione e con esse dell’Europa sociale e solidale, sostituita dalla faccia feroce del dottor Schaeuble che mette alla frusta i lavoratori e i pensionati greci, ha travolto la sinistra progressista. Il riformismo, che era nato per rendere il capitalismo socialmente sostenibile, ora vuole riformare la società per renderla adatta al capitalismo È incapace di un progetto alternativo per l’Europa, di cui anzi è diventato il guardiano, come dimostra in Italia la messa in Costituzione del pareggio di bilancio.
La sinistra dei movimenti, dove sono state forti le pulsioni no-euro e l’idea che welfare e diritti, a partire dal reddito di cittadinanza, meglio si difendano nei vari ambiti nazionali, ha progressivamente rivolto la sua attenzione da un lato ai giovani precari ( in contrapposizione ai lavoratori “garantiti” e al sindacato) e dall’altro lato alle grandi campagne sui diritti civili e sull’accoglienza degli immigrati.
 
La crisi attuale, oltre che economica, è una crisi di culture politiche. Pagano di più quelle che hanno fatto della globalizzazione il loro perno. Le sinistre dei movimenti vengono assorbite dalle nuove forme di associazione dei “cittadini”, come è in Italia il M5S, che più credibilmente sostengono e praticano l’immediatezza dell’agire sociale; la democrazia diffusa e il rifiuto della mediazione politica; l’enfasi sulle relazioni di comunità e l’esaltazione del conflitto tra libertà individuali e ruolo regolatore delle istituzioni. 

Il terremoto politico che ha giovato alle nuove destre
Dentro la crisi della globalizzazione si è messo in moto un terremoto politico che ha ridato credibilità alle nuove destre. Dal neo-colbertismo di Giulio Tremonti all’ “America first” di Donald Trump la risposta alla questione sociale, alla perdita di salario, diritti e potere del lavoro, è stata la Nazione, uno spazio presidiato da una forza popolare in grado di difenderne la sovranità e l’identità dagli attacchi e dai pericoli del mondo globalizzato, garantendo a imprese e lavoratori protezione economica e ai cittadini difesa dal disordine internazionale segnato da guerre, terrorismo, immigrazioni. Non più “proletari di tutto il mondo unitevi”, ma lavoratori combattenti per la propria nazione, come il toyotismo educa ad esserlo per la propria azienda, in un sistema di relazioni industriali in cui non c’è più posto per il conflitto capitale e lavoro e quindi non solo per un sindacato autonomo, ma soprattutto per una coscienza di sé e dei propri interessi separata dai destini dell’impresa.
 
Il massiccio spostamento elettorale in tutto il mondo globalizzato dei lavoratori dipendenti verso la nuova destra sta dentro questi cambiamenti di sistema produttivo, relazioni sociali, culture.
Il modo come la nuova destra interpreta la questione sociale in Italia non è privo di contraddizioni. Siamo un paese non solo export oriented , ma dove le regioni, in cui è più forte è il radicamento della Lega, sono da un punto di vista produttivo fortemente integrate con i lander tedeschi . Le imprese innovative hanno bisogno non di dazi, ma di sostegni pubblici agli investimenti in tecnologia e una organizzazione del lavoro “efficiente” come è il sistema toyota. In questa direzione sono andati l’abolizione dell’articolo 18 e il jobs act. A controprova sono venute le reazioni, di una durezza che non si vedeva da anni, delle imprese contro il “decreto dignità, che ha mitigato in parte il processo di precarizzazione. Ciò che segna la situazione del nostro Paese è, però, una crescita lenta e l’impoverimento di una quota larga della società, a cominciare dal Sud. Rimangono forti e diffusi il bisogno di protezione e la domanda di assistenza e , sopra ogni cosa, la voglia di spazzare via a furor di popolo tutto l’ordine che queCarta dei diritti del lavoro testo finale 350 260sto ha prodotto. Sovvertire lo stato di cose esistente è ciò che rende forte ogni appello al popolo. Questo non lo può fare il PD, con la sua cultura liberale dei diritti civili e della filantropia; che continua a puntare sopra una Europa che la gente comune sente sempre più lontana, burocratica e imbelle (ne è buona prova la questione del governo delle migrazioni) e che fa del credo” più mercato, meno stato” (e meno sindacato) il cuore della sua politica economica. Il modello di regolazione delle relazioni sociali e del lavoro sono Marchionne, Farinetti e Cucinelli. Alla sua sinistra la modesta aggregazione di forze, per giunta alla continua ricerca di un centro di gravità permanente, è destinata a essere scarsamente influente politicamente e poco attrattiva elettoralmente. Quindi, dentro uno schema conflittuale –concorrenziale, l’alleanza giallo- verde rimarrà in piedi. È un modo di pensare una alternativa all’ordine costituito globale non di oggi. Già all’inizio della crisi del 2008 Kalle Lans, uno dei promotori con la sua rivista “Adbuster” del movimento Occupy Wall Street sosteneva la necessità di “uno strano ibrido” tra OWS e Tea party (la nuova destra) per sconfiggere la vecchia politica corrotta ( repubblicani o democratici che fossero) e impedire il ritorno ad un mondo dominato da tecnologie invasive e finanza di rapina. 

Prima il lavoro
Se si vuole ridare centralità al lavoro, come propone anche Carrieri, non ci si può, quindi, rivolgere ai partiti. Essi, anche dal punto di vista organizzativo, sono diventati autoreferenziali; hanno cessato di essere luoghi di confronto e di elaborazione programmatica, di formazione politica condivisa. Soprattutto hanno cessato di essere luoghi di promozione sociale dei lavoratori. Le campagne di destra e di sinistra contro la “casta” hanno avuto vasta risonanza e consenso anche perché non solo hanno messo in luce gli scandali, ma anche un modo socialmente selettivo di costruire e organizzare la rappresentanza politica e istituzionale. Per fare politica ci vogliono censo, reddito e istruzione. Anche le primarie o la democrazia del web praticata dal M5S hanno finito per riprodurre un modello censitario di selezione dei protagonisti sociali, delle rappresentanze istituzionali, dei problemi. Questa democrazia elitaria è cresciuta dentro un terremoto politico che ha visto la caduta delle iscrizioni ai partiti; la voragine dell’astensionismo, che attrae per il 45% elettori a basso reddito; la scomparsa dei lavoratori dalle istituzioni e dai gruppi dirigenti dei partiti; lo spostamento a destra del loro voto.
 
Per rompere la macchina di questa rinnovata selezione di classe, che parte dalla scuola, occorre una politica del lavoro, che tragga origine e alimento dai luoghi di lavoro.
 
Le imprese innovative hanno sviluppato un loro processo di politicizzazione dei lavoratori sostenuto da una cultura ( non esiste il conflitto capitale-lavoro, ma relazioni industriali collaborative); da una organizzazione ( lavoro di gruppo e team leader come sistema nervoso dell’impresa-comunità); da una formazione continua sul luogo di lavoro e nelle academy aziendali, prima di tutto per costruire senso di appartenenza. L’arretramento del potere sindacale e della coscienza di sé come soggetto autonomo nel processo produttivo si può misurare anche così: laddove per anni ci sono stati tanti delegati e pochi capi, ora ci sono tanti team leader, animatori dei loro gruppi di lavoro e ponte tra essi e la direzione d’azienda, e pochi componenti delle RSU, per giunta eletti con un sistema elettorale che li taglia fuori dalla presenza diretta nell’organizzazione del lavoro. L’impresa gestita con relazioni industriali “armoniose” e che fa appello alla intelligenza dei suoi “collaboratori” per sostenere un processo di miglioramento continuo non diventa una democrazia. Rimane il comando e la subordinazione. La partecipazione si esplica sempre in via gerarchica e ne derivano disagio e stress, una conflittualità diffusa e astiosa, che fatica a essere vissuta come questione collettiva. illavoroprimaditutto 350 250 min
 
Il primo passo per la costruzione di una politica del lavoro è dare una interpretazione critica al funzionamento del TPS e progettare soluzioni alle sue contraddizioni, dalla spinta partecipativa alla crescente precarizzazione. Anche il salto tecnologico del digitale pone il problema se basti la lean production a garantire il pieno sviluppo delle sue potenzialità o sia necessaria una alternativa. Protagonisti ne devono essere le decine di migliaia di rappresentanti sindacali, a cominciare da quelli delle imprese innovative, che devono essere messi nelle condizioni di fronteggiare direttamente sui posti di lavoro le centinaia di migliaia di team leader. Per questo serve una formazione sindacale di alto livello e un ritorno all’inchiesta come pratica di lavoro sindacale ordinaria, perché il conflitto e la contrattazione non si reggono se non si ha un progetto; se non si passa dalla partecipazione in via gerarchica alla partecipazione progettuale, come propone Federico Butera.
 
“Prima il lavoro” deve significare una radicale rottura culturale e politica con il sovranismo del “prima gli Italiani” e con l’aziendalismo del “siamo tutti sulla stessa barca”; con l’asfissia sociale dell’Europa dei vincoli di bilancio e con una politica economica che dovrebbe governare i mercati, mentre si limita a ripararli quando vanno in crisi, principalmente a spese dei lavoratori. Punto di partenza sono le nuove forme di governo e di controllo delle imprese e delle relazioni industriali, la partecipazione ai processi di innovazione. Sono questioni che si possono affrontare e risolvere solo dentro un confronto tra programmi diversi, dove capitale e lavoro misurino in autonomia i loro interessi di classe. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

La terza generazione e il congresso della CGIL
Questa scelta di priorità investe direttamente la responsabilità dei gruppi dirigenti del sindacato. Ci troviamo qui di fronte a un passaggio delicato. Viene a concludersi, anche per ragioni anagrafiche, la stagione politica di quelli che hanno “fatto” l’autunno caldo nella stagione del sindacato dei consigli. Si sono formati anche attraverso un aperto conflitto con la generazione che aveva ricostruito il sindacato confederale dopo la guerra, veniva dalla Resistenza ed era stata parte attiva del processo di ricostruzione delle fabbriche e del Paese. Il loro era il sindacato delle commissioni interne, rivendicativo e politicizzato, fortemente legato al sistema dei partiti, i quali, se si tolgono le minoranze liberali e radicali, avevano come questione centrale il lavoro e le sue rivendicazioni, ma consideravano la cultura del sindacato una derivata del processo politico che essi definivano e orientavano. Tutto ciò era stato complicato dalla rottura dell’unità sindacale. Proprio la questione dell’autonomia era stata materia di un lungo lavoro di analisi ed elaborazione sindacale, di scontro politico e culturale. Il sindacato dei consigli nasceva, oltre che dalle lotte operaie, anche dal convincimento che un possibile superamento del taylorismo, di un sistema di cui il lavoratore era ingranaggio, non poteva aspettare l’andata al governo dei partiti pro-labour, ma doveva realizzarsi nel concreto dei rapporti di lavoro, con un processo autonomo, una cultura autonoma. Finiva l’epoca delle correnti di partito e riprendeva il cammino dell’unità sindacale; cresceva il ruolo del sindacato “soggetto politico”, forte per capacità di lotta e di progetto; per organizzazione (l’estesa rete dei delegati); per numero di aderenti.
 
Negli ultimi trent’anni c’è stata una caduta dei conflitti e una diminuzione del tasso di sindacalizzazione. Il punto più critico è stata la perdita progressiva di poterefiom 9marzo sull’organizzazione del lavoro. È cresciuta la supremazia dei datori di lavoro nello specifico dei rapporti di produzione e nell’ambito generale delle relazioni sociali e politiche. Il sommarsi, in particolare in Italia, di riorganizzazione toyotista e crisi ha rafforzato queste tendenze. È il contesto in cui è cresciuta la terza generazione di sindacalisti. La loro cultura, come quella di tutti i millenials, è stata circoscritta al presente, aggravata anche dalla nuova rottura dell’unità sindacale, che ha impedito ogni confronto culturale e innescato una concorrenzialità astiosa. Inconsapevoli del cambiamento toyotista, immersi in una cultura ancora fordista, anche i conflitti che hanno dovuto governare li hanno tenuti lontani da una riflessione sui cambiamenti. Per loro c’è stata una lunga stagione di lotte dure e generose, non sempre vincenti, per impedire lo smantellamento di officine, uffici, servizi anche attraverso una pratica di solidarietà. Hanno anche subito accordi, dagli orari alla formazione al welfare aziendale, dove spesso erano le imprese a decidere e il sindacato a prendere atto, anche per la crescita di pulsione aziendalistiche se non corporative in significativi strati di lavoratori.
 
Questa generazione, nel suo passaggio dai presidi e dalle bandiere sui cancelli alla capacità di progettare alternative nel cuore dei cambiamenti organizzativi e tecnologici, deve dotarsi di una propria cultura e di una propria politica. Può farlo dentro un processo di formazione, studiando insieme ai lavoratori quanto avviene nel cuore del processo produttivo attraverso le inchieste, e vederne, attraverso seminari e scuole di politica, le conseguenze generali, poiché i nuovi metodi di lavoro sono indissolubili da un determinato modo di vivere e di pensare. Serve consapevolezza che senza “democratizzare” la relazione capitale-lavoro, a cominciare dal diritto al conflitto e al progetto, la democrazia liberale non si dimostra capace di arginare il crescere delle disuguaglianze, di assicurare la piena occupazione, di impedire una arbitraria e iniqua distribuzione delle ricchezze e dei redditi. Il suo destino è quello di fare da levatrice a un regime autoritario e intollerante, all’uomo solo al comando. 
 
Costruire una cultura politica del lavoro non è più problema, in questa fase, di autonomia, di incontro - scontro con le forze politiche ( con esse, quando ci si riesce, si possono stabilire accordi su singole questioni), ma di rapporto con la vasta rete di competenze intellettuali, nelle università come nei centri di ricerca, che in questi anni hanno continuato a studiare i grandi temi della democrazia, del lavoro, del cambiamento tecnologico, non trovando udienza nei partiti e ascolto in limitati settori imprenditoriale e del sindacato “collaborativo”, mentre l’interlocutore più interessato (e interessante per loro) dovrebbe essere il sindacato generale, come è la CGIL.
 
Il ricambio generazionale, la presa di potere di una nuova generazione, è un processo delicato e difficile. Lo è stato negli anni Settanta, ancor di più lo è adesso. È oggettivamente parte del congresso della Cgil. Sono necessarie, da parte dei gruppi dirigenti, scelte lungimiranti: non una lotta burocratica, ma la condivisione di un progetto di rinnovamento.
Settembre 2018 QdRS
*Ufficio studi Camera del Lavoro di Milano
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