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La proprietà di Salvini e quella della Costituzione

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Articolo41dellaCostituzione 490 mindi Paolo Ciofi - Bene ha fatto Alfonso Gianni, sul Manifesto del 4 settembre, a cannoneggiare con l’artiglieria pesante della critica l’affermazione retrograda e reazionaria di Matteo Salvini, secondo cui «la proprietà privata è sacra». Una bestemmia, sostiene Gianni, o se volete una fake news in contrasto radicale con ciò che la Costituzione prescrive. Occorrerebbe però riconoscere anche a Salvini un merito, peraltro involontario, se con la sua perentoria affermazione riporta alla luce del sole la questione cruciale di questa fase storica, appunto la proprietà, per troppo tempo oscurata anche a sinistra.
 
Opportunamente sono stati ricordati al vicepresidente del Consiglio dei ministri (e anche a molti altri che in materia non hanno mosso e non muovono un dito) alcuni fondamentali principi fissati in Costituzione. Quelli dell’articolo 41 riguardante l’iniziativa economica, che deve essere orientata all’utilità sociale e non può recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Quelli dell’articolo 42, che pone precisi limiti alla proprietà privata allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. E anche quelli dell’articolo 44, che prevede vincoli per la proprietà terriera.
 
Mi auguro che sul tema cruciale della proprietà, oggi massimamente concentrata a fronte della disgregazione del lavoro e della diffusione della povertà, si possa sviluppare un dibattito e soprattutto un’iniziativa politica, rompendo il silenzio tombale imposto dai grandi proprietari. Aggiungo che secondo la nostra Carta la proprietà privata come fondamento dell’economia (da non confondere con la proprietà individuale indispensabile al riprodursi della vita) non è totalitaria ma solo una parte costitutiva del sistema. Giacché – come sancisce lo stesso articolo 42 - «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati». Né si può mettere tra parentesi, specialmente nelle condizioni dell’Italia di oggi, l’articolo 43, secondo il quale è possibile trasferire non solo allo Stato e a enti pubblici, ma anche a comunità di lavoratori o di utenti, imprese che si riferiscano a servizi, a fonti di energia o a situazioni di monopolio.
 
I richiami di Gianni a Cesare Beccaria e a Stefano Rodotà sono efficaci nella critica al «terribile diritto» proprietario. Tuttavia non basta ricordare che la Costituzione abbatte l’antemurale della proprietà sacra e inviolabile, su cui - teniamolo ben presente - si è retta la dittatura fascista che ha violentato i lavoratori, distrutto la democrazia, cancellato la libertà. È arrivato il tempo di prendere finalmente atto a sinistra che i dispositivi costituzionali sulla proprietà e il pluralismo delle forme proprietarie sono i pilastri di un inedito e ardito progetto di trasformazione delle relazioni umane e sociali verso una civiltà più avanzata, che potremmo denominare nuovo socialismo.
 
Non è un caso che da più parti si voglia liquidare una Costituzione programmatica che fonda la Repubblica sul lavoro e non sul capitale. E che perciò, guardando al futuro, sancisce diritti e principi di valore universale, ponendo l’economia al servizio degli esseri umani e non viceversa: la vetta più alta raggiunta nel mondo occidentale dal movimento operaio e dei lavoratori. Una sinistra di alternativa oggi ha senso se fa proprio e assume fino in fondo questo progetto, lottando per la sua effettiva attuazione. Non già per chiudersi nei confini nazionali di fronte alla crisi dell’Europa, ma per portare in Europa un disegno di cambiamento che unisca le lavoratrici e i lavoratori oggi in lotta tra loro.
 
La Costituzione italiana non abolisce la proprietà, ma – come fa notare Stefano Rodotà - la conforma in modo tale da consentire il raggiungimento di finalità sociali. Con ciò viene superata la tradizionale forma dello Stato liberale, non più al servizio del mercato, ma antagonista e protagonista del mercato; non più al servizio della classe dei proprietari, ma al servizio della classe delle persone che vivono del proprio lavoro. Alla condizione che le lavoratrici e i lavoratori siano politicamente organizzati e in grado di lottare per i loro diritti. O a sinistra si scioglie questo nodo ineludibile, o la sinistra è destinata a scomparire definitivamente.
Paolo Ciofi
 
 

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