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Quale diritto al lavoro nel prossimo futuro?

robot industriale mindi Ermisio Mazzocchi - (intervento svolto al convegno Fildis*) A chi volesse pormi la domanda: "Quale futuro per le nuove generazioni?"
Risponderei: "Pessimo e fortemente conflittuale"

Le ragioni ci sono e le ricadute negative sono in larga misura a carico delle donne, che pur hanno conquistato, con lotte durissime, diritti e riconoscimenti, e ottenuto l'accesso a livelli alti delle professioni.
Il maggiore sapere, tuttavia, non assicura una maggiore parità di genere né offre garanzie di stabilità di lavoro.
La disoccupazione triplica tra i giovani - in Italia siamo al 32,8% - e ancor più per le giovani donne,la cui disoccupazione è di 4 punti in percentuale più alta di quella maschile (Donne al 37,6%, Uomini 33,8%).
I diritti acquisiti dalle donne non hanno garantito una loro piena occupazione. Le disparità rimangono e non solo tra uomini e donne.
Su un posto sicuro, a tempo indeterminato, le donne sono al 48% rispetto al 58% degli uomini. In un sistema fortemente competitivo, le disparità si accentuano, soprattutto sui livelli alti delle professionali.

Non possiamo non rilevare che siamo in presenza di un sistema senza controllo né garanzie di equità.
Sono queste prime considerazioni che si fonda la mia iniziale risposta.
Di fronte alla globalizzazione molte sono le sfide che i giovani dovranno affrontare. Essa non offre nessuna opportunità di stabilità occupazionale, ma alza il livello della conflittualità e apre a una forma di sfruttamento di maggiore livello, più che nel passato, perché tende a ridurre i conflitti sociali, forzando su le singole aspettative.
La globalizzazione, che rappresenta una concentrazione del capitale finanziario, ha introdotto la mobilità dell'impresa che guarda a una produttività più elevata e a un minore costo e a un maggiore profitto. E questa scelta coinvolge i livelli alti delle specializzazioni professionali. La concorrenza è spietata. L'ingegnere che lavora in India costa meno al suo datore di lavoro che se lavorasse in Italia. Il mondo del lavoro non ha più la valenza di quella che era nel '900.
Le trasformazioni tecnologiche e lo sviluppo dei sistemi di automazione dei meccanismi di informatica, aprono nuovi rapporti nella società e nel mondo del lavoro.

Tutto ciò porta a riconsiderare la categoria del lavoro dell'uomo, non più secondo schemi del novecento, ma revisionato in considerazione di nuove mansioni specializzate.
Pensiamo alla robotica. I robot di terza generazione con "Artificial Intelligence", (AI) sono in grado di costruire nuovi algoritmi così da ampliare automaticamente la loro AI (intelligenza artificiale). Un campo vasto, già fortemente attivo in cui siamo ampiamente coinvolti.
Si ritiene che il 70% delle occupazioni alla fine di questo secolo sarà rimpiazzato dall'automazione. Le prospettive di lavoro si presentano già oggi come assi del futuro, quali l'ingegneria robotica, l'ingegneria cibernetica, l'ingegneria biomedica, nonché i profili professionali rivolti alla gamma della fisica, della biologia e del digitale.
Uno studio sul lavoro in Inghilterra ha stimato che nei prossimi 15 anni i sistema di AI sostituiranno il 30% dei posti di lavoro nel Regno Unito. In Francia per il 2025 i robot sostituiranno il lavoro di 3 milioni di lavoratori. Nel 2050 negli USA si prevede che saranno i robot integrati a guidare i camion su le autostrade, espellendo 3 milioni di lavoratori.

Il problema resta.
Chi governa questo nuovo processo, oggi senza regole e senza etica, che sconvolge le relazioni sociali e le considerazioni del lavoro, mettendo a rischio il futuro delle nuove generazioni, prive di garanzie e di riferimenti?
La risposta è: nessuno.
O meglio: l'anonimo mercato con il suo potente capitale finanziario e multinazionale, con tutto ciò che ne consegue.
E per essere chiari. Quale rapporto si stabilisce tra chi possiede gli strumenti (centri finanziari, società globali, ecc.) per sostenere e controllare la ricerca e la costruzione di sistemi a tecnologia avanzata (software, hardwar ecc.). Quali dovrebbero essere le regole e chi le propone e chi le gestisce, che possano compensare questa differenza, mettendo a riparo chi è più debole e ha meno forza per reagire.
Aumenta in modo esponenziale una divaricazione fra are di lavoro qualificato e ampi settori in cui i lavoratori di alta professionalità, di ultima generazione, svolgono mansioni dequalificanti, che sfocia spesso nel lavoro nero.

Se per i processi di integrazione che hanno aspetti positivi, hanno portato a non avere più frontiere al mercato del lavoro, possiamo affermare altrettanto che non ci sono più garanzie per nessuno con la conseguenza di una feroce lotte tra quanti sono alla ricerca di lavoro.
Le multinazionali che gestiscono le reti della produzione globale, dove la mano d'opera, anche la più qualificata, e quindi soprattutto quella dei giovani, è scelta e trasferita nei luoghi in cui costa meno.
Assistiamo a un dirigismo centralizzato, invisibile, che interviene secondo esigenze di un mercato che investe tutto il mondo, cambiando le regole del rapporto di lavoro e mettendo le opportunità di lavoro in stato di sofferenza.
Il monopolio delle tecnologie e del loro utilizzo, determina nuove modalità di scambio di ineguaglianze, di limitazione delle libertà e dello stesso diritto del lavoro.
Una ricaduta inevitabile nel rapporto occupazionale uomo-donna.
Nel settore dell'ingegneria, a mo' di esempio, nei paesi OCSE il tasso di occupazione maschile è dell'88,7%, quella femminile è al 78,8%. Un dato simile si ha per l'Italia, uomini all'88,5%, donne al 75,2%.
Si aprono contraddizioni profonde, in cui si afferma un modello di un mondo uniformemente individualista e di leggi di mercato senza regole e senza controlli.
Le donne sono forze dinamiche e le loro rivendicazioni per i propri diritti hanno avuto sempre una dimensione e una ricaduta universale, ma erano dentro un sistema che, a oggi, non è mutato.

La risposta a quel pessimismo, che ho manifestato, risiede nella messa rischio del riconoscimento dei diritti e delle uguaglianze. Le nuove generazioni sono entrate in un campo tutto da scoprire, dove rischiano di vagare alla mercé di chi ha stabilità quale tipo di semina adottare.
Di fronte a queste sfide, non possono esserci voci isolate.
La globalizzazione schiaccia il singolo, strumentalizza le eccelle professionali, accentua le differenze. Ma, teme le aggregazioni ampie e le rivendicazioni per ottenere il riconoscimento di rappresentanze democratiche, sostenute da forti e diffusi movimenti sociali.

Il diritto al voto per le donne è stata una conquista globale, possibile perché quella rivendicazione non era circoscritta a poche interessate, ma ha avuto sempre una partecipazione corale di una moltitudine di donne in ogni parte del mondo, la quale ha reso possibile la loro vittoria.
E cambiarono il sistema dei rapporti sociali e delle rappresentanze.
Oggi rimane aperta la questione della definizione e identificazione di un soggetto che possa cambiare il sistema imposto dalla globalizzazione.
L'Unione europea può essere uno di questi soggetti, e sarebbe già tanto, ma è un problema che investe e riguarda gli 8 miliardi di abitanti di questo pianeta.
Occorre trovare altre formule e strutture riconosciute e capaci di avere strumenti di intervento.
Il futuro per le nuove generazioni del XXI secolo è costituito da un sapere eccellente e diffuso, che deve vivere dentro una cornice di diritti e doveri, di responsabilità e di inclusione, di parità e di uguaglianza.

A questa misura non ci sono alternative. Averne la consapevolezza offre alla nuove generazioni la speranza di un lavoro, riconosciuto, non come forma di sfruttamento, ma come alta espressione della dignità di ciascuno e di tutte e di tutti.

*Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori (Fildis)
Convegno nazionale Sabato 1 dicembre 2018
Aula Magna Facoltà Valdese
Via Pietro Cossa, 42 (P.za Cavour) Roma

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