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Che fare? Politica, diamine!

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Febbraio1934 antifascistiuniti Parigi 350 260 mindi Aldo Pirone - Il 12 febbraio 1934 a Parigi due cortei, uno della Cgt socialista e l’altro della Cgtu comunista, s’incontrarono e si confusero spontaneamente in una grande manifestazione operaia e popolare. In quel giorno la Cgt aveva proclamato uno sciopero generale contro i tentativi di colpo di Stato fascista cui aveva aderito anche la confederazione comunista. Il 6 febbraio precedente, infatti, il variegato fronte delle organizzazioni fasciste aveva tentato

l’assalto al Parlamento a Palais Bourbon per impedire il varo del governo repubblicano di Daladier. I fascisti furono respinti dalla polizia e lasciarono sul terreno numerosi morti. Tuttavia Daladier si dimise e al suo posto si insediò il governo Doumergue sostenuto dai radicali e dalle destre filofasciste. Tre giorni dopo il Partito comunista francese promosse una manifestazione antifascista cui aderirono spontaneamente anche militanti ed elettori socialisti. Poi il grande sciopero del 12.

Dalle strade e dalle piazze parigine nacque il processo unitario che portò prima all’unità d’azione e poi al fronte popolare che vinse le elezioni nel giugno del ’36 mettendo la Francia al riparo del fascismo. Il movimento unitario aveva in qualche modo piegato le resistenze settarie delle direzioni dei partiti di sinistra dando loro la spinta decisiva per mettersi al passo con la necessità di difendere la democrazia repubblicana e sbarrare il passo ai fascisti. Quegli stessi orientamenti settari che l’anno prima, in Germania, avevano favorito non poco (vedesi, per esempio, l’infausta teoria del socialfascimo dei comunisti) l’avvento di Hitler. La storia del superamento del settarismo e delle divisioni all’interno della sinistra e delle forze democratiche in Italia e in Europa è stata lunga e dolorosa. Non è qui il caso di rievocarla in modo approfondito in tutti i suoi passaggi.

Occorre invitare a conoscerla e non semplicemente a rammentarla, perché, molto probabilmente chi oggi nel PD gioca a scimmiottare i Bordiga, i Thälmann, i Kuusinen è, nella sua tragica ignoranza, affetto e vittima di una notevole regressione politica e culturale.

Una forza politica che si dice di sinistra dovrebbe avere, di fronte a un pericolo di destra xenofobo e demagogicamente populista come quello incarnato da Salvini, il riflesso condizionato di cercare di isolarlo sia sul piano politico che su quello sociale, cercando di sgretolarne le basi di consenso e di massa. Va da sé che ciò significa, per la nuova dirigenza democratica di Zingaretti, mettere da parte rapidamente la politica dei “pop corn” di renziana memoria che sul M5s recava con sé, mutatis mutandis, il sapore acre di quella cominternista del socialfascismo sul finire degli anni ’20, inizi dei ’30.

 

Per fare che?
Gesù, ma per cercare di dividere i “grillini” da Salvini e, ove ci riuscisse, provocare la benefica caduta del governo gialloverde.

A tal fine appare del tutto sbagliato chiedere, come insiste a fare Zingaretti, le elezioni subito. In tal modo, infatti, invece di inserirsi nelle contraddizioni fra pentastellati e Salvini, ottiene esattamente il contrario: spinge il M5s a cementificare il “contratto” con il leader leghista e a piegare il capo. E nell’ipotesi che ciò non bastasse e si andasse comunque allo show down del governo gialloverde, che fa il PD? Continuerebbe a chiedere le elezioni? Per ottenere cosa? Far vincere il centrodestra con questa legge elettorale?

Mantenere tale linea politica renziana doc significherebbe continuare a considerare il M5s come l’avversario principale. E con quale intento strategico? Quello di far tornare a casa del centrosinistra gli elettori delusi dai “grillini”? Ripresentandogli cosa? Il centrosinistra prima di Renzi? Quello di Franceschini, Zanda, Letta, Gentiloni, Fassino, Bettini, Veltroni e anche Prodi che a Renzi si sono consegnati mani e piedi? Suvvia, cerchiamo di essere seri.

Molto più realistico, anche se difficile, tentare la creazione di uno schieramento democratico e parlamentare che dia origine a un nuovo governo progressista e democratico. Per quest'obiettivo, il PD zingarettiano dovrebbe predisporsi a cercare un accordo con i “grillini” – anche loro dovrebbero essere meglio disposti di un anno fa visti i consensi calanti a fronte di quelli crescenti della Lega - su alcune priorità economiche e sociali che parlino al Paese e anche alla base di massa salviniana; e, più in generale, del centrodestra: reddito di cittadinanza (che non sta diventando l’assalto alla diligenza pronosticato) come intervento contro la povertà; difesa del lavoro, dei lavoratori e pensionati a basso reddito attraverso la concertazione con i sindacati; rilancio dell’occupazione in relazione a un piano di attuazione e manutenzione di opere infrastrutturali e di servizi; lotta spietata all’evasione e all’elusione fiscale; acquisizione di risorse e redistribuzione della ricchezza attraverso la progressività della tassazione su redditi e patrimoni; una seria politica di integrazione, a cominciare dal lavoro, per gli immigrati; assunzione in pieno nell’azione politica e di governo della “questione morale” con tutto quel che ne consegue.

Tutto questo, e altro ancora, avrebbe il merito, questo sì strategico, di spostare il discorso su contenuti di sinistra riconoscibili all’elettorato popolare, “grillino” e a quello che infoltisce sempre più l’astensione. Ma questa sarebbe anche la via maestra, come è sempre stata, di fronte a una ritrosia e resistenza di Di Maio e compagnia, per “tagliare l’erba nell’orto del vicino” pentastellato.

Un simile rinsavimento politico darebbe veramente il segno che le primarie del PD dell’altra settimana hanno avviato, come ha proclamato urbi et orbi Zingaretti, “una rivoluzione democratica”. Sperabilmente, innanzitutto, dentro i democrats. Altrimenti la parola impegnativa di “rivoluzione” risulterebbe solo la solita smargiassata prodotta dalla consueta cialtroneria politica già conosciuta in passato.

Certamente in una più modesta ma concreta “svolta democratica” hanno sperato molte di quelle persone che a sinistra, pur non essendo del PD, sono andate a votare Zingaretti. Una sorta di “soccorso rosso” volto a ricondurre questo partito dentro un alveo di sinistra e, nel contempo, dare un segnale di resistenza alla destra fascistoide di Salvini. Ora queste persone esigono risposte e non i soliti incomprensibili tatticismi politici.

Intanto la società civile progressista ha già mandato segnali di resistenza e di lotta per la creazione di un fronte anti destra. Prima, la grande manifestazione unitaria dei sindacati confederali a Roma del 9 febbraio per il lavoro; poi, quella contro la xenofobia, per l’accoglienza e l’integrazione di domenica 3 marzo a Milano; venerdì scorso, la mobilitazione delle donne un po’ ovunque; il 23 prossimo, la manifestazione ambientalista a Roma contro le grandi opere inutili. Certo sono ancora mobilitazioni su grandi e singoli temi, ma possono confluire nella formazione di un rinnovato fronte anti destra prendendo a calci negli stinchi i recalcitranti politici a sinistra.

Come nella Parigi del 12 febbraio 1934.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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