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Il Ponte Morandi un anno dopo

Genova ponte Morandi comera comè 350 mindi Antonella Necci - La storia dei sopravvissuti e salvati, parenti e soccorritori. Il camionista caduto, i familiari delle vittime, chi si è salvato, i primi ad accorrere sul luogo del disastro, la sfollata. I tanti racconti di un dramma.

Sotto il ponte che non c'è più è "nato una seconda volta", Davide Capello, il 34 enne sardo che un anno fa scampò al crollo del Morandi "con qualche graffio appena". La sua auto si incastrò tra i pilastri della pila crollata del viadotto dopo un volo di 30 metri, sospesa tra le macerie inzuppate di pioggia: lui uscì da quell'incubo sulle sue gambe e alle cronache del mondo passò come "l'uomo del miracoli".

Maria ha perso il marito nel crollo del Ponte Morandi. Ha 30 anni e 3 figli piccoli. Casalinga. Era stata presa in carico dai servizi di salute mentale dell'Asl 3, ma da mesi diserta gli appuntamenti con gli psicologi. "Sto bene, non sono mica matta", risponde sottovoce al telefono quando le chiedono perché non voglia più incontrare gli specialisti. Preferisce stare chiusa in casa, quartiere di Rivarolo: dal balcone si può intravedere dove è successa la tragedia.

Luigi Fiorillo, 38 anni di Genova con la moglie Ina Medvyedyeva. La coppia ha due figli e si è sposata lo scorso gennaio a Genova - Un anno dopo essersi salvato per un soffio sul ponte Morandi, l'uomo del camion verde chiede solo una cosa: smettere di essere visto come un simbolo e tornare a vivere come Luigi Fiorillo, 38 anni di Salerno, residente a Genova, sposato, due figli piccoli.

Martin, il camionista volato dal ponte

Martin Kucera ha 48 anni e vive a Praga, nella Repubblica Ceca. Fa il camionista, dal 1995 carica e scarica merci da un punto all’altro dell’Europa. Alle 11.36 del 14 agosto 2018 si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. «Io credo nel destino e ho colto tanti segni del destino, dopo il ponte Morandi».

Ce ne dica uno.
«Ho ricevuto una lettera, pochi giorni dopo. Una di quelle che non si vedono più, scritta a mano su un foglio di carta. Era una lettera d’amore e veniva dalla dona della mia vita, il mio amore di sempre. Non abbiamo mai smesso di amarci ma da quindici anni non avevamo più contatti. Adesso ha lasciato suo marito, ci siamo rimessi assieme. Era la mia prima volta su quel ponte. Stavo andando a consegnare bobine di carta a Rovereto, pioveva tantissimo ed ero concentrato sulla strada. Poi...».
(Pausa. Sospiro)

Cosa ricorda degli istanti del crollo?
«Ricordo che era come essere su un’onda. Sono andato su e giù tre volte, poi ho cominciato a precipitare e attorno a me cadevano macchine, cemento, ferro, persone... Mentre andavo giù ho urlato due parole: sono morto. Tutte quelle storie sul fatto che quando stai per morire ti passa la vita davanti non sono vere. Hai solo il tempo di sperare che sia tutto veloce».

Ha perso i sensi nell’impatto?
«No, mai. Però a un certo punto parlavo a me stesso e mi sono detto: ma va, non posso essere caduto e vivo. Sto sognando, tutta colpa di quel documentario che mi è rimasto in testa...».

Quale documentario?
«Uno del National Geographic che avevo visto due giorni prima. Parlava dei ponti americani progettati male e di quello che poteva succedere con il passare degli anni. Ci ho messo un po’ a realizzare che non ero né in un sogno né davanti alla televisione».

Era nel suo camion, vivo.
«Ho chiamato aiuto, ho messo fuori un braccio per farmi vedere. Mi toccavo per convincermi di essere ancora in questo mondo. Quando ho capito di avercela fatta ho avuto paura che succedesse qualcos’altro. Non conoscendo il posto non sapevo se sotto di me c’era un burrone, un buco, un fiume, se stavo per scivolare più sotto. Ero incastrato, per tirarmi fuori i soccorritori hanno dovuto tagliare un pezzo di camion. Io ero lì, fermo a faccia in su, con vista su quel camion fermo a un metro dal baratro».

Lei crede in Dio?
«No. C’è un sacco di gente che mi dice: dovresti ringraziare Dio per essere ancora qui. Io rispondo sempre che se Dio esistesse non lascerebbe che accadesse una cosa del genere. Come le dicevo credo invece nel destino che ha segnato la mia vita di fatti eccezionali».

Cos’altro, a parte la lettera d’amore?
«Per esempio il fatto che mio padre sia sopravvissuto a un crollo. Lavorava in miniera a Ostrava, nell’Est del Paese. Un giorno c’è stato un incidente grave e gli è crollato tutto addosso. Non aveva grandi probabilità di cavarsela, invece ne è uscito vivo. Vado avanti?».

Prego.
«Un altro mio parente, un ragazzo giovane, un giorno era in stazione, un raggio di sole lo ha accecato per un istante, è caduto ed è finito sotto un treno. Sopravvissuto».

Le capita di sognare di quel giorno a Genova?
«No ma ci penso sempre, soprattutto quando mi capita di passare su un ponte. Ho ripreso a lavorare e l’altro giorno ero in Germania sul mio nuovo camion quando mi sono ritrovato in coda proprio su un ponte piuttosto alto. Ero assalito dall’ansia, sono stato sul punto di scendere, mollare lì il camion e scappare via».

Chissà quante immagini ha visto sul Morandi crollato.
«Molte, sì. Ho cercato su Internet appena mi sono ripreso. Ho visto quello che è rimasto del mio camion, una scatolina piccolissima, con le bobine di carta bianca srotolate sul fiume. Di recente ho visto anche un filmato della polizia che mostra proprio il crollo, con il mio camion che viene giù. Se penso che io ero là dentro...».

Verrà in Italia per le celebrazioni del 14 agosto?
«No. Non sono ancora pronto per tornare in Italia, non me la sento. Ma prima o poi verrò per ringraziare chi mi ha salvato e curato».

C’è qualcosa di simbolico che ha deciso di fare da quel giorno in poi?
«Ho smesso di fumare. Fumavo 40 sigarette al giorno da quando avevo 18 anni. Guardi qui (mostra la fotografia di un ciucciotto d’argento). Me lo ha regalato la mia amata, quella della lettera. È per ricordarmi che sono appena rinato, compio un anno il 14 agosto alle 11.36. E, a proposito: sul mio nuovo camion ho fatto scrivere la data e il luogo di ri-nascita. Genova 14.8.2018».

I parenti di Andrea Cerulli

«Ogni sera prima di andare a letto Cesare mi chiede: mamma mi vuoi bene? E papà mi vuole bene? Poi aggiunge: ma perché è capitato proprio a me?». Giovanna Donato era stata la moglie di Andrea Cerulli, 47 anni, portuale, un passato da calciatore di discreto talento, tifosissimo del Genoa. Si erano separati, «ma avevamo un ottimo rapporto». È rimasta sola con Cesare, 11 anni, che continua a fare domande «e io non so cosa rispondere». Ha finito la prima media, con ottimi voti. «Si è impegnato tanto. Ha continuato a fare judo e a suonare la chitarra che piaceva tanto anche al papà.
È stato il suo modo di reagire, anche se non gli vedo più gli occhi vispi d’una volta, ha sempre un velo di malinconia». Per non dimenticare è nato il gruppo 'Rulli c’è' che era l’esultanza quando giocava e faceva gol. «Il Comune ci ha permesso di curare un giardino a Granarolo, il quartiere a cui Andrea era legatissimo. Metteremo delle panchine da cui si può ammirare tutta la città. Cesare è stato nominato capocantiere, è orgogliosissimo».

Gianluca il sopravvissuto: «Mio figlio è la medicina ai miei traumi»

Il 14 non sarà a Genova: «Con la mia compagna e mio figlio abbiamo deciso di andare via, di isolarci». È passato un anno dal salvataggio miracoloso di Gianluca Ardini, 29 anni, rimasto sospeso per quattro ore dentro l’auto, accanto al corpo senza vita del collega Luigi. Dopo dodici mesi le cicatrici sono tante, nel fisico e nella mente. «Sto seguendo un percorso psicologico, prendo psicofarmaci. Ho una lesione permanente all’occhio sinistro, una sensibilità ridotta a un braccio, un’ernia cervicale, un’epicondilite cronica...». Faceva il caposquadra per un’azienda di arredi, sa che non potrà più fare lo stesso lavoro. In quelle interminabili ore penzoloni tra la vita e la morte chiedeva di essere salvato per poter vedere negli occhi il figlio. Pietro è nato 30 giorni dopo, adesso ha 11 mesi. «È stata la mia medicina». Lì dove c’era il Ponte Morandi ci è ripassato solo una volta «andando al santuario della Madonna della Guardia». Sta provando a tornare a una vita il più possibile normale. «So che il trauma non si potrà mai cancellare, ma posso imparare a conviverci».

Gli incubi di Bruno il soccorritore: «Laggiù non ci voglio tornare»

Il vigile del fuoco Bruno Guida quella mattina di un anno fa era a casa. Quando seppe della tragedia, lasciò la figlia piccola alla madre, indossò la divisa e si precipitò sotto il ponte crollato. «Da allora non ci sono più voluto tornare. Potevo chiedere di essere inserito nelle squadre di recupero beni, ma ho preferito di no». Guida, 55 anni, elisoccorritore, fa il pompiere dal 1982. «Ne ho viste tante, alluvioni, terremoti. Ero a Stava, oltre 250 morti. Ma questa volta è stato diverso. Da quel ponte ci sono passato mille volte per andare a lavorare, da bambino ci andavo sotto a giocare. È come se fosse venuta giù casa mia». Guida è stato uno dei primi ad arrivare, gli fu affidata proprio la pila 9, il «cratere» del disastro. «Sembrava un bombardamento. Morte e distruzione ovunque. Per fortuna siamo riusciti a salvare una coppia, Natasha ed Eugeniu».
Il 14 non sarà alla cerimonia, ma al lavoro come ogni giorno. «I primi mesi sono stati durissimi. Abbiamo avuto un supporto psicologico, ma uscirne non è facile».

Giusy la sfollata e le lacrime per la sua casa

Quel grido in Consiglio regionale è diventato la foto simbolo della protesta degli sfollati. «Era rabbia e impotenza, mio marito si era messo a piangere, non l’avevo mai visto così». Giusy Moretti da 59 anni abitava nelle palazzine di via Fillak, prima ancora che sopra ci costruissero il ponte. «Avevo sei anni, ci conoscevamo tutti. Anche una volta sposata sono voluta rimanere qui». Dopo il 14 agosto del ponte è rimasto un moncone. I pompieri hanno fatto uscire tutti, Giusy è tornata solo 4 volte prima che demolissero tutto. «L’ultima a metà aprile, per 5 ore, è stato il nostro addio. Abbiamo cercato di prendere il più possibile, per l’ultima volta mi sono seduta sul divano». Giusy è diventata la voce del Comitato degli sfollati, la paladina di 605 persone che erano salve ma avevano perso tutto. Adesso che sono arrivati i risarcimenti, che ha comprato una nuova casa, per lei è il momento più difficile. «All’inizio sai che non ti puoi fermare, ora mi chiedo se potrò farcela, ho attacchi di panico. E anche le istituzioni si sono dimenticate di noi».

https://youtu.be/S3oDnEujdFs

https://youtu.be/a-LfXohbn0U

https://youtu.be/IIfrr7WH8RQ

https://youtu.be/nv9bDogDEWw

PER NON DIMENTICARE. MAI.

13 AGOSTO 2019

 

 

 

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