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11 settembre. Ricordo amaro

11 SETTEMBRE 2001

Brandire le armi non serve, anzi, è controproducente.

di Aldo Pirone
11 settembre TGCom24 Mediaset 390 minSabato scorso l’America ha ricordato solennemente l’attacco terroristico di Al Qaeda dell’11 settembre. Un attacco atroce contro civili inermi, costato migliaia di vittime innocenti nel cuore stesso degli Stati Uniti. Con lo schiantarsi degli aerei contro le Twin Towers di New York e contro l’edificio del Pentagono a Langley in Virginia cadde il dogma dell’inviolabilità del suolo americano e ogni americano improvvisamente capì che la sua superpotenza non era più tanto tale. A rendere più cocente l’amaro ricordo è il modo fallimentare in cui è avvenuta l’uscita dall’Afghanistan delle truppe americane e occidentali nei giorni scorsi, sotto l’incalzare del ritorno del regime talebano più forte di prima. Di lì, infatti, il senso di un fallimento complessivo della strategia americana, interventista e armata, per “esportare la democrazia” in terre islamiche.

Ho sempre ipotizzato che quell’attacco fosse politicamente mirato a provocare la reazione statunitense che poi ci fu: attirare la superpotenza statunitense nella trappola medio orientale. Solleticare e indurre le forze più imperialiste del partito repubblicano a mettere piede in Afghanistan prima, e poi, soprattutto, a rimetterlo in Iraq per controllare da vicino la situazione geo politica (Russia, Cina, Iran) e le fonti del petrolio, non bastando più la politica di sostegno alle petromonarchie reazionarie come l’Arabia Saudita. Insomma, offrire un atroce e corposo pretesto a forze che erano già di loro più che disposte a insediarsi da quelle parti mediorientali, già di per sé incandescenti e avvelenate dal conflitto arabo-palestinese-israeliano e da una guerra di religione islamica tra sciiti e sunniti.

“Esportare la democrazia” fu solo la copertura ideologica d'interessi imperiali ben più corposi. Del resto l’Afghanistan aveva già dimostrato, con l’intervento sovietico del ’79, che non era esportabile neanche la rivoluzione socialista e laica. Anzi, quella guerra era stata uno dei fattori non secondari dell’implosione e del crollo del socialismo reale sovietico. Anche lì “l’esportazione del socialismo” aveva coperto la politica di potenza dell’Urss che nella seconda metà degli anni ’70 aveva approfittato, sbagliando, della crisi dell’altra superpotenza gravata dalla sconfitta nel Vietnam in Indocina, con un’espansione geo politica di cui l’invasione dell’Afghanistan fu il frutto ultimo più evidente e velenoso.

Tra l’intervento in Afghanistan, coperto dall’Onu che approvarono l’operazione enduring freedom - ironia dell’aggettivo visto com’è andata - e quello in Iraq non approvato dall’Onu per la contrarietà di tanti paesi e per il veto francese, ci sono state differenze, ma la filosofia interventista della coalizione dei volenterosi per l’intervento in Iraq – circa 30 stati - messa in piedi da Bush figlio con lo spagnolo José Maria Aznar, il britannico laburista Tony Blair e Berlusconi al seguito, era già segnata; ricordiamo tutti la pantomima farsesca sulle armi chimiche in possesso di Saddam Hussein che non furono mai trovate, Un interventismo aggravato dall’ignoranza crassa dei servizi segreti americani sui gruppi islamici, i loro contrasti - vedi la questione dei Kurdi -, le loro differenze, la loro cultura, che indussero la superpotenza statunitense a muoversi in Medio Oriente come un elefante in un negozio di cristalli.

Ma non è ancora finita, perché gli Usa hanno già deciso ai tempi di Obama e concordato con l’attuale governo dell’Iraq guidato da un loro protetto, Mustafà al-Kadhimi, il ritiro entro l’anno anche da lì. Non avverrà, probabilmente, come in Afghanistan perché in Iraq ora la situazione è controllata dalla maggioranza sciita e in parte kurda che ha avuto il potere grazie all’intervento americano.

Speriamo che da questo ritiro militare dal Medio Oriente serva agli Stati Uniti, innanzitutto, come alle altre potenze globali (Cina e Russia) a imparare una lezione che era già evidente decenni fa: il mondo è multilaterale e non si governa esportando i propri ordinamenti politici, per quanto liberali e democratici essi siano. Si governa con la pazienza della cooperazione non con le alleanze l’una contro l’altra armata a cominciare da quella Atlantica e dalla Nato. I diritti umani, ad iniziare da quelli delle donne, bisogna aiutarli ad avanzare facendoli lievitare all’interno di società e religioni che sono ostiche e integraliste. Partendo da quelle genti, dal loro sentire, stimolandone l’evoluzione e la partecipazione politica, facendo pressioni di varia natura sui governi nell'ambito di relazioni sempre più interdipendenti gestite da un Onu riformata e rinnovata.

Brandire le armi non serve, anzi, è controproducente.

 

 

 

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