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Nun c’è trippa pe’ gatti

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Candidati per la Capitale

Dare avvio a un ragguppamento civico e di sinistra che ricomponga le disperse forze progressiste romane

CarloCalenda 380 mindi Aldo Pirone
Ieri sera da Fazio, Carlo Calenda ha ufficializzato la sua candidatura a sindaco di Roma. La notizia non pare aver provocato particolare giubilo nelle periferie romane; a scanso di equivoci e di malcelate speranze i boati che si sono sentiti uscire dalle case di Torbellamonaca, in contemporanea con l’annuncio calendiano, erano per la Roma calcio che stava stracciando il Benevento.

A spiegare l’antipatia per Calenda nella dirigenza del Pd, è stato Andrea Romano, il quale, per la verità, ha praticato le trasmigrazioni politiche trasformistiche almeno quanto il Calenda stesso. Perciò è preparato sulla materia. Entrambi fecero parte di “Scelta civica”, la lista di Mario Monti, durata lo spazio di un mattino. A proposito della candidatura alla sindacatura dell’ex sodale, il Romano dice: “Ma pretende la benedizione del Pd come diritto divino. Carlo si è iscritto al Pd un minuto dopo la sconfitta del 2018, dopo aver fatto campagna per la Bonino; poi si è fatto eleggere a Bruxelles, con voti che è difficile considerare una sua proprietà personale visto che per lui hanno fatto campagna militanti del Pd; poi se n'è andato, con una scelta criticabile ma legittima. Ma ha cominciato subito a cannoneggiare questa comunità definendola indegna e immorale in un crescendo di contumelie (stile Di Battista) funzionale solo al lancio del suo partito”.

Prendere sul serio le posizioni politiche di Calenda è assai difficile. Tranne quella in cui confessò di aver sbagliato tutto quando inneggiva al neoliberismo. Ma è rimasta solo una “boutade”. Una cosa è certa: con la sinistra lui non c’entra niente.

Ma il punto non è questo. Il punto è il fastidioso imbarazzo con cui il Pd cerca di svicolare dalla candidatura del girovago pieno di se stesso. Basterebbe dirgli, alla romana, che “nun c’è trippa pe’ gatti”. Ciò troncherebbe ogni tentativo di farsi trascinare nel toto nomine e nei défilé di candidati che non hanno orrore di se stessi. I dirigenti del Pd dovrebbero impostare ben altro percorso. Tanto più che l’auto ricandidatura della Raggi, con il dissenso diffuso nei “grillini” romani e di buona parte di quelli nazionali, offre, a questo riguardo, un terreno d'iniziativa assai largo. Il presupposto è che si parta dai programmi, dal toto idee invece che dal toto nomi, da che cosa urge fare per riparare i mali della capitale, rivolgendosi a tutta la città e, in particolare, alle forze civiche e popolari progressiste dell’associazionismo partecipativo, laico e cattolico, e alle forze economiche alternative a quelle tradizionali della speculazione edilizia da cui emanciparsi.

Un programma che avvii un movimento civico e popolare che mentre affronta i problemi emergenziali (rifiuti, trasporti, verde, manutenzione urbana, macchina burocratica comunale) guarda al futuro della digitalizzazione, dell’ambiente, di un’urbanistica alternativa a quella praticata dal vecchio e screditato centrosinistra e a quello praticato dalla Raggi, che metta al primo posto l’interesse collettivo e non quello dei palazzinari. Con la consapevolezza che Roma non si governa solo dal Campidoglio, che non si va in cerca di un taumaturgo che non c’è, ma che occorre promuovere una squadra di persone nuove, dai municipi fino al Consiglio comunale, nelle municipalizzate e nelle società partecipate dal Comune, sorretta da un movimento di rinnovamento pervaso da un idem sentire politico e culturale. A cominciare da un effettivo decentramento amministrativo nel quadro della città metropolitana. Con un paletto preciso: “nun c’è trippa pe’ gatti” non solo per Calenda e personaggi folkloristici similari, ma neanche per i vecchi marpioni del “modello romano”.

Bisogna capire che la battaglia contro la destra romana si fa nelle periferie sociali e urbane per andare avanti, non per tornare indietro. Si fa standoci dentro per eliminarne il degrado con il fare dell’iniziativa politica e sociale e non pensando che l’aver fatto dei lagni autocritici sul “tornare al popolo” possa bastare per ritrovarlo. Dire, come fa Zingaretti, che saranno i romani del Pd o del vecchio centrosinistra capitolino a decidere, magari con lo strumento bolso delle solite primarie a dominanza clientelare, non è segno di rispetto democratico ma di scarico di responsabilità.

Il rinnovamento “rivoluzionario” del Pd promesso da Zingaretti molto tempo fa, quale occasione migliore per sperimentarlo se non quello delle elezioni a Roma? Quale occasione migliore per dare avvio a un ressemblement civico e di sinistra che ricomponga le disperse forze progressiste romane? E quale occasione migliore, infine, per influire e incidere in senso positivo nel disagio “grillino”? Una cosa è certa: per battere la destra di Salvini e Meloni, erede del “generone” romano, dell’andreottismo palazzinaro e assistenzialista, bisogna predisporre le cose perché l’elettorato progressista e quello grillino possano far fronte comune nei modi che saranno possibili. Tutto questo lo può fare da solo il Pd romano del ritrovato segretario Casu di rito renziano?

Ma andiamo!

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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