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Balla coi topi

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Cronache&Commenti

Anche fra i dem più nostalgici del renzismo la crisi al buio non era auspicata

di Aldo Pirone
PresidenteConte 350 minStamane, sulla crisi politica in corso, “il manifesto” titolava: “Balla al centro”; sullo sfondo una foto con il profilo di Conte con mascherina. Sarebbe stato più appropriato un “Balla coi lupi” perché è con queste bestie che Conte sta contrattando per aver salva la pelle.

In queste ore convulse l’interesse nazionale e popolare impone di evitare le elezioni per combattere una pandemia che non ripiega e la conseguente recessione economica. Due sono gli strumenti per domare l’una e l’altra: la vaccinazione di massa appena iniziata e le ingenti risorse del Recovery plan che ci dà l’Europa non gratis ma a condizioni precise che tutti sanno. Ci sarebbe bisogno del massimo di unità nella maggioranza e nel governo, invece, com’è noto, Renzi ha messo in crisi l'esecutivo credendo che fosse giunto il momento buono per far fuori Conte e che avesse dietro il Pd o almeno una sua parte. Negli ambienti dem, all’inizio del suo crescendo rossiniano contro Conte, “il Bomba” era blandito come “il nostro centravanti di sfondamento”. Solo che ha tirato troppo la corda. L’obiettivo del Pd, non per amore beninteso ma per costrizione vista la popolarità di “Giuseppi”, era quello di ridimensionare Conte non di farlo fuori. Anche fra i dem più nostalgici del renzismo la crisi al buio non era auspicata. Invece lo statista di Rignano sull’Arno, seguendo il suo titanismo egolatrico, ha ritirato le ministre Bellanova e Bonetti e il sottosegretario Scalfarotto, costringendo il Pd di Zingaretti (segretario), Franceschini (capo delegazione dem al governo), Bettini (consigliere speciale) e perfino Delrio (capogruppo alla Camera) a serrare le file insieme a Leu e M5s a difesa del Presidente del Consiglio. Non senza qualche tentativo ancora in corso sottobanco di ritrovare un qualche filo con Renzi, almeno in prospettiva (vedi Zanda e altri) sperando che nella conta al Senato il presidente Conte risulti il più lontano possibile dai 161 voti fatidici che certificano una maggioranza assoluta per altro non necessaria, bastando per la fiducia solo quella relativa. Anche il "Superbone" toscano deve essersi accorto subito che qualcosa non aveva funzionato nei suoi calcoli: “mi è mancato un pezzo” (il Pd) ha detto a “La Stampa” (15.1.). Poi ha avviato, con i suoi sodali e le sue sodale, una campagna di “offresi senza veti”, cioè "a prezzi stracciati”, come niente fosse. Ancora oggi su “Il Corriere della sera”, con l’impudenza di chi crede di poter nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso, “il Bomba” nega l’evidenza: “Noi non abbiamo rotto – dice - abbiamo chiesto risposte su scuole, vaccini, infrastrutture, lavoro. Non le abbiamo avute”. Dimenticandosi, oltre al ritiro delle minestre e del sottosegretario dal governo, di aver accusato Conte di essere poco meno di un autocrate che ha inferto un “vulnus” alla democrazia italiana. Insomma, come quell’altro Matteo (Salvini) ha fatto tutto lui e si lamenta di essere stato cacciato.

Ora la sopravvivenza di Conte e, forse, della legislatura è legata all’arrivo dei “costruttori” o “responsabili” che dir si voglia. Solo che il nobile scopo nazionale di poter continuare a concentrarsi su pandemia, campagna vaccinale e Ricovery plan lo si deve contrattare con parlamentari di diversa provenienza e di diversa caratura morale e immorale. Non è la prima volta che si manifesta tale pratica, e le altre volte non era in ballo un drammatico interesse nazionale ma solo quello personale di compratori e venditori. Nelle democrazie parlamentari, simili pratiche non sono infrequenti. Anche in quelle più antiche. Basti pensare, per esempio, a cosa dovette escogitare e a quali mezzi clientelari e poco ortodossi dovette ricorrere Lincoln nel gioco parlamentare per acquisire alla Camera i due terzi dei voti necessari per approvare il 13esimo emendamento alla Costituzione che aboliva la schiavitù negli Stati Uniti.

E’ veramente penoso ascoltare le grida contro “i voltagabbana”, “i transfughi”, “i venduti”, “il Suk” parlamentare, “il mercato delle vacche” ecc. da parte di chi, vedi la destra, ma non solo, ha praticato da sempre gli stessi metodi e ricerche con compravendite ad personam, vedi l’epopea di Berlusconi con De Gregorio, Razzi e Scilipoti e per scopi in cui non c’era neanche l’ombra dell’interesse nazionale. A questo spettacolo propagandisticamente vergognoso l’unica risposta che viene in mente la suggerisce il detto romanesco: “Qui il più pulito cià la rogna”.

La natura della battaglia in corso può essere catalogata anche in altri modi più vicini alla nostra realtà. Uno potrebbe essere quello evocato nel film cult antirazzista “Mississippi burning - Le radici dell’odio” dall’agente federale Rupert Anderson (Gene Hackman). Scontrandosi con il collega kennedyano Alan Ward (William Defoe) che lo invita rudemente a non trascinarlo “nelle fogne” della semi illegalità nella lotta antisegregazionista, Rupert risponde: “E’ proprio nelle fogne che stiamo combattendo”; alludendo ai razzisti segregazionisti. Nel caso nostro sarebbero la destra nazionalista e sovranista e chi, per calcoli personali spesso sballati, gli dà una mano.

Perciò, a ben vedere, mi devo correggere: il titolo de “il manifesto” di stamane avrebbe dovuto essere “Balla coi topi”.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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