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Baciare il rospo?

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 Cronache&Commenti

Come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste

di Aldo Pirone
Draghi presentailsuoGoverno 390 minNel 1995 quando il governo di Berlusconi cadde, sfiduciato dopo solo otto mesi di vita dalla Lega di Bossi, l’incarico di formare il governo fu dato a Dini che del cavaliere era ministro del Tesoro. Allora “il manifesto” fece un titolo che rappresentò bene i dubbi che albergavano nell’area della sinistra radicale: “Baciare il rospo?”.

Da una parte, infatti, c’era il fatto positivo della caduta di Berlusconi alleato con Fini, non ancora bagnatosi nelle acque di Fiuggi detergenti la sua impronta neofascista, dall’altra il fatto che Dini era quello che era: di casa berlusconiana e della Banca d’Italia. Ad aiutare a baciare l’animaletto – il volto di Dini gli assomigliava molto – fu anche l’astensione di tutto il centrodestra derivante dalle paturnie e dai ripensamenti di Berlusconi che il suo ministro aveva indicato al Presidente Scalfaro come suo successore. Nella favola il rospo che è baciato dalla principessa diventa un bel principe. Dini non lo diventò, anche se passò in seguito nel campo antiberlusconiano. Con i sindacati fece, però, la prima riforma delle pensioni che fu votata da tutti i lavoratori che lo approvarono con il 64,49% dei voti espressi da oltre quattro milioni di lavoratori.

Ieri nell’editoriale di Norma Rangeri, direttrice del quotidiano comunista, non c’è quell’interrogativo nei confronti di Draghi. C’è, invece, sebbene senza entusiasmo e rassegnato, un consenso al governo tecnico-politico che si prospetta. “Sarebbe un errore – scrive Rangeri - lasciar gestire ogni cosa alle forze più conservatrici e fascistoidi del nostro paese. Per i partiti della precedente maggioranza, al di là dell'insopportabile pratica di ingoiare dopo i rospi anche i draghi, diventa quasi un obbligo partecipare al prossimo governo. Nella pur urticante condizione di turarsi il naso di fronte a decisioni che lasciano poco spazio per scelte diverse”.

Il problema che allora si pone a Leu, Pd, M5s è come stare dentro una maggioranza piena di trasformisti e di persone indigeste come Berlusconi, Renzi e Salvini alternative al fronte progressista. Se ci si stesse in modo rassegnato come cani bastonati, sarebbe sbagliato e il governo Draghi diventerebbe un rospo indigeribile. Quindi, bisogna starci in modo attivo e condizionante, non come singoli ma come alleanza di forze progressiste e ambientaliste a difesa della continuità riformatrice del governo Conte.

Per questo è indispensabile recuperare un modus operandi di “lotta e di governo”, si sarebbe detto in altri tempi, che assicuri non solo un protagonismo non fine a se stesso nel governo – tanto più necessario visti i compagni di viaggio - ma nel paese. Quel protagonismo sul territorio e nella società che è mancato – e non a causa del Covid 19 - durante il governo Conte e che ha pesato non poco nel lasciare spazio all’iniziativa demolitoria, sebbene impopolare, di Renzi. Se i rapporti di forza elettorali rimangono, come sono rimasti in questi 16 mesi, gli stessi fra la destra e i progressisti, alla lunga anche il governo Conte2 nonostante i suoi meriti non regge. Non poteva bastare la popolarità personale di “Giuseppi” a fare da argine all’offensiva di lorsignori commissionata al “Bomba” di Rignano.

Norma Rangeri dice che bisogna ripartire dal fatto “che il merito del punto in cui siamo oggi sui vari corni dell'emergenza, va dato al Conte2”. Giusto. Per questo occorre che l’alleanza marchi la continuità con il Conte2 sul fondamentale terreno economico, sociale, ambientale e della sanità.

Su tutto, poi, giganteggia il problema della rapida messa a terra dei progetti in coerenza con il Recovery fund. Quella massa di miliardi per la cui gestione lorsignori hanno abbattuto Conte e Salvini è stato folgorato dall’europeismo, pur – come ha detto – di sedersi a tavola. Può darsi che mi sbagli, ma il regolamento approvato dall’europarlamento – diconsi 43 pagine di prescrizione e allegati che andrebbero lette e meditate – non pare proprio fatto per consentire ai nostri lorsignori di allungare le mani a piacimento sul desco imbandito in favore di clientele e amici degli amici. Sul rispetto di quelle normative europee per la transizione digitale ed ecologica è più facile un’intesa fra l’alleanza progressista e Draghi che non quella dell’ex Presidente della Bce con la destra di Renzi, Berlusconi e Salvini.

Al di là di ogni considerazione, personalmente l’ho assai bassa, delle forze in campo, occorre realisticamente constatare che oggi la dialettica fra destra e sinistra, fra conservatori e progressisti, purtroppo, non è più quella fra maggioranza e opposizione in Parlamento. Quella dialettica si trasferisce tutta, o quasi, dentro lo stesso schieramento di governo. Sulle cause di questo esito “bulgaro” si può discutere e disquisire all’infinito. L’importante è che le analisi critiche e autocritiche a sinistra servano a potenziare e a rinnovare nel profondo i soggetti dell’alleanza progressista Leu, Pd, M5s, particolarmente la sinistra, e, soprattutto, a confermare, sviluppandola, nei territori e nel paese l’alleanza medesima per presentarla al prossimo confronto elettorale.

Renzi ha puntato a demolire e dividere anche quest’ultima. Per ora non c’è riuscito. E per lui non è una buona notizia.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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