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La selva del precariato

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 CRONACHE&COMMENTI

 Urge capire come si fa a tenere insieme diritti sociali e civili

di Aldo Pirone
Lavoro precario 370 minIn Italia esistono varie tipologie di lavoro che sono la fonte del diffuso precariato in cui si dibattono milioni di giovani e meno giovani, uomini e donne. Accanto al contratto di lavoro a tempo indeterminato e a quello determinato, esistono: il contratto di apprendistato, di somministrazione, a chiamata, di prestazione occasionale – nome che richiama il mestiere più antico del mondo – di stage e di progetto. Inoltre alcune tipologie si suddividono in altre fattispecie. Il part time, per esempio, richiede al lavoratore una notevole predisposizione alla ginnastica contorsionista essendo verticale, orizzontale e misto, cioè un incrocio fra i primi due. L’apprendistato, a sua volta, è per diploma o qualifica, professionalizzante o di alta formazione e ricerca. Il lavoratore che viene “somministrato”, invece, subisce questa sorte o con contratto commerciale oppure di lavoro subordinato. Poi c’è lo stage con almeno tre tirocini: di orientamento, d'inserimento o reinserimento e quello o quelli a favore di soggetti svantaggiati. Insomma, a tenersi stretti, ben diciannove tipologie contrattuali che, a parte il tempo indeterminato sempre più regrediente, rende infernale la vita del lavoratore, costretto a districarsi in “esta selva selvaggia, e aspra e forte” di dantesca memoria dominata dal potere dei datori di lavoro e delle grandi Agenzie private come Adecco, Manpower, Ranstad e Gi Group che vi operano. Non gratuitamente, s’intende, ma prendendo sostanziosi contributi dallo Stato, tant’è che la Confindustria per questi suoi pupilli già reclama una fetta grande della cifra stanziata nel Recovery plan per le politiche attive del lavoro a scapito, naturalmente, dei centri per l’impiego pubblici.

Un partito di sinistra, come ancora ieri lo definiva Enrico Letta su “il manifesto” – forse per captatio benevolentiae – dovrebbe pasteggiare con il problema del precariato tutti i giorni essendo una piaga da eliminare se si vuole tenere fede alla lettera e allo spirito della Costituzione fondata sul lavoro; invece, manco per niente. Letta, a un mese e mezzo dalla elezione a segretario del PD, si è connotato, principalmente, per la riproposizione dello ius soli, del voto ai sedicenni, l’Erasmus trimestrale obbligatorio, la “dote” ai diciottenni e per il sostegno legge Zan sull’omotransfobia. Tutta cose sacrosante, per carità, ma che non vanno al cuore del problema che ha prodotto la famosa disconnessione sentimentale della sinistra istituzionale con le fasce profonde delle periferie sociali e urbane. Intendiamoci, non è che Letta non dica niente sui problemi occupazionali e del lavoro, e il suo accento non è quello renzista del jobs act. Per esempio batte molto sul problema occupazionale di giovani e donne. Sempre ieri su “il manifesto” e “la Stampa” magnifica la condizionalità occupazionale riservata da loro introdotta nel Recovery plan e più in generale propone un patto “per la ricostruzione e il lavoro con le forze sociali e le categorie produttive” come fece Ciampi.

Ma sul problema primigenio del precariato e dei contratti sopra elencati che lo generano, il silenzio è totale, per non dire poi delle leggi invocate dai sindacati su rappresentanza e nuovo statuto dei lavoratori. Per un partito che, come dice Letta, vuole essere “il partito italiano del lavoro e dei lavoratori” la cosa appare quanto meno incongrua.

Due settimane fa dai Circoli dem chiamati a discutere del vademecum sui 21 punti riassuntivi degli intendimenti del nuovo segretario, gli era venuta la critica di sottovalutare la questione sociale e del lavoro. Letta aveva controbattuto che “la difesa dei diritti e l’impegno per la fine del mese per ogni italiano”, cioè i diritti sociali e civili, vanno tenuti insieme. Solo che il primo a non tenerli insieme in queste prime settimane di leadership è stato proprio lui. Inoltre, il suo assunto è vero in astratto, perché nel concreto della vicenda storica e politica del Pd è sul primo corno della questione, i diritti sociali, che c’è stata la disconnessione sentimentale con una parte grande delle masse popolari ed è qui che il PD dovrebbe recuperare. Questa iattura si cancella solo se si mette l’accento quotidianamente sui diritti sociali e del lavoro con proposte adeguate (riduzione delle forme di lavoro precario, salario minimo, legge sulla rappresentanza sindacale, nuovo statuto dei lavoratori ecc.), altrimenti è illusorio pensare di sottrarre le masse popolari alla demagogia della destra nazionalista e sovranista di Salvini e Meloni.

A Letta suggeriamo di rifarsi all’esperienza storica della sinistra comunista e socialista per capire come si fa a tenere insieme diritti sociali e civili.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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