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A che punto è la notte

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 CRONACHE&COMMENTI

 Le allucinazioni non mancano

di Aldo Pirone
LuigiDiMaio 350 260Luigi Di Maio non è mai stato un’aquila. Quando nel 2018 il M5S vinse le elezioni, proclamò che, finalmente, nasceva la “Repubblica dei cittadini” e si paragonò a De Gasperi. Pochi mesi dopo annunciò dal balcone di Palazzo Chigi la “fine della povertà” perché il governo gialloverde aveva varato il “reddito di cittadinanza”, per altro benemerito ma non tale da seppellire definitivamente il disagio sociale. Mentre lui da capo politico di pentastellati declamava e proclamava, Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio nel governo Conte 1, annichiliva rapidamente i grillini dimezzandoli e doppiandoli un anno dopo alle elezioni europee. Di Maio per tale strabiliante risultato aveva gentilmente concesso al “Bauscia” meneghino la postazione del Viminale occupata in quanto ministro dell’Interno: un disastro, per il M5s e per gli italiani assennati. Da cui ci salvò il mojito assunto in quantità industriale al Papeete da Salvini nell’agosto ’19, con il conseguente suicidio politico in “plein air”.

Oggi “Gigino” nel dare dimostrazione della sua sapienza politica “cia rioca”, come si dice a Roma. Le scuse chieste per aver messo alla gogna il sindaco di Lodi e la ministra Guidi a suo tempo, più che di ravvedimento, come lo magnificano i portavoce dell’establishment, sono segno di confusione mentale e di ricordi assai imprecisi. Sta di fatto che la lettera dimaiana al “Foglio” è presentata come una “svolta” antigiustizialista del M5S. In Italia i rappresentanti di lorsignori quando non sanno come difendersi usano buttare la palla in tribuna. Nella fattispecie fanno un miscuglio terrificante di cose diverse: gogna mediatica, pulsioni giustizialiste e populiste, prescrizione, riforma della giustizia ecc.. Ciò serve solo a far dimenticare e negare che in Italia esiste da anni una gigantesca “questione morale” nei partiti e nella classe politica, oltre che in altri gangli della società. A Di Maio, che in cuor suo non ha rinunciato alla leadership dei pentastellati e che vede il cambiamento del Movimento in direzione moderata e rassicurante per lorsignori, è sembrato naturale e necessario lanciare segnali confusi proprio sul terreno più controverso della nascita e della vita del M5S: il giustizialismo politico-mediatico non separato dalla voglia di giustizia. Ma la lettera al “Foglio” – il quotidiano di Ferrara è il più azzeccato per il “pentimento” – non è solo l’ammissione di un errore personale e collettivo è, a veder bene, anche un piccolo siluro lanciato alla barca di Conte in questo momento costretta al surplace. Infatti, il porto cui è diretta è sequestrato dal figlio di Casaleggio che tiene in cassaforte l’elenco degli iscritti al Movimento grillino, mentre il “garante” Grillo è tramortito dagli effetti del suo video sul figlio Ciro, detto lo “scarrafone”, e Di Battista, l’altro aquilotto grillino “contro”, sta fuori ma pure dentro bombardando i suoi ex da Tv e librerie. Insomma, un vero momentaccio per i cinquestelle.

E’ vero che, come dice Travaglio, Conte ha dato il suo placet al “pentimento” di Di Maio, ma l’ha derubricato al riconoscimento di un errore personale e non di più perché l’iniziativa ha rinfocolato le polemiche interne ai “grillini”, ha approfondito quelle con gli esterni fuoriusciti o che stanno ancora sulla soglia. Insomma la lettera di “Gigino” non aiuta Conte a disincagliare la barca pentastellata. Tutt’altro. E l’ex premier lo sa.

Anche dalle parti del Pd, però, le allucinazioni non mancano. Letta era andato da Draghi per fare le sue rimostranze sulla tassa di successione malamente respinta da “Supermario”, ma, a quanto pare, deve averne subito i rimbrotti sulle sue recenti polemiche anti Salvini. Tant’è che ne è uscito trasformato come se gli fosse apparsa la Madonna. “In Salvini ho trovato un volto vero, tutt’altro che finto. – ha detto ieri - In politica si incontrano molte maschere. Ma sappiamo entrambi che abbiamo una responsabilità sulle spalle: aiutare l’Italia ad uscire da questa crisi e far sì che le riforme che dobbiamo fare funzionino. Poi alle elezioni ci divideremo, ma credo che stiamo gestendo con responsabilità questa fase”. Mancava che gli cantasse la canzone di Mina “E’ un uomo per me”.

Qualcuno avverta Letta che la mattina a stomaco vuoto è meglio bere caffè, latte o tè che superliquori.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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