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Un titolo sbagliato

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 REFERENDUM ISTITUZIONALE SI E NO. SI

La verità sempre, contro ogni tentativo di revisionismo 

di Aldo Pirone
07 referendum 2 giugno scheda 360 minUn giornalismo disinvolto a volte fa titoli fuorvianti. Ieri su “il Fatto Quotidiano” diretto da Marco Travaglio, c’è un titolo a pagina 16: “2 giugno: Togliatti e Nenni erano contrari al referendum”. Il titolo sovrasta un articolo di Fabrizio D’Esposito a recensione del libro di Federico Fornaro “2 giugno 1946. Storia di un referendum” . La pubblicazione di Fornaro non l’ho letta, ma il pezzo di D’Esposito sì, e non mi è sembrato molto esplicativo della partita che allora si giocò.

Stando al titolo ad effetto sembra quasi che Nenni e Togliatti fossero contrari a che il popolo fosse chiamato a decidere sulla forma istituzionale dello Stato. Ma non è così. Infatti, sia nell’accordo fra i contraenti del governo Badoglio, scaturito dalla famosa “svolta” di Salerno perorata da Togliatti, sia nel decreto luogotenenziale del 25 giugno 1944 non si era mai parlato di referendum, bensì di Assemblea Costituente. Il decreto del Luogotenente Umberto, che recepiva l’accordo di Salerno dandogli veste legislativa, recitava: “Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione della Stato”. Inoltre, era scritto nel documento programmatico del governo Badoglio con i partiti antifascisti, che l’Assemblea Costituente era autorizzata a legiferare oltre a elaborare la nuova Costituzione. A rompere questa intesa – con un presa di posizione, inizio di una serie che cercò fino all’ultimo di cambiare le carte in tavola - era stato proprio il Luogotenente Umberto. Il 31 di ottobre in un’intervista al New York Times fu lui a sollevare la questione referendaria. A mettersi su questa scia savoiarda furono subito l’insieme delle forze moderate antifasciste, da Bonomi ai liberali di Croce e Cattani a De Gasperi che, già da ministro degli Esteri del terzo governo Bonomi, iniziò a cercare il consenso degli inglesi e, soprattutto, degli americani, su una linea di restaurazione moderata rispetto alle punte più avanzate della rivoluzione democratica in fieri. Gli americani del Presidente Truman non si fecero pregare. Anche loro, del resto, erano alla ricerca di appoggi moderati nei paesi dell’Europa occidentale in funzione anticomunista.

Divenuto Presidente del Consiglio alla caduta di Parri, il leader della Dc, con il Vaticano di Pio XII che lo teneva sub iudice premendolo in senso conservatore e anticomunista, si adoperò attivamente non solo per la scelta referendaria, ma anche per un’Assemblea Costituente che non avesse potere legislativo. Nenni e Togliatti subirono il “capolavoro” degasperiano, come lo chiama Fornaro, insieme ad altre cose – una politica economica liberista, la sostituzione dei prefetti nominati dal Cln con quelli di carriera del vecchio apparato monarchico, l’effettuazione delle elezioni amministrative prima di quelle politiche, la fine dell’epurazione ecc. - perché ritardare le elezioni, come stava avvenendo, faceva riguadagnare alla monarchia un certo consenso popolare soprattutto al sud. E tutto ciò mentre a livello internazionale andava scemando l’unità antifascista fra Usa, Urss e Gran Bretagna che aveva sbaragliato il nazifascismo e iniziavano gli spifferi gelidi della “guerra fredda”. A marzo del ‘46 c’era già stato il discorso di Churchill della “Cortina di ferro”. A un certo punto conquistare la Repubblica divenne una gara contro il tempo. La scelta del referendum per decidere fra monarchia e repubblica in quella situazione si configurò come un elemento della controffensiva moderata. Poi, come a volte accade nella storia, quella scelta si risolse in un bene perché fece scegliere direttamente agli italiani il proprio futuro mettendo fine a ogni contestazione e rimpianti futuri. Non a caso il Luogotenente Umberto tentò fino all’ultimo, chiamando in causa anche gli angloamericani che però rifiutarono, di rimandare sine die la consultazione con varie scuse dopo averla reclamata.

Nel giugno del 1960, Palmiro Togliatti, in una conferenza sulla svolta di Salerno tenuta al Teatro Alfieri di Torino, rivendicò, più o meno implicitamente, quel compromesso referendario. “Noi volevamo – spiegò - che la liberazione dalla monarchia avvenisse attraverso un voto popolare, attraverso una consultazione del popolo [e pensavamo che il voto] sarà tanto più favorevole alla Repubblica se noi riusciremo a presentare la monarchia al popolo perché la giudichi così come essa è. Così come l’ha vista al tempo della marcia su Roma, così come l’ha vista al tempo del ventennio fascista, così come l’ha vista al tempo della dichiarazione di guerra. Dovevamo prendere per il collarino il re e principe ereditario e presentarli noi al popolo: ecco giudicateli!”

E il popolo li giudicò colpevoli.

 

 

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