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Gli smemorati

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 CRONACHE&COMMENTI

L’anno scorso Conte condusse una battaglia lunga, ma vittoriosa.

di Aldo Pirone
contelasciaPalazzoChigi 390 minMartedì scorso l’Ecofin, la riunione dei ministri finanziari dei 27 paesi dell’Ue, ha dato il via libera ai primi 25 miliardi destinati all’Italia dal Recovery fund. E’ passato un anno da quando, il 22 luglio dell’anno scorso, il governo Conte portò a casa un risultato quantitativo e qualitativo insperato. Un successo per l’Italia e per l’Europa che voleva superare il nazionalismo e il sovranismo e avanzare sul terreno della solidarietà comunitaria. Un cammino lungo, irto di difficoltà, tuttora in corso. La pandemia da Covid 19 è stata il fattore decisivo che ha spinto a cambiare strada anche a chi, la Merkel, era stato il sacerdote delle politiche europee neoliberiste incarnate dalla politica dell’austerità.

L’anno scorso Conte condusse una battaglia lunga, da marzo a luglio, per conseguire un risultato verso cui i leader di destra Salvini e Meloni remarono contro in tutti i modi. La leader dei neofascisti di Fd’I propugnò in alternativa agli eurobond addirittura il ricorso agli impossibili “diritti speciali di prelievo” del FMI che, suggeriva, bisognava andare a chiedere a Trump. Possibilmente genuflessi. Il leader leghista, dal canto suo, vagheggiò di “Bot di guerra” patriottici. Tutto pur di evitare la solidarietà europea. Gli altri, i portavoce nella carta stampata di lorsignori, osteggiarono in altro modo l’azione di Conte, dei suoi ministri economici e dei diplomatici italiani, mettendo in campo l’arma dello scetticismo ironico, del sarcasmo italiota e poltrone verso quell’intruso avversato dall’establishment della “razza padrona” che chissà cosa s’era messo in testa di fare senza di loro, i loro condizionamenti, la sottomissione ai loro interessi.

Alla vigilia dell’incontro decisivo di Bruxelles dei 27 capi di governo, il vate principale della “razza padrona”, Paolo Mieli, il 10 luglio aveva già demolito sul suo “Corriere della sera” il Presidente del Consiglio: “Conte si sta appalesando come uno dei più straordinari illusionisti della nostra storia”. Cinque giorni dopo gli fa eco Massimo Folli su “la Repubblica” acquistata dagli Agnelli e messa nelle mani di Molinari, un direttore-badante: “L’esaurimento del Conte-2 è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere” e il 17 il fu giornale di Scalfari torna a gufare con la penna di Andrea Bonanni: “L’Italia non potrebbe arrivare peggio preparata al vertice europeo […] Governo e classe politica hanno fatto il possibile per danneggiare le nostre capacità da una posizione di credibilità […] la debolezza di Conte è un altro elemento di vulnerabilità per l’Italia”. “Illusionista”, “esaurito”, “debole”, insomma un bel tifo per l’Italia alla vigilia di una partita difficilissima volta a stroncare le resistenze punitive verso gli italiani dei “frugali” guidati dall’olandese Rutte e a dare all’Europa un volto diverso da quello arcigno dell’austerity.

Durante il corpo a corpo fra Conte e Rutte “la Repubblica” fece di meglio. Prese le parti dell’olandese: “Processo all’Italia. L’Olanda: ‘Non ci fidiamo più’ ”. Gli è che in Olanda c’èra la sede fiscale di Fca di casa Agnelli padroni della “Repubblica” e Conte ha minacciato quel paradiso fiscale e i suoi rebates (contributi che l’Olanda riceve dall’Ue più generosi degli altri paesi comunitari). Gli interessi di casa Agnelli prima di tutto.

Poi le cose, per fortuna degli italiani, sono andate diversamente. Un grande successo per l’Italia e per il governo Conte. Per usare termini calcistici in auge in questo momento, vincemmo gli europei della solidarietà contro il nazional-sovranismo della destra, dentro e fuori dell’Italia.

I giornali di destra cercarono subito di nasconderlo goffamente. “Libero”: “Festeggiano Conte perché ci indebita”, scrisse Senaldi; gli andò a ruota Feltri: “Occhio alla fregatura. Non illudetevi, alla fine pagheremo noi”. “La Verità”: “l’Ue ci presta i (nostri) soldi ma solo dall’anno prossimo” (Belpietro); “Da dove viene quel denaro? Guardate nei salvadanai” (Veneziani); “Il Giornale”: “Il governo rischia il crac sui fondi Ue” (Minzolini) e il direttore Sallusti, non potendo nascondere il successo lo attribuì, però, tutto alla Merkel e a Macron.

I principali giornali di lorsignori, “la Stampa”, “la Repubblica” e “Corriere della sera” non gioirono, erano contenti per i soldi ma non per Conte. Insistevano sul Mes da prendere subito, erano preoccupati di evitare il trionfalismo (Massimo Franco) e della “bizzarria tutta italiana di mantenere lo stesso premier per due esecutivi molto diversi” (Carlo Verdelli), esaltavano oltre misura la “cancelliera” che aveva salvato l’Europa. Non negavano - e come avrebbero potuto? – il risultato positivo, ma evitavano al massimo di attribuirlo anche a Conte. Non una parola di autocritica su quanto scritto nei giorni precedenti su “Giuseppi”.

Anche alcuni leader politici di opposizione non poterono fare a meno di riconoscere la positività del risultato. “Accordo buono“ (Berlusconi); “Abbiamo tifato Italia, poteva andare meglio, ma Conte è uscito in piedi” (Meloni). Solo Salvini fece a cazzotti con la realtà: “E’ una superfregatura grossa come una casa, una resa senza condizioni alle scelte della Commissione”. Qualche mese dopo, però, si precipiterà al governo per gestire quella “superfregatura”.

Sul “Riformista” la biliosa Claudia Fusani cercò di guardare lontano per sfuggire all’orribile, per lei, successo di Conte. Riferendo di qualche capannello di parlamentari Pd che paragonava Conte a Giulio Cesare, scrisse speranzosa: “Il gioco di società è stato ‘chi è Bruto’, ovverosia chi guiderà la congiura, e quando saranno le idi di marzo”. Il nome già c’era, tutti lo conoscevano: Renzi. Ma non era quello il momento. Il “Bomba” riconobbe, infatti, che “Conte in Europa ha lavorato bene”.

E proprio per questo si darà da fare per toglierlo di mezzo al più presto, per conto della malmostosa “razza padrona” che rivoleva indietro tutte le leve del comando.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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