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Barbara Schiavulli, giornalista di guerra e direttrice di Radio Bullets

A cura di Diego Protani.  Intervista a Barbara Schiavulli, giornalista di guerra e direttrice di Radio Bullets sul gravoso problema del Covid-19 nel mondo.

BarbaraSchiavulli 350 minIl tema principale in queste settimane, e lo sarà per molto, è la pandemia del coronavirus. Che idea si è fatta?

Sono circolate talmente tante opinioni, che forse non diffonderne un'altra, è il contributo migliore che si possa dare. Di sicuro, non potendo fare il mio lavoro di inviata di guerra a causa del blocco dei confini, ho cercato di seguire sempre quello che accadeva nel mondo, scoprendo che neanche un reale nemico comune è riuscito ad unirci. Che il buon senso è merce rara. Sapevo già attraversando i conflitti che l'essere umano impara poco da quello che vive se non riguarda lui da vicino. L'altra cosa che mi ha colpito è l'uso di termini che riguardano la guerra in un ambito di cui non ha niente a che fare, perché nella tragedia e con tutte le conseguenze di questa pandemia, siamo molto fortunati a non essere in guerra, a poterci lavare le mani, ad aprire la dispensa e trovare da mangiare. Altra cosa, invece è la totale mancanza di una risposta adeguata ai problemi economici, a quelli sociali (come gli abusi domestici), al rispetto dei diritti umani e alle diversità. La catalogazione delle persone in "affetti stabili", in un modo dove ormai le famiglie sono tutto tranne che tradizionali. La non cura verso il mondo lgbtq e le difficoltà di dover tornare in luoghi dove magari non sono accettati. E poi la totale noncuranza verso gli anziani, trasferiti, ammucchiati, dimenticati, come vuoti a perdere, magari anche per farci due lire.

Si parla molto dell'Africa, quali sono i rischi maggiori e cosa si potrebbe far per evitare una catastrofe?

Il rischio è che dilaghi senza che lo si sappia. E di conseguenza, in Africa, ma in tutti i paesi che non hanno un sistema sanitario efficiente è che non ci sia alcuna cura per queste persone. I lockdown delle città dove di solito ci sono gli ospedali, impediscono alla gente dei villaggi di raggiungere i nosocomi che magari sono a centinaia di km di distanza. La pandemia fare una strage per la malattia che porta, ma anche per tutte quelle tradizionali che non verranno curate. Basta pensare che sono state sospese le vaccinazioni normali, penso a morbillo, alla polio. Cosa si potrebbe fare, monitorarli di più, mandare aiuti, farli sentire parte della risposta e non come al solito ai margini.

Cosa ne pensa del video che ha fatto il presidente della Liberia George Weah e come sta affrontando la situazione?

Lui affronta la situazione cantando, ci sono stati molti modi creativi di reagire o comunque di addolcire la quarantena, tipo in India, usare gli ombrelli aperti per mantenere le distanze sociali, La canzone è stato un veicolo di buonumore in questo periodo, dagli infermieri che ballavano, ai vigili del fuoco inglesi che cantavano per gli italiani. La situazione nei paesi Africani è tutta in divenire, noi siamo entrati prima nel virus, a loro arriverà dopo, ma molti paesi che sapevano che non avrebbero potuto fare tamponi o dare cure alle persone hanno chiuso subito tutto, come il Sudafrica.

Molte criticità arrivano anche dal Brasile, può spiegarci cosa succede ?

Questo periodo storico è il trionfo dei bulli al comando, Stati Uniti, Israele, Turchia, Corea del Nord, non è da meno il Brasile, con un presidente che ha sottostimato il pericolo del coronavirus, che ha due figli indagati, uno per notizie false e l'altro per corruzione. Che ha smantellato la giustizia, la sanità, perfino l'Amazzonia. Non che altri paesi stiano meglio. Qui come in altri posti il coronavirus è stato usato per controllare, o manipolare la stampa, in alcuni posti anche chiuderla.

E quali sono le problematiche maggiori in medio oriente?

Il Medio Oriente tutto sommato ha reagito abbastanza prontamente, dopo un Iran che sul modello di altri paesi, ha tentato di insabbiare perché ormai è mentalità farlo, poi si sono dovuti aprire di fronte al fatto che la gente moriva in modo incontrollabile. L'Arabia Saudita ha chiuso tutto perfino la Mecca, il principale simbolo dell'Islam, adesso siamo in periodo di Ramadan, il mese del digiuno, ma a tutti è stato detto di restare a casa. Certo ci sono sempre personaggi eccentrici da tutte le parti, come il clericale pakistano che ha detto che il coronavirus è una punizione per le donne che indossano abiti succinti, o qualche rabbino ultraortodosso che diceva di violare la quarantena. Ma così anche i cristiani nell'Est che si sarebbero salvati bevendo l'acqua santa. Ma erano anomalie, in linea di massima le guide dei vari governi sono state abbastanza tempestive, anche se in molti casi, anche qui il coronavirus è stato usato per violare i diritti di quelli considerati dissidenti e oppositori. Molti paesi hanno concesso amnistie a criminali per alleggerire le carceri, ma oppositori, dissidenti, attivisti, sono rimasti dentro. Gaza, una striscia di terra con 2 milioni di persone, che vive la surreale condizione di apartheid imposta da Israele, nel 2008 ha avuto pochissimi casi, in ogni caso non avrebbe modo di curarli visto che hanno sei posti in rianimazione. Le guerre nonostante la pandemia, non si sono fermate quasi da nessuna parte. I problemi restano e sono stati congelati per la pandemia, penso alle proteste in Iraq, in Libano, in Algeria.

Lei è direttrice di Radio Bullets, può raccontarci i progetti e gli obiettivi fissati?

Radio Bullets, è una testata giornalistica che si occupa di Esteri. Stiamo cercando di raccontare il mondo nelle sue molteplici sfaccettature che si parli di sport, o di genere, o di diritti umani o tecnologia. Siamo convinti che una società consapevole si costruisca con la conoscenza di chi ci circonda. Abbiamo pensato che che se 1000 persone donassero 50 euro all'anno, potremmo avere una buona base di partenza, a noi non interessa dare per primi una notizia, ma darla bene, essere nei posti, entrare nelle case, incontrare le persone. Il mio sogno è diventare sostenibili, poter mantenere una redazione di ottimi professionisti e fare giornalismo, quello vero dove si racconta, si gratta, si dà fastidio. Questo siamo noi e crediamo che ci segue, senta il nostro rispetto e passione per questo mestiere. Noi non lavoriamo per una testata, ma per un'opinione pubblica che vuole essere informata. Purtroppo in Italia siamo abituati a pensare che l'informazione sia gratis, ma non lo è, le notizie vanno verificate, vanno conosciute, vanno studiate e per questo ci vuole tempo, onestà, indipendenza e competenza. Le persone devono decidere se preferiscono nutrirsi di realtà filtrata da qualcuno che sa fare il suo mestiere o buttarsi nel fastfood delle notizie, dove è veramente facili essere manipolati, raggirati o peggio, presi in giro.

 

 

 

 

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