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Il business del'insulto

 LA TV DI STEFANO BALASSONE. Rubrica

Il falso si insinua sempre dove c’è una fiducia da sfruttare.

di Stefano Balassone
farmers 380 minLa lamentela, il cruccio, il borbottio, la lagna son dette in America “gripe”. L’espressione è onomatopeica ed esprime fin dal suono il ringhio di rabbia che sale dal profondo in cerca di uno sfogo. Ecco allora che in USA, faro dei costumi della Rete, sono sorti numerosi i “gripe sites”, siti web dove chiunque può postare, dietro l’anonimo o un’identità farlocca, contumelie, lamentele, maledizioni e sfoghi contro chi, indicato con cognome e nome, gli provochi un guasto dell’umore. Alcuni apparentano queste azioni al “roof shouting”, il gesto di salire sopra un tetto a gridare la propria rabbia al mondo sottostante, ma la faccenda è assai meno romantica. Intanto chi sale in cima a un tetto finisce con l’esporre se stesso, in primo luogo, come un qualunque Don Chisciotte che stia affidando le parole al vento. Chi invece che con due tocchi di tastiera sputtana chi gli pare equivale a chi tempesta di missive anonime il quartiere. Anzi peggio, perché mentre la carta da lettere finisce in gran parte nel cestino, l’insulto piazzato dentro un sito si riproduce senza fine sia ad opera di chi lo condivide sia per il modo in cui “ragionano” gli algoritmi dei motori di ricerca che, quando fiutano un insulto lo arricchiscono di sottolineature che ne aumentano l’afrore affinché cresca anche l’andirivieni degli utenti. Unico faro che guida i meccanismi di business della Rete. Sta di fatto che, se finite sotto mira di un gripe site, in pochi passi il vostro nome vien distrutto.

A meno che non s’offra sollecito un “ripulitore”, esperto d’informatica e di web che riesca a cancellare, a pagamento, almeno il grosso della materia calunniosa racchiusa dentro i server. Ovviamente chi s’offre a ripulire spesso è il medesimo che ha attivato la calunnia, secondo lo schema di Chaplin vetraio, che confidava nel Monello che tirava sassi alle finestre per procurargli fatturato.

L’inchiesta del New York Times

La faccenda è venuta a galla grazie all’astuto esperimento di un reporter del New York Times che ha avuto il coraggio di scrivere un post calunnioso su se stesso (senza peraltro esagerare, giacché si dava semplicemente del “buono a nulla”) e piazzarlo su cinque di quei siti, marcandolo per ognuno con un codice (watermark) segreto. Poi ha scritto un algoritmo per dragare in Rete l’attività di una dozzina di gripe site, compresi quelli in cui aveva inserito il post, ricavando circa 150.000 messaggi indirizzati contro 47.000 individui, lui compreso. Ultimo passo, con l’aiuto di un web crawler, un programmino facilmente disponibile per navigare automaticamente nella Rete, ha chiesto a Google e Bing qi risultati legati ai nomi dei 47.000 tapini sotto attacco.

Qui si è palesata la dimensione del disastro. Mentre, infatti, se googlate il vostro nome il motore di ricerca vi mostra per prime una decina di risposte su aspetti vari della vostra esistenza registrata in Rete, per i 47.000 triturati dai gripe site le prime dieci risposte erano tutte relative ai contenuti calunniosi, e se fra loro ci fosse stato un Nobel la relativa notazione sarebbe finita dispersa nelle pagine di risposte successive. In sostanza, la “web reputation” era distrutta. Cosa non da poco dato che oggi è proprio da lì (chi non lo ha fatto alzi la mano) che si comincia per cercare informazioni dovendo rilasciare un mutuo, affittare un appartamento, assumere qualcuno e perfino per accettare un primo approccio al lume di candela.

il reporter del New York Times, mano a mano che il suo nome veniva sputtanato sui gripe site e dagli algoritmi di Google e Bing, notava che ai post si accompagnavano avvisi pubblicitari di “ditte” capaci di ripulire il web di quella roba.

Seguendo il filo degli insulti si è in tal modo palesato un Nuovo Mondo di competenze e di valori, impegnate vuoi a fare il danno che a porvi rimedio. A dimostrazione che l’informatica da un lato disintermedia e fa crollare interi mondi di mestieri; dall’altro è fertile di intermediazioni nuove, radicate nei meccanismi stessi della Rete, tra cui la “slander industry”, la diffamazione fatta impresa, che ovviamente ben s’attaglia all’istinto criminale. Quelli del mestiere preferiscono chiamarlo “complaint business” (far soldi coi lamenti). Questo è il campo in cui si colloca Mr Sullivan, giovanottone di Portland (Oregon) un tempo porto malfamato sul Pacifico e oggi luogo di cultura e innovazione, che, non potendo esprimersi nei loschi traffici grazie ai quali il porto s’era reso celebre, è ricorso a strumenti più aggiornati prima ricattando una signora (e associandosi per qualche tempo alla galera) e poi divenendo, con un sito proprio, spacciatore delle diffamazioni altrui. Contemporaneamente s’ propone (al costo di $699,99) come ripulitore di quegli informatici escrementi sapendo come intervenire sui post diffamatori per renderli invisibili agli algoritmi dei motori di ricerca;. Oppure, con approccio meno tecnologico, mettendo in contatto diffamante e diffamato perché s’accordino sul pizzo pagato il quale il post diffamatorio è cancellato. In altro caso si è constatato che due vicini di casa, Ms. Gossler e Mr. Breitentstein, s’erano divisi i ruoli, l’uno diffamando e l’altro offrendo, per $750, il salvamento. Tanto per dimostrare che la materialissima complicità di condominio è una valida risorsa anche per fecondare i “territori” immateriali della Rete.

L’Italia non è da meno

Esistono, ci siamo chiesti, anche in Italia analoghe e fiorenti imprese di informatico ricatto? Gripe site nostrani non ne conosciamo, ma potrebbe trattarsi del solito ritardo con cui da noi prendono forma le pratiche informatiche degli USA. A meno che ai nostri criminali basti e avanzi il business delle “recensioni” di ristoranti, alberghi e affittacamere che sono i più vulnerabili a chi li prende di mira e li diffama. Quel che è certo è che le recensioni non nascono solo da quelli come noi che hanno apprezzato una cena o un soggiorno. Esistono infatti siti dove puoi acquistare pacchetti numerose di recensioni, comunque taroccate anche se fossdero poisitive perché non nascerebbero dalla clientela ma dall’oste che loda il proprio vino. Il servizio comprende l’immissione in Rete attraverso identità informatiche molteplici perché se il mittente fosse uno solo il sospetto sarebbe inevitabile e l’algoritmo di guardia prontamente stopperebbe tutto il traffico.

La morale del racconto è che il falso si insinua sempre dove c’è una fiducia da sfruttare. In questo caso quella dei navigatori frettolosi e di chi tende a prendere per vera qualsiasi cosa purché sia stampata, non importa se sulla carta o sullo schermo.

da "DOMANI" del 14 maggio 2021
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