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  • La bellezzadi Paola Bucciarelli - Dall’antichità ad oggi, l’uomo si è sempre interrogato sull’idea di bello. La bellezza è una delle cifre che hanno caratterizzato tutte le società e, di conseguenza, le culture del mondo.

    Potremmo costruire, anzi è stato già fatto, una storia del mondo a partire da una storia della bellezza. Potremmo, attraverso questo concetto, osservare come sia cambiato attraverso i secoli e come siano evoluti, sviluppati, i diversi popoli. Potremmo accorgerci che la bellezza non è mai stata semplicemente legata all’arte, ma anche alla natura, ai fiori, alle piante, agli animali, agli astri, al divino.
    Insomma la bellezza ha da sempre mille espressioni, sta agli uomini saperle cogliere.

    Gli uomini riescono a cogliere la bellezza quando è parte della loro identità. L’identità degli uomini passa per la storia che la forma e la plasma. Uno studio sempre più superficiale della storia rischia,dunque, di intaccare sempre più pericolosamente le radici del nostro Paese e della nostra cultura.

    La storia, invece, ci aiuta a comprendere e a mettere in relazione cose diverse. Marginalizzandola si diventa schiavi inconsapevoli. La storia invece diventa un potente mezzo per sfuggire a quell’eterno presente che schiaccia le persone in un’attualità ossessivamente pervasiva, dove esiste solo ed esclusivamente il tempo presente, l’attimo, l’istante, si dimentica il passato e non si pensa al futuro.
    L’incertezza dell’esistenza che caratterizza l’uomo contemporaneo fa si che questi si senta sciolto da ogni vincolo e legame, stando al mondo senza un progetto.
    Lo studio della storia e’ quindi necessario per la comprensione delle proprie radici, dei nostri errori, delle nostre opinioni, del nostro progetto. La storia come verifica delle nostre posizioni. Pertanto, dimenticare il passato, prima ancora che portarci a prendere decisioni sbagliate e a ripetere errori passati, ci fa dimenticare noi stessi, chi siamo, qual è la nostra identità.
    La storia, però, ci aiuta non solo a comprendere il presente ma allo stesso tempo a delineare la strada verso il futuro.

    Oggi, insieme al passato, gli studenti ci chiedono di studiare il futuro.
    Ragazze e ragazzi ci pongono domande legittime alle quali nessuno sa dare risposte certe. Questa è la sfida che attende e, sempre di più attenderà, i docenti.

    I docenti per primi devono mettersi a studiare per provare a capire come si può affrontare insieme la questione dei cambiamenti climatici: con quali strumenti e consultando quali materiali, utilizzando quali saperi e con quale metodo di ricerca.
    Non basta solo il ricorso alle discipline scientifiche, perché in ballo ci sono i nostri comportamenti, dunque il nostro immaginario, insieme al necessario confronto tra opinioni diverse. Dovremo dunque interrogarci sull’etica, praticare il dialogo, incrociare la filosofia.
    Un’ottima occasione, dunque, per metterci in gioco davvero e discutere, con dati alla mano, se lo sviluppo sostenibile sia solo un ossimoro e cosa intenda fare chi parla di green new deal.

    Nelle manifestazioni denominate “friday for future” sono apparsi cartelli che sintetizzavano in maniera sublime l’indirizzo a cui tutti dobbiamo tendere: "- EGO + ECO".
    Decenni di individualismo di massa sfrenato comportano, per contrastarlo, cambiamenti profondi. Trent’anni fa Alexander Langer propose il tema della conversione ecologica, evocando una trasformazione che doveva intrecciare la necessaria riconversione energetica, agricola, urbanistica e industriale con una più profonda trasformazione delle nostre relazioni con la natura, il pianeta e l’iniqua distribuzione delle ricchezze. Nel cercare di individuare un’etica all’altezza di una sfida ecologica che sentiva ineludibile, proponeva di riprendere la morale kantiana così formulata: ciascuno di noi dovrebbe limitare il suo consumo di risorse ed energia, adeguandolo alla possibilità che i sei miliardi di abitanti del pianeta possano consumare altrettanto. Siamo arrivati a essere oltre 7,7 miliardi noi inquilini della Terra e calcolare quali cambiamenti nei consumi e nel nostro stile di vita comporterebbe il prendere sul serio quella morale potrebbe costituire un ottimo esercizio per avvicinare al nostro sentire le condizioni di vita materiali di miliardi di nostri coinquilini, comprendendo che già oggi, oltre la metà delle migrazioni forzate di intere popolazioni, sono dovute a fattori climatici e ambientali.

    Per cambiare, però, abbiamo bisogno non solo di scienza e statistica, ma anche di simboli e immaginario, dunque di arte e potremmo ricordare le profetiche parole dal dottor Astrov nello zio Vania, di Anton Čecov : “Le foreste si fanno sempre più rade, i fiumi si seccano, la selvaggina si è estinta, il clima è guastato, e di giorno in giorno la terra diventa sempre più povera e più brutta. Tu mi guardi con ironia (…) ma quando passo vicino alle foreste contadine che ho salvato dal taglio fraudolento, quando sento stormire la mia giovane foresta piantata dalle mie mani, io mi accorgo che il clima è un poco anche in mio potere e che se fra mille anni l’uomo sarà felice, ne avrò un poco anch’io il merito.”

     

     

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  • Roberti 8 mindi Errico Rosa* -  Incontro il giovane pittore Enrico Roberti nei locali espositivi della villa comunale di Frosinone in occasione della sua prima mostra personale di arte visiva, a cura di Alfio Borghese, intitolata “Architetture: simmetrie dell’ordine morale” ed inaugurata 19 novembre u.s..
    Egli approda al mondo dell’arte dopo aver maturato esperienze nel settore della cinematografia e della fotografia da cui attinge apporti significativi. Non nasconde un certo orgoglio nell’espormi i suoi lavori che si articolano su un doppio livello tematico: geometrico-architettonico da un lato, figurativo dall’altro.

    In pochi cenni dimostra di apprezzare l’arte, amandola di un amore clandestino quasi pudico e mai ostentato. I suoi lavori sono il prodotto di un processo lento e costante, esito di una incubazione meditata e continuamente verificata da processi sperimentali precisi ed attenti.Roberti vert 350 min

    L’uso di materiali di recupero come supporto alle sue opere divengono elemento di ispirazione ed evidenziano sensibilità alle problematiche ambientali.

    Rimango immediatamente colpito dai coloratissimi pannelli dello skyline metropolitano di fantasia, immagini inusuali di spazi solitari e improbabili edifici. Figurazioni senza tempo che sembrano attingere dal repertorio architettonico decostruttivista, narrato da scomposte e disarticolate strutture edilizie. Le rese prospettiche si caricano di suggestioni scenografiche ideali per dialogare con ipotetiche coreografie teatrali.

    Suggestive risultano le rotazioni delle inquadrature che segnano sul piano dinamiche diagonali di assi stradali. Cieli puntinati di sfondo trovano sostanza tra le cime dei grattaceli e le forti prospettive a punto centrale si ergono staccandosi velocemente dal piano bidimensionale verso il fruitore.

    Le tessiture edilizie restituiscono intrecci di volumi le cui tarsie policrome compongono assonanti combinazioni cromatiche. Colori primari e secondari stesi in maniera uniforme enfatizzano ogni aspetto irreale ed onirico con qualche digressione metafisica. Dipinti che costruiscono suggestioni di panorami talvolta inquietanti nei quali spicca l’assenza dell’umano e il magnetismo dell’abbandono urbano è esso stesso traccia di una ricerca dell’infinito da pare dell’autore.

    Come per compensare questa desolante assenza di umanità - pur nella colorata e geometrica dinamica urbanistica - nell’altra tematica trattata i colori delle composizioni relative a figure, volti e corpi trasmettono un profondo turbamento che tradiscono un intimo ed inquietante dualismo. Le acerbe rese figurative monotonali accentuano drammaticamente il senso del lugubre e lasciano margini di crescita maturativa.

    *architetto e docente di Storia dell’arte

     

     

     

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