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Rita Pelusio, un concentrato di genialità

Serena Galella presenta e intervista Rita Pelusio   (link e video di corredo*)

RitaNeutra RitaPelusio 390 mindi Serena Galella - Vi presento un’artista da sempre combattiva e attenta alla questione femminile, durante il suo percorso teatrale.
Vanta la partecipazione allo spettacolo tratto dal testo di Serena Dandini e Maura Misiti “Ferite a morte”, assieme a Lella Costa, Orsetta de Rossi e Giorgia Cardaci, un testo creato dalle autrici attingendo a fatti veri, morti annunciate, che riempiono quasi quotidianamente le tristi cronache delle testate giornalistiche del nostro paese.
Attrici di tutto rispetto nel panorama artistico femminile italiano, donne altrettanto impegnate e artiste di grande talento hanno fatto risuonare le voci di altre donne, vivere le loro storie fatte di ferite, restituito un corpo a chi l’ha perso per mano di chi diceva di amarle.

 

Conosco Rita da circa 30 anni, anni in cui ci incrociavamo nei vari festival dedicati allo spettacolo di strada. Improvvisamente a Certaldo (Festival “Mercantia” 2003) arriva la piccola Pelusio e ci lascia tutti a bocca aperta!
Finalmente uno spettacolo con una drammaturgia, scritto da lei, che ne era l’interprete e l’attrice unica in un monologo, “Suonata”, che dalla strada l’ha portata a varcare i teatri e le TV nazionali.
La strada come scelta e mezzo per arrivare a realizzare il suo obiettivo: fare satira politica impegnata tramite l’arte della comicità e dell’ironia. E quale miglior palcoscenico se non quello che permette il contatto diretto con il pubblico? Rita ce l’aveva fatta.

Rita Pelusio è una formatrice teatrale, da anni organizza corsi di clownerie dove la comicità è il tramite per far passare messaggi che spesso hanno a che fare con la politica. E’ un’attrice, una regista, scrive, disegna, suona… insomma, come spesso accade con gli attori, i talenti sono molteplici e concentrati, specie nel suo caso (siamo entrambe piccoline e minute, ma lei ha l’energia di un tappo di champagne pronto ad esplodere).
Da sempre Rita ha fatto convivere nel suo lavoro ironia e impegno politico e per questo è stata protagonista di iniziative volte a dare voce anche agli invisibili, che oggi sono proprio gli artisti e chi lavora nel mondo dello spettacolo e dietro le quinte, ma che svolge un ruolo fondamentale, senza il quale nulla prenderebbe forma. Costumisti, scenografi, truccatori, fonici, tecnici delle luci, commediografi, sceneggiatori, registi, e via dicendo.
Attualmente è impegnata nell’organizzazione delle manifestazioni e delle attività del settore. Gli artisti scendono in piazza per ricordare la loro esistenza, della quale non importa nulla a nessuno, definita inutile perché considerata non indispensabile.
Come se non fosse indispensabile respirare.

Un altro coordinamento appassiona Rita da anni, i “Saltimbanchi senza Frontiere” a sostegno dei migranti, dove si portano spettacoli nei loro “luoghi”, per ribadire il valore dell’incontro e la necessità di conoscere e accogliere.

A Claviere nel valico del Monginevro nel 2018 e a Ventimiglia nel 2019, i “Saltimbanchi senza Frontiere” hanno varcato il confine.
Queste due azioni, politiche e poetiche, vedono la partecipazione di oltre 300 artisti da ogni parte d’Italia e d’Europa in appoggio a “Mediterranea” e la Pelusio, come sempre, è in prima linea.

Per tanti l’arte è il respiro, un respiro che ci fa sentire vivi anche in questa miseria nella quale molti hanno sempre galleggiato e nella quale sono tutti sprofondati irrimediabilmente in questo momento.

Con Rita, agli esordi del suo successo mediatico, ho partecipato al più interessante degli spettacoli teatrali proposti in quegli anni nel circuito del teatro di strada e di piazza. Uno spettacolo con dimensioni inusuali per i festival italiani. A causa dei limitati guadagni delle compagnie di teatro e musica di strada il trio è il numero massimo di partecipanti e spesso le compagnie sono piccole aziende familiari, con al massimo cinque partecipanti tra genitori e figli.
Una vera sfida, quindi, quella messa in piedi dal collettivo di donne, tredici meravigliose figure tra le “veterane” del teatro di strada italiano, da nord a sud, da Milano a Formia. Una banda musicale composta da attrici e musiciste, che attraverso uno spettacolo itinerante e dissacrante, raccontava uno spaccato femminile legato ai vari aspetti del rapporto uomo-donna e parlava apertamente di morte, come soluzione, ma in controtendenza.

Il corteo funebre de “Le Vedove Allegre S.r.l”, una compagnia senza responsabilità limitata, sfilava con tanto di carretto e bara spinto dalle note della “Funeral march” di Wynton Marsalis e si spostava da una piazza all’altra. Durante le soste snocciolava le storie di queste incredibili donne e di come fosse avvenuta la fortunosa scomparsa dei propri mariti.
I racconti erano “conditi” con numeri di acrobatica aerea, trampoli, giocoleria, fuoco e tutti gli artifici tipici delle arti di strada, accompagnati dal coro vedovile e dalla musica originale e non, suonata rigorosamente dal vivo dalle tredici attrici coinvolte.
Rita cantava un suo pezzo, dove faceva ironia sugli eventi più tristemente ridicoli della politica nostrana, una canzoncina irriverente e apparentemente innocua, che ripartiva mazzate a destra e a sinistra, in linea con la par condicio e il bon ton. Perché vedove sì, ma con stile!

 

Le vedovelle 600 min

L’idea dello spettacolo era stata proprio lei a proporla al gruppo, costola femminile della fantastica ed irripetibile Banda degli Artisti di Strada, la “Frakasso Orkestra”, che si riuniva una volta al mese per studiare musica, e divertirsi un paio di giorni insieme durante i mesi invernali. Tutti attempati per iniziare a suonare uno strumento, ma di buona volontà per superare gli ostacoli.
Quest’esperienza “vedovile” è durata per circa sei memorabili anni, nei quali sono nati nove bambini, abbiamo rappresentato uno spettacolo diverso ad ogni uscita (per via delle sostituzioni mamme), abbiamo intrapreso un rocambolesco viaggio in Spagna partecipando al festival “Fira de Tarrega” e ad altri appuntamenti carnevaleschi e non solo. Malgrado il numero elevato di “femmine toste”, tante e con famiglia al seguito, abbiamo partecipato a tanti festival italiani e, a malincuore, decretato la chiusura inevitabile di un progetto che non poteva più auto sostenersi.

Sono certa che appena pensiamo alle Vedove Allegre, sentiamo lo stesso sentimento di nostalgia e ilarità, che ci piega verso l’alto gli angoli nelle labbra, in un inevitabile sorriso. E sono anche certa che capita ad ognuna di noi.

Ho chiesto a Rita Pelusio di rispondere ad alcune domande sullo stato attuale dell’arte e degli artisti.

 

Ecco l'intervista

Rita cosa stavi facendo, o avevi in progetto di fare, prima dello scoppio della pandemia?

«Ero in teatro da un mese a lavorare ad un nuovo sogno, “Papageno e Papagena!” liberamente tratto da “Il Flauto magico” di Mozart, in versione clown contemporaneo e musicale, con tutte le arie liriche arrangiate e coreografate insieme alla COMPAGNIA TRIOCHE.
Ne curavo la drammaturgia e la regia coadiuvata da Anna Marcato .
“Papageno e Papagena!” doveva debuttare proprio il 23 febbraio, ma a due ore dal “chi è di scena” sono arrivati i messi comunali, ci hanno avvisato che non avrebbero fatto entrare nessuno e hanno bloccato le porte.
Abbiamo fatto un debutto a porte chiuse solo per chi era già dentro perché amico o addetto ai lavori, abbiamo girato in fretta un video per aver memoria dello spettacolo. Poi ci siamo abbracciati, abbiamo caricato i furgoni e lasciato il teatro, con una tristezza infinita perché avevamo capito che non ci saremmo tornati per lungo tempo.
Un’altra produzione “Toponomastica” è stata bloccata pochi giorni dopo, perché a distanza di due settimane hanno chiuso tutto, anche gli spazi prove.»

Scioccante! E adesso?

«Dal 23 febbraio ci sono volute due settimane per rendersi conto che ci trovavamo davanti ad una catastrofe sanitaria, economica e soprattutto sociale.
Ho sentito l’esigenza di unirmi ad altre colleghe e colleghi, abbiamo creato un coordinamento regionale che unisce lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che si riconoscono negli art. 4, 9 e 33 della Costituzione Italiana, con l’obiettivo comune di affermare la cultura etica del lavoro, nei suoi doveri e nei suoi diritti.
Abbiamo iniziato a creare tavoli di studio di ricerca, pensato a soluzioni ma soprattutto cercato di utilizzare questo momento per mettere a nudo tutte le criticità di questo -sistema spettacolo- che vacillava già prima del Covid-19.
In tre mesi ci siamo poi uniti a tutti gli altri coordinamenti, con ore e ore di assemblee da remoto, confrontandoci sui punti salienti che avrebbero accomunato tutti fino ad arrivare a redigere un “DOCUMENTO EMERGENZA” nel quale abbiamo chiesto un reddito di continuità per l’intero comparto spettacolo, che possa sostenere la ripartenza che al momento non è per tutti i soggetti e per chiedere un tavolo di confronto con le istituzioni e tutte le parti sociali.
Il 30 maggio siamo scesi in piazza in tutti i capoluoghi di regione ed è stato molto emozionante rivedersi tutti dal vivo dopo tre mesi di confronto unicamente sul web.
Penso che si stia vivendo una fase storica, e dobbiamo essere consapevoli che il cambiamento è iniziato perché per la prima volta siamo tutte e tutti uniti, ma che il percorso per arrivare ad una vera riforma del settore sarà lunghissimo.
A seguito dei silenzi da parte delle istituzioni il 15 giungo siamo scesi nuovamente in piazza per l’inaugurazione della TRIENNALE di Milano. Era atteso il ministro Dario Franceschini che, ovviamente, ha disdetto all’ultimo. Ma questo non ha impedito di esprimere i nostri pensieri e creare un importante dialogo con il comune di Milano, con Ass. Filippo Del Corno e con il Sindaco Giuseppe Sala.
Questo impegno e dedizione per il coordinamento ovviamente mi ha sospeso dall’arte e dalla creazione, ma penso che questo sia un atto non solo politico ma in parte anche poetico e necessario. Ripensare al teatro come al bene comune, è un omaggio al pubblico e alla vita stessa.»

Conoscendoti… progetti futuri?

«E’ difficile al momento progettare, anche perché occorre innanzi tutto portare a termine i lavori iniziati precedentemente e alcuni di questi non sono ovviamente stati creati con il distanziamento.
Iniziamo solo adesso a rincontrarci con il nostro collettivo di produzione e ci stiamo interrogando su come procedere.
La sensazione è anche quella che tutto ciò che era in creazione prima del Covid-19 ora ci risulta estraneo, lontano, come un ricordo.
Occorre quindi pensare anche ad un riavvicinamento al palco, al pubblico, e occorre ripensarsi.
Il lavoro comico ed il lavoro in clown partono proprio dalla fragilità, che sia dell’essere umano o che sia del sistema, e da lì creano una sorta di lente d’ingrandimento per far vedere al pubblico le contraddizioni che ci animano.
Penso di dovermi prendere il tempo giusto per ascoltare la mia fragilità, e il mio senso di smarrimento e da lì ricominciare. Perché non è vero che ci siamo semplicemente sospesi, ho la consapevolezza che indietro non si torna e vorrei salire sul palco dandomi la possibilità di trovare una nuova forma comica.»

Come hai iniziato e qual è stato il tuo percorso?

«Ho iniziato studiando per formarmi come attrice di prosa, ma poi ho intrapreso il percorso di studi sul metodo di J. Lecoq e da lì il mio modo di intendere il teatro è cambiato. Ho iniziato a cercare percorsi di studio più innovativi rispetto alle accademie, ho avuto fortuna perché ho incontrato dei maestri preziosi che mi hanno fatto sempre cercare altro da quello che conoscevo.
Ho intrapreso un lavoro approfondito di teatro fisico, dove la parola non è sempre necessaria.
Ho conosciuto il linguaggio del clown contemporaneo e da lì ho iniziato a sperimentare un “mestiere comico” contaminato.
Così unendo i contenuti all’ironia, la poetica all’urgenza è nato il mio modo di creare che ora molti definiscono “comico civile”.
Ogni mio spettacolo nasce dall’osservazione della realtà, nelle sue criticità e contraddizioni, una volta sul palco cerco di trasmettere al pubblico non solo un risultato o una sintesi, ma tutto l’amore che contiene il processo per arrivarci.
Lo spettacolo “Urlando Furiosa” che è l’ultimo dei miei lavori racconta perfettamente cosa passa nella testa di un’artista quando non riesce ad esprimere ciò che prova.
Quando manca il perché andare in scena e quando non si sa più per cosa tornare a combattere.»

Cosa significa “donna” nel mondo dello spettacolo? Avendo cominciato dalla strada, quale la differenza?

“Ancora oggi per le donne è complesso anche il mondo del teatro. C’è una disparità di ruoli maschili rispetto ai ruoli femminili, perché spesso vengono portati in scena testi classici dove, ovviamente, le parti erano dedicate agli uomini. Per questo è necessario sempre di più integrare, ai classici, testi di drammaturgia contemporanea, anche se a volte non basta.
Per non parlare del comico. Il luogo comune che senti spesso ripetere è “le donne non fanno ridere” che io trovo aberrante tanto quanto quello “gli uomini non trovano i calzini”.
Spesso i luoghi comuni si impossessano del pensiero collettivo e quindi diventa discriminatorio anche il palcoscenico.
Ho scelto l’indipendenza e l’originalità dei testi proprio spinta da una voglia di portare in scena il femminile in molte sfaccettature.
In “Eva diario di una costola” parlo del valore della disobbedienza delle donne, in “Appunti G” parliamo della sessualità e del degrado interpretativo in cui ancora oggi ci troviamo.
Ho avuto la fortuna di lavorare con Serena Dandini sia in radio che in tv e anche in teatro con “Ferite a Morte” uno spettacolo contro il femminicidio. Ho imparato moltissimo da lei, le devo la portanza di una battaglia che non è ancora finita, ma che stiamo ad oggi combattendo.”

A cosa devi il tuo modo di fare arte?

«Agli studi, alle scoperte, agli incontri, alle intuizioni, agli amici e colleghi con i quali ho sempre cercato di confrontarmi. Più si è diversi più si cresce, perché si apprendono altri linguaggi mai praticati. Ma molto di ciò che porto in scena lo devo alla Strada.
Nascere come Artista di strada è stato un battesimo di vita, un’educazione all’ascolto totale del pubblico. L’empatia che impari a praticare in strada vale più di mille scuole o accademie. La strada ti insegna il rispetto per la tua professione, ti insegna ad essere tenace, ti pone davanti ai tuoi limiti e ti insegna a trasformarli e a regalarti agli spettatori che si fermano a guardare solo se sentono che qualcosa appartiene anche a loro.
Per questo amo il teatro nello spazio pubblico, perché è un teatro che non si deve assoggettare alle logiche di mercato e non elemosina nulla.
Vive nel momento stesso in cui esci di casa.»

Ringrazio Rita, felice per il tempo che ha voluto dedicare a quest’intervista, in un momento così impegnativo e particolare, e per l’importanza del suo agire, come donna e artista.
Curiosate e aprite ogni link che ho inserito, ne vale la pena.

 

Link promo Le Vedove Allegre: https://youtu.be/8f8Ky1xvPMs

due player

 

 

 

Le foto della raccolta che segue, selezionate dall'autrice, sono di Laila Pozzo; clicca sul link che segue  RITA PELUSIO un concentrato di genialità

Cliccate su ogni singola immagine per leggerne la didascalia

 

Link di approfondimento

Notte bianca a Sanremo: https://youtu.be/N5ZF0UChccQ

Video Rita alla TV delle ragazze di Serena Dandini: https://youtu.be/oARNMtPiGOU

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/15/milano-i-lavoratori-dello-spettacolo-contestano-il-ministro-franceschini-e-una-falsa-ripartenza-molti-di-noi-non-potranno-tornare-in-scena/5836040/

https://www.rainews.it/tgr/lombardia/notiziari/index.html?/tgr/rainews.html

https://www.milanotoday.it/video/fransceschini-contestato.html

Sito Ufficiale: https://www.ritapelusio.it/new/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pelusiorita/
Video per Franceschini “La Banalità di questo male”: https://www.facebook.com/rita.pelusio/videos/10223652292921344/UzpfSTQ0ODI1NDU3NTI0MDMzOToyODcxOTk4MDYyODY1OTY2/

 

 

 

 

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