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Storia. A Paliano il PSI nasce nel 1920

  • Scritto da  Roberto Salvatori

Nasce la Sezione del PSI a Paliano

GiovanniSchifalacqua 300 minA Paliano fu il ventunenne Giovanni Battista Schifalacqua a fondare, nell'aprile del 1920, la sezione del PSI terzinternazionalista, che alla fine di quell'anno, con lui segretario politico, contava una trentina di iscritti: Augusto Adiutori, Andrea Albanesi, Stanislao Alveti, Natale Caporilli, Alfredo Carabella, Andrea Carabella, Giovanni Carabella, Giuseppe Cicchetti, Giovanni Cicini, Pio Colazingari, Giovanni Collalto, Luca Coltellacci, Andrea Damiani, Luigi Damizia, Giacomo D'Aquino, Francesco Di Lolli, Emilio Delfini, Antonio Felicetti, Enrico Giannetti, Gaetano Giannetti, Attilio Giffeni, Francesco La Favia, Guido Malmignati, Emilio Marielli, Luigi Paravani, Emidio Proietti, Lorenzo Proietti, Edoardo Romagnoli, Giovanni Romani, Giovanni Rosina, Filippo Schifalacqua, Andrea Timperi e Giovanni Battista Turella.
Nella domanda d'iscrizione, che restava in archivio, era allegato il programma del PSI che veniva consegnato al socio assieme alla tessera del partito
Ma chi era questo giovane intellettuale borghese, attivo e volenteroso? Nato a Paliano l'8 settembre 1899,

Giovanni Battista (Giovannino) proveniva da un'antica e agiata famiglia. Suo padre Marcello (1842-1921) fedele suddito papalino, era un farmacista che alla fine del 1870 giurò fedeltà alla monarchia sabauda, arruolandosi poco dopo nella Guardia Nazionale. Però tra le sue carte conservava anche una copia del giornale repubblicano Il Lampo . Nell'Italia umbertina Marcello fu consigliere comunale e delegato scolastico mandamentale, mentre dal 1901 al 1912, come  esperto in materia, diresse la Banda musicale. Inoltre, fu insignito del titolo di Ufficiale della Corona d'Italia. La madre Luisa Scacciotti (deceduta nel 1907) era figlia del liberale Gaspare, caffettiere, patriota risorgimentale, già difensore della Repubblica Romana e sindaco di Paliano dal 1877 al 1883. Nel settembre 1919 a Livorno, ufficiale di complemento nel 3° reggimento bersaglieri, Giovanni Battista Schifalacqua - già schierato politicamente - in due righe scritte sul verso di una cartolina illustrata, chiedeva al fratello Peppino: «Che di nuovo? La piattaforma? Turati? Elio? Lolio?». Molto probabilmente si riferiva all'imminente congresso del Partito socialista che si sarebbe svolto a Bologna dal 5 all'8 ottobre di quell'anno. A cosa facciano riferimento i due nomi [?] seguenti non lo so.

Terminata la gestione commissariale, il 31 ottobre 1920 si votò a Paliano per il rinnovo dell'amministrazione comunale. Il sistema elettorale vigente era il maggioritario, tale da  indirizzare i vari partiti in senso bipolare: da una parte liberali, nazionalisti, popolari e fascisti, dall'altra socialisti, repubblicani e liste indipendenti. Il collegio unico delle comunali avrebbe favorito larghe intese politiche e creato maggioranze consiliari formalmente apartitiche, elette essenzialmente sui voti di preferenza individuali, cosicché in ogni comune - Paliano compreso - le coalizioni si organizzarono in liste di fatto. In preparazione della campagna elettorale, il 6 settembre si riunì presso la CdL di Frosinone il comitato circondariale socialista per procedere all'elezione dei rappresentanti delle varie sezioni all'interno dello stesso, nonché alla nomina dei candidati per le liste comunali e provinciali. Per il Comune di Paliano venne eletto Andrea Carabella, mentre alle provinciali, per il mandamento di Paliano-Serrone-Piglio-Acuto, venne indicato Giambattista Schifalacqua. Il risultato elettorale però registrò una clamorosa inversione di tendenza, perché il blocco popolari-nazionalisti-liberali, con circa 250 voti, vinse le elezioni conquistando la maggioranza e spedendo il PSI - penalizzato dal forte astensionismo - all'opposizione. I consiglieri socialisti eletti furono Alfredo Carabella, Lorenzo Proietti, Filippo Schifalacqua, Giovanni Cicini e  Guido Malmignati (gli ultimi due passeranno coi fascisti). Alle provinciali del circondario di Frosinone Schifalacqua, pur ottenendo un buon risultato (944 preferenze) fu battuto dal candidato dei popolari, l'agrario Ettore Pizzirani (1.649 preferenze) su cui fascisti e nazionalisti fecero convergere i loro voti . Ma anche l'amministrazione di centrodestra, squassata da contrasti, litigi, denunce e controdenunce, finì come quella precedente. E di nuovo la Prefettura inviò un commissario prefettizio a gestire la situazione.

Laureatosi in giurisprudenza nel luglio del 1921, iscritto all'albo dei procuratori a settembre e all'albo degli avvocati il 26 gennaio '22, Schifalacqua venne assunto come collaboratore dall'avvocato Giulio Volpi - rieletto in Parlamento - per cui dovette risiedere stabilmente a Roma, in via Paolo Emilio n. 38, nel quartiere Prati. Toccò quindi al fratello Giuseppe (Peppino) la responsabilità politico-amministrativa della sezione socialista e di quella della Lega [4]. Peraltro, in quanto minorenne, Giuseppe non era neanche iscritto al partito, ma l'impegno che dovette assumersi, come racconterà anni dopo, fu «un compito ingrato, non potendo contare su un minimo apporto degli iscritti alle due organizzazioni, tutti contadini e quasi tutti analfabeti, che avevano solo la virtù di tacere e di rimettersi alle decisioni della segretaria». Nel frattempo, Giovanni Battista trovò anche il tempo per una (brevissima) collaborazione con il primo ed unico giornale indipendente pubblicato a Paliano nell'ottobre del 1921: Jo Spressèglio, con sottotitolo: Dà 'na botta aglio cìrchio, una alla ôtte . Durante le lotte contadine, Schifalacqua patrocinò alcune vertenze e si schierò contro le affrancazioni, per questo venne chiamato a far parte di una commissione consiliare incaricata di studiare e di risolvere in termini legali la questione. Il 10 settembre 1922 venne inaugurata la sezione del Fascio di combattimento di Paliano e per garantire il servizio d'0rdine, il sottoprefetto inviò cinquanta carabinieri agli ordini del tenente Asta e del vicecommissario di PS Caccavale, i quali si presentarono in casa di Schifalacqua avvertendolo di non uscire perché non avrebbero potuto garantirgli l'incolumità. Il 6 novembre un gruppo di fascisti e nazionalisti irruppe nella sede della Lega-PSI devastandola. Nel rapporto che inviò al ministro dell'Interno, così il prefetto di Roma ridimensionò l'accaduto: «[...] sez. Fascista e Nazionalista previo accordo con dirigenti socialisti presero possesso guella [sic] Lega Contadini asportando quadro e incartamenti che bruciarono pubblica Piazza al suono d'inni patriottici» a dimostrazione della totale complicità e connivenza dello Stato con l'eversione e la violenza fascista. Nel 1924 Giovanni Battista, una parte della sezione di Paliano e tutti i socialisti del Frusinate già aderenti alla Terza Internazionale (dove militava anche l'avvocato Marzi) passarono in blocco al Partito comunista d'Italia, fondato a Livorno nel gennaio del 1921. Tra la fine di ottobre e i primi di novembre del 1926 i fascisti, oltre all'appartamento di Roma, gli devastarono la casa paterna in via Lepanto a Paliano, per cui dopo le minacce di morte ricevute e le percosse subite, anche l'ambiente paesano ormai non era più salutare per l'avvocato. Nel gennaio del 1927, fuggì nel Tirolo, da qui passò clandestinamente la frontiera austriaca e ai primi di febbraio raggiunse Parigi.

In un'intervista che rilasciò un anno prima della morte, così l'avvocato ricordava quegli anni: «[...] mi orientai verso le idee socialiste, mi documentai [...] leggendo molto le riviste [...] redatte da Gramsci e da Togliatti. Aderii quindi al socialismo quando ancora non era scisso in tre partiti [...] A Paliano c'era già, fin dal 1915, una lega dei contadini fondata durante le violenze e i disordini per la questione delle terre, ma di fatto non esisteva una sezione del partito socialista. Questa fu fondata da me verso l'aprile del 1920, dopo che ero stato congedato dall'esercito nel febbraio precedente [...] Vi faceva parte anche mio fratello, che però si manteneva neutrale, non partecipava ai comizi ecc. [...] La presa del potere di Mussolini [...] non sarebbe mai avvenuta se la monarchia non avesse ceduto [...] Nelle elezioni del '24 il PSI riportò a Paliano una grande vittoria, mi pare che prendesse 6-700 voti. Il partito popolare ebbe circa 400 voti. Anche il partito comunista, fino al '26 [...] avversò il fascismo a Paliano [...]» . In questa prima parte dell'intervista l'avvocato sorvolò su alcuni fatti che avrebbero determinato il prosieguo della sua maturazione e militanza politica, come ad es. il passaggio al PCd'I , nel 1924. Nelle ultime affermazioni invece, confuse le elezioni politiche del 1919 (quando il PSI prese 375 voti) con quelle del 1924, quando i socialisti a Paliano si presentarono spaccati, rimediando 37 voti i massimalisti e 7 voti i riformisti, mentre il Partito comunista ebbe 261 voti . E' strano che l'avvocato non abbia raccontato questo fatto, perché egli fu uno dei protagonisti principali della vicenda che portò i «terzini» (così erano chiamati i socialisti aderenti alla Terza Internazionale) a confluire nelle liste del Partito comunista di Gramsci e Bordiga. E' pur vero che dopo tanti anni non ricordare particolari della propria vita è comprensibile, ma quell'evento era politicamente troppo importante e credo che l'intervistato lo abbia volutamente tralasciato.

L'esilio a Parigi _ Il problema più importante che il fuoruscito palianese dovette risolvere durante la permanenza nella capitale francese, era come tirare avanti. Per questo ebbe l'idea di rivolgersi ai due capi del socialismo italiano: Pietro Nenni e Filippo Turati - anch'essi esuli in Francia - cercando (con qualche pretesa) di ottenere un impiego (possibilmente intellettuale) e nel contempo di essere partecipe delle iniziative politiche e culturali. L'8 marzo 1927 scrisse così al primo (dandogli del lei): «Egregio Nenni, mi permetto ancora di disturbarla solo in riflesso della grande, personale, amicizia che ho col collega Tullio Ascarelli il quale partendo dall'Italia, mi autorizzò a rivolgermi ai suoi amici. Sono a Parigi da un mese e non mi è assolutamente possibile trovare alcun lavoro. Lavoro s'intende non inerente alla mia professione di avvocato, che è impossibile qui esercitare, ma il più modesto e il più umile lavoro: una ripetizione di italiano, una traduzione, una  recensione di un libro francese, un'occupazione anche di commercio, un riassunto in francese di notizie statistiche e di articoli italiani, qualche cosa insomma, col più modesto dei compensi. Mio fratello dall'Italia anch'egli boicottato, vincitore di un concorso in magistratura, ma iniquamente non nominato dal gesuitello Rocco non può spedirmi che due o trecento lire [...] ogni mese, ed io ho finito quanto avevo portato con me, sopratutto per il soggiorno di un mese passato in Austria, ove dovetti attendere alla cura dei miei piedi congelati nel passaggio del Tirolo per aver dovuto, smarrito, pernottare una notte intera tra la neve. Se Lei, che ha più conoscenze e più referenze negli ambienti parigini, mi potrà occupare nel modo il più modesto, farà cosa gradita a me, e all'amico Ascarelli. E' superfluo che le  aggiunga che se invece di un lavoro intellettuale o semi, ce ne fosse uno manuale (commesso ed altro) io sarò lieto ugualmente di accettarlo. Le sarò grato di un cortese riscontro. Con saluti distinti il suo dev.mo Giovbatt Schifalacqua - Hotel Azur, 5 rue de Cadix. P.S. Se ha occasione di vedere Cianca che io non conosco personalmente potrà pregarlo, se può, di interessarsi alla mia richiesta di lavoro, a nome dei comuni amici Ponzio di San Sebastiano, del collega Cagiati Salvatore e del prof. Bracci Massimino. G.B.S.».

Il 9 giugno 1927 l'Ambasciata d'Italia segnalava al ministero dell'Interno la presenza a Parigi di Schifalacqua ad un comizio organizzato dal Comité de defense des victimes du fascisme. In una nota successiva, la stessa riferiva che Schifalacqua era noto in città dove, come avvocato, avrebbe difeso numerosi comunisti in cause penali. Inoltre, partecipava alle riunioni con altri esuli, si vedeva con esponenti politici e con Alberto Giannini, direttore del giornale satirico Il Becco giallo, ambienti dove si era infiltrato un informatore. Nel novembre 1927 costui riferì al capo divisione della polizia politica che «con chiunque ho parlato di lui [cioè Schifalacqua] si sono messi subito a ridere, perché è la burletta di tutti quanti per la sua minchionerìa» . Il mese dopo l'avvocato scrisse quattro lettere a Turati. La prima, datata 3 dicembre 1927, conteneva la proposta di tenere una conferenza sulla rivoluzione francese nei canti di Giosuè Carducci, lavoro che - scrisse - aveva preparato a suo tempo per l'Accademia forense di Roma e di cui ne aveva già parlato con Buffoni [14]. Richiesta reiterata otto giorni dopo. Il 18 dicembre, nella terza lettera, aveva allegato lo schema della sua eventuale conversazione, assicurando il leader socialista di essere in regola «sotto il rapporto politico e... di competenza». Nella quarta, datata 22 dicembre, Schifalacqua tenne a precisare che aveva già in mente di pubblicare il testo dell'eventuale conferenza, e che comunque glielo avrebbe fatto recapitare quanto prima. Poi cominciò ad ironizzare sul fatto di non avere il genio di Victor Hugo - come Turati probabilmente gli avrà fatto notare in una precedente risposta - e a commentare amaramente il suo stato di esule che gli faceva vivere «la vecchiaia nella giovinezza» .

 

estratto a cura di Angelino Loffredi. L'originale è sul blog dell' autore Roberto Salvatori http://centrostudisalvatori.blogspot.com

 

 

 

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