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Indagare, raccontare, dare voce al mondo del lavoro ed al disagio sociale che ci circonda

ilaria alpi edizioni beccogiallo 2003 350 260di Ignazio Mazzoli - Voglio esprimere il desiderio che l'informazione di questa provincia parlasse del Paese reale, di quello di cui si parla poco, e che si vede ancor meno. L'assenza dei temi del lavoro e delle lotte dei lavoratori dal sistema dei media è un dato di fatto, salvo rare ed encomiabili eccezioni.
Di certo è necessaria un'opera di denuncia, che deve essere più efficace e continua, contro l'oscuramento di questa realtà, che è poi l'oscuramento di milioni di persone. Nello stesso tempo, occorre indagare più a fondo intorno alle ragioni che inducono una distorsione complessiva del reale e l'assenza di una critica dell'esistente, fino a farci vivere in una sorta di realtà in maschera.

C'è un grande bisogno di un giornalismo veritiero, d'inchiesta, in grado di mettere a nudo la realtà, come quello che un tempo era praticato con una certa continuità ed oggi quasi non più. Il tentativo di oscuramento delle mobilitazioni dei lavoratori di cui un esempio grave e illuminante è stato il silenzio intorno all'assemblea dei disoccupati della ex videocon svolta nella sala del Consiglio Provinciale annotata soltanto in uno striminzito comunicato finale se si fa eccezione per il comportamento di due soli quotidiani (di cui uno è questo), che avvolge la realtà del disagio e della disoccupazione in questa realtà territoriale che da sola è investita del 33% di tutta la disoccupazione Laziale. Per il dramma di queste persone no c'è voce né ascolto.

Questa nebbia si può squarciare?

Parliamo di migliaia persone. Il cuore industriale di questa provincia. Diciamo allora le cose come stanno: l'occultamento e l'emarginazione di questi lavoratori è un contributo indiscutibile al loro declino. Essi, i precari e i disoccupati non chiedono la luna, ma solo che intorno a questa crisi dell'occupazione e quindi crisi economica si determini un impegno comune di Istituzioni, forze politiche, sindacati,, l'informazione e ogni forza associativa di questo territorio che voglia dare il proprio contributo per dare vita ad una Vertenza frusinate che conquisti alcuni risultati immediati e tangibili.
Non si può continuare aspettare che "qualcosa succeda". Ci vuole una sinergia, un programma alcuni obiettivi concreti, condivisi e sostenuti da conquistare in pochi mesi. Dimostriamo di non essere ignudi nel Lazio come Adamo nel paradiso terrestre.
In questa situazione è in gioco una condizione materiale difficile, con la povertà in molti casi. Ma anche qualcosa di più: la dignità del lavoro, e dunque la libertà della persona. Vorrei sottolinearle queste parole. Dignità del lavoro, libertà della persona.
Da queste vicende, emergono alcuni temi cruciali che non possiamo sottovalutare e che investono anche il sistema dei media. In questa settimana ci sono incontri ed appuntamenti importanti come ad Anagni per le crisi ex Videocon e Marangoni, a Frosinone con i sindacati e molte Associazioni contro le vessazioni di Acea. Situazioni diverse, che però mettono a nudo lo stato reale della crisi in gangli decisivi che attengono ai diritti fondamentali di una moderna democrazia, il diritto al lavoro e il diritto all'informazione.
Domandiamoci: se il lavoro non è più un diritto ma una merce che si vende al ribasso, come si può assicurare il diritto all'informazione? Se differenza tra una pressa e un computer è evidente a tutti, come pure le differenze retributive che ne derivano, d'altra parte è altrettanto evidente che il comando dei potenti di turno sui mezzi di comunicazione e su quelli di produzione non fa differenza: in entrambi i casi chi li detiene vuole la flessibilità massima dell'inquadramento, degli orari, delle prestazioni. In fondo un free lance senza contratto vive le stesse inquietudini e le stesse incertezze di un meccanico Fiat in affitto. Il potere del denaro ha trasformato l'informazione in una semplice arte del business. E l'incremento del business rafforza il potere del denaro sull'informazione. E tuttavia, al di là delle scelte personali di conduttori e giornalisti, è il sistema dei media nel suo insieme, in quanto espressione sempre più concentrata del potere del denaro, che espelle dal suo circuito il mondo del lavoro. (IM)

"Peppino Impastato" un laboratorio di giornalismo

Il lavoro non solo non è rappresentato politicamente, è stato anche tolto dall'agenda mediatica globale, e in un certo senso è sparito dalla vista delle stesse persone che lavorano. Cancellati dalla comunicazione nella civiltà della comunicazione, i lavoratori, donne e uomini, i giovani non compaiono e dunque non esistono. E' un fenomeno globale, ma ciò non significa che localmente non debbano essere cercati degli anticorpi e proposte delle iniziative. Encomiabile, da questo punto di vista, la scelta dell'Osservatorio Peppino Impastato di dare vita ad un laboratorio gratuito di giornalismo d'inchiesta civico e partecipativo.
Non so se questa lontananza dalla vita dei lavoratori è solo la conseguenza dell'oscuramento compiuto dei media, o viceversa se l'invisibilità del lavoro è l'effetto di una scelta politico-culturale più ampia, di una visione del mondo in cui la rappresentanza (e la cittadinanza) è costruita a immagine e somiglianza di chi possiede, essendo considerate le persone che vivono del proprio lavoro socialmente e politicamente irrilevanti, dunque soggetti non da rendere protagonisti del proprio destino ma semmai da assistere nella sventura. Oppure è dall'effetto combinato dei due fenomeni?

Non c'è diritto né progetto di vita. Ma proprio perciò è evidente il valore dell'azione tesa a incoraggiare e sostenere le lotte che si propongono di arrestare il processo di frantumazione e di degrado in settori decisivi del nostro apparato produttivo e culturale, come pure nell'apparato pubblico. Sulla svalorizzazione del lavoro manuale e intellettuale non si costruisce nulla di positivo.

Perché non assumiamo – adeguate iniziative al riguardo? Ciascuno, da solo o nella sua individualità di gruppo, non può difendere i propri spazi di libertà. Bisognerebbe impiantare una rete per far crescere la solidarietà e la partecipazione tra le diverse parti del mondo del lavoro, tra italiani e stranieri, tra privati e pubblici, tra stabili e precari, tra regolari e atipici Tra chi soffre e chi opera nell'informazione. E' possibile che chi fa informazione in questa realtà o almeno una parte di questi operatori provi a trovare la volontà e le forme per indagare, raccontare e dare voce al mondo del lavoro ed al disagio sociale che ci circonda?

La risposta de L'Inchiesta

di Stefano Di Scanno - L'Inchiesta-Quotidiano risponde a Mazzoli. Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino. Il tema del lavoro e quello non meno attuale del sistema di welfare italiano costituiscono spesso argomento di dibattito all'interno di una redazione piccola, ma di indiscutibile vivacità polemica, come quella de L'inchiesta-quotidiano. Siamo del resto una cooperativa giornalistica che si confronta drammaticamente con la crisi e tenta di sopravvivere alla flessione di lettori nelle edicole ed all'indebolimento della pubblicità. Proseguiamo comunque la nostra attività grazie ad un gruppo di imprenditori-inserzionisti ai quali va la nostra piena riconoscenza. Ma come giornalisti siamo oggi una delle riprove della svalorizzazione del lavoro intellettuale, ridotto a salutare come una conquista anche il semplice saldo di ogni singola mensilità.
Non è certo, quindi, una testata come la nostra - che vive in prima linea le questioni connesse alla recessione ed alcalo occupazionale - a poter fare scelte di oscuramento o, peggio, travisamento rispetto ad una realtà fatta di senza lavoro e povertà in dimensioni tali che da lustri non si ricordavano nelle nostre città e nei nostri paesi. Il problema - per il quale qualche rappresentante dei lavoratori di lungo corso (e scarsa dimestichezza col sudore in fabbrica) continua a tacciare di antisindacalismo strisciante alcuni commenti del "Diario settimanale" - è che il tipo di approccio al tema delle garanzie e delle tutele cambia se chi - come chi scrive - non appartiene al mondo dei privilegiati e dei tutelati e ritiene prima di tutto necessario rispalmare le garanzie e le tutele - ancora economicamente sostenibili per il Paese - fra tutti i lavoratori, del settore pubblico e di quello privato. Magari cominciando, prima ancora di questa operazione, dall'assicurare un sistema di welfare che sollevi dall'abbrutimento e dal baratro dell'annichilimento esistenziale, i poveri e i disoccupati.
Ecco perché l'urgenza dell'articolo 18, le agitazioni a tutela dei premi di produzione delle grandi aziende, i salari accessori dei dipendenti pubblici, visti dal nostro punto di osservazione, appaiono lontani e sfocati. Perché in primo piano restano nella nostra agenda giornalistica disoccupazione e povertà, seguite a ruota dalle crisi industriali e dai piani di sviluppo territoriali.
L'inchiesta-Quotidiano, quindi, è pronta a fare la sua parte nella "Vertenza frusinate" lanciata da Ignazio Mazzoli, esponente storico della sinistra provinciale che ci onora ormai da tempo della sua collaborazione, nella sicurezza che i "veri" Ultimi debbano essere messi in cima alle scalette di priorità della politica che voglia uscire dalla logica dei comunicati stampa autoreferenziali, dell'imprenditoria che intenda riappropriarsi della funzione sociale delle aziende, del sindacalismo che sia davvero in cerca non dell'autoconservazione ma di una rinnovata credibilità. Le uniche cose concrete da cui ripartire sono l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni che va recuperato e rigenerato e il Piano di sviluppo strategico Sora - Atina - Cassino che va riempito di contenuti e sostenuto. Imprese, lavoratori istituzioni, sindacali e sistema dell'informazione devono far blocco comune. Perché la crisi che attraversiamo come territorio impone convergenze che si traducano in corresponsabilità in caso di insuccessi. Per questo L'inchiesta-Quotidiano non farà mancare il suo apporto.

24 febbraio 2015; pubblicato su L'Inchiesta del 26 febbraio 2015

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